da Repubblica-Le idee DA COLLEZIONI A ROMANZI LA NUOVA VITA DEI MUSEI di Christian Greco

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Se è vero che “anche le statue muoiono”, è lecito e doveroso domandarsi che ruolo abbia l’istituzione museale – luogo di conservazione per eccellenza, destinata a farsi testimone dell’arte o delle culture dei secoli passati – in questo processo. I musei concorrono alla morte delle opere che conservano nelle loro collezioni o sono l’ultimo baluardo perché esse possano sfuggire alla fine di un’esistenza messa in pericolo da una miriade di fattori quali oblio, mancanza di risorse, conflitti, disastri ambientali o più semplicemente incuria?
Tra i più accesi sostenitori della prima opzione vi è l’antropologo francese Jean-Loup Amselle che in un recente lavoro – Il museo in scena. L’alterità culturale e la sua rappresentazione negli spazi espositivi – sulla scia di Foucault e delle sue “eterotopie” esamina la condizione carceraria delle opere d’arte, in particolare di quelle di cui l’Occidente si è appropriato e che ha imprigionato nel corso della sua lunga storia coloniale.
L’autore mira a dimostrare come il museo costituisca un vero e proprio luogo di extraterritorialità che priva di senso le culture che vi sono esposte, raccolte dall’Occidente in modo totalmente arbitrario, e celate sotto la maschera dell’universalità. I corsi e ricorsi della Storia hanno portato alla formazione di collezioni museali che sovente sono state costituite da oggetti sottratti ad altri paesi.
Vale la pena soffermarsi brevemente sulla natura del museo, per cercare di comprendere cosa una tale istituzione possa rappresentare, se sia un luogo di memoria collettiva e abbia un valore identitario. Esemplare in questo contesto è il caso della razzia del Museo Nazionale di Antichità di Baghdad nel 2003. Le reazioni immediate a quello scempio permisero subito di capire che i cocci, le statue spezzate, le tavolette d’argilla fossero più che semplici artefatti appartenenti a un passato lontano. Erano origine di tensioni, pulsioni, sentimenti profondi e le reazioni furono al contempo locali e globali. La cultura materiale saccheggiata dal museo rappresentava la connessione con il passato ma anche una chiave identitaria per un futuro incerto. Potremmo forse estremizzare e dire che il concetto di patrimonio culturale sia un bisogno umano molto radicato che mira a dare significato al caos contemporaneo e a fornire un senso simbolico di continuità e certezza, spesso carente nella vita quotidiana. Molti grandi musei ospitano collezioni formate dal patrimonio di altri paesi, indimenticabile a questo proposito la scena del film del maestro russo Aleksandr Sokurov, dedicato al Museo del Louvre, Francofonia (2015), nella quale un Napoleone immaginario illustra le campagne di guerra grazie alle quali ha potuto portare in Francia i più grandi capolavori dell’arte russa e italiana. Le origini dei musei pubblici sono comunemente individuate proprio intorno all’apertura della Grande Galerie del Louvre nel 1793 (e ancora prima, nel 1683, data di nascita dell’Ashmolean Museum): sarebbe tuttavia un errore ritenere che questa tipologia di museo fosse una novità o una rivoluzione per i secoli XVII e XVIII. La storia del museo, come luogo deputato allo studio, si colloca infatti nell’antichità: basti pensare al Mouseion di Alessandria, fondato nel 280 a.C.
circa da Tolomeo Soter. Proprio negli stessi anni assistiamo a Pergamo alla nascita di un altro fenomeno: le statue e le opere d’arte raccolte da Attalo I Soter nei territori conquistati furono collocate in città e le stesse, nel passaggio tra la dominazione greca e romana, diventarono nuovamente trofei di conquista.
Proprio in questo contesto si può inquadrare il dibattito sull’appartenenza di collezioni formate da oggetti di culture lontane e diverse arrivate nei musei attraverso acquisizioni. Il dibattito si è fatto sempre più intenso negli scorsi decenni, in particolare legandosi al tema delle restituzioni. È, cioè, opportuno o in taluni casi doveroso, che i musei restituiscano ai paesi di origine i reperti che conservano da secoli?
Si tratta di riflessioni a cui un museo come l’Egizio non può sottrarsi: la collezione torinese è ambasciatrice di una cultura che ha le sue radici altrove e dunque è lecito chiedersi come comportarci con i reperti che custodiamo: forse proprio il Mouseion di Alessandria ci fornisce una risposta su come un museo come il nostro dovrebbe interpretare il suo ruolo ed esercitare la sua missione nella società civile di cui fa parte. Il museo è un luogo di ricerca che può restituire i contesti archeologici dai quali i manufatti provengono. Il concetto di connessione che abbiamo tentato di materializzare nell’allestimento propone un metodo e uno strumento con cui si intendono valorizzare i contenuti della collezione nel quadro più ampio della loro contestualizzazione archeologica, prosopografica e antiquaria. Uno dei più importanti obiettivi è quello di ricomporre i reperti provenienti da un unico contesto di scavo ma che sono stati separati e sparsi tra le collezioni internazionali in modo tale che siano valorizzati e ricomposti i contesti archeologici e storici degli oggetti.
Credo pertanto che il museo oggi debba essere in grado di presentare una nuova narrazione contemporanea, nella misura in cui affronta e presenta in modo adeguato la biografia degli oggetti: essi sono dei documenti storici che ci raccontano molteplici aspetti di una civiltà lontana che appartiene al nostro passato e al contempo sono legati all’istituzione che li conserva, studia, pubblica e connette al tessuto sociale in cui oggi gli oggetti sono inseriti, in quanto anche il museo è parte della polis.
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