LA LOTTA ALLA POVERTÀ. REDDITO DI CITTADINANZA ECCO COME FUNZIONA LA PROPOSTA DEL M5S di Valentina Conte, per Repubblica

da Repubblica-POLITICA

roma
Il reddito di cittadinanza, proposto dai Cinque Stelle in campagna elettorale, è un trasferimento dello Stato a chi vive in povertà. Non solo in povertà assoluta, quindi in uno stato di deprivazione massima. Ma anche in povertà relativa, dunque a rischio di finire nel baratro. Nel primo caso parliamo di 4,7 milioni di persone, il 7,9% degli italiani. E per la metà di loro è già attivo da tre mesi uno strumento nuovo, varato dal governo Gentiloni: il Rei, il reddito di inclusione che sembra riscuotere molto interesse, visto che le domande arrivate sono sopra le 100 mila. Si tratta di un assegno che va dai 177 euro al mese per il single a circa 300 euro per la famiglia numerosa (con 5 componenti o sopra). La nuova proposta del M5S allarga di molto la platea a 9 milioni e mezzo di poveri in tutto e anche l’assegno: da 780 euro mensili per il singolo ai 3 mila euro al mese per la famiglia con 7 componenti. Eppure le due misure non sembrano poi così dissimili.
«Il Rei di sicuro è un primo modulo del reddito di cittadinanza » , ammette Cristiano Gori, coordinatore di quell’Alleanza contro la povertà — il tavolo di 35 organizzazioni, dai sindacati al terzo settore — che ha proposto e poi ottenuto il Rei oggi esistente. Definito non a caso « una misura storica » , da Gori. E che per questo « non deve essere smontata » . Di qui l’appello dell’Alleanza al governo che verrà ad «evitare di fare la riforma della riforma » . « Tutte le forze politiche sostengono la necessità di misure contro la povertà » , ricorda Gori. « E la logica, reddito di cittadinanza incluso, è proprio quella del Rei: sostegno economico a chi non ce la fa, purché si attivi, trovi un lavoro, porti a scuola i figli. Un motivo in più per non smantellare nulla».
Il nodo è poi tradurre questa logica del sostegno attivo, evitando che si trasformi in puro assistenzialismo. A leggere il disegno di legge numero 1148 depositato in Senato dal M5S il 29 ottobre 2013, esistono obblighi stringenti per chi riceve il reddito di cittadinanza. Si deve iscrivere ai Centri per l’impiego e se rifiuta tre offerte perde l’assegno. Si deve formare e sostenere colloqui, offrire la disponibilità a svolgere 8 ore a settimana di servizio alla comunità locale. E se il Rei ha una durata di 18 mesi, il reddito a 5 Stelle sembra non avere termine, se non la ritrovata serenità e indipendenza economica della famiglia, allorquando cioè scatta un’assunzione e uno stipendio vero. Ma come agevolare la ricerca di un posto? E come controllare poi che chi incassa una busta paga decorosa rinunci poi all’assegno? Si scommette su qualcosa che ancora non c’è: una rete forte ed efficiente tra le burocrazie di enti locali e nazionali. Senza pensare poi che se il Rei oggi costa 2,5 miliardi, il reddito di cittadinanza peserebbe sui conti pubblici per 15,5 miliardi ( cifra però valutata nel 2013). E anzi ancora di più, per l’economista Roberto Perotti: almeno 29 miliardi.
Non stupisce dunque l’interesse degli italiani più disagiati per queste misure. Molti cercano però il reddito di cittadinanza che non c’è. E non conoscono il Rei che invece esiste ed è operativo. A livello locale poi siamo alla babele. Solo per fare qualche esempio, in Emilia-Romagna c’è il Res (Reddito di solidarietà), il Red in Puglia ( Reddito di dignità), il Reis in Sardegna ( Reddito di inclusione), il Mia in Friuli Venezia Giulia (Misura attiva di sostegno al reddito). Oltre ai molti sussidi comunali. Difficili districarsi, tra requisiti e moduli diversi. Eppure il bisogno è lo stesso.
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