da Repubblica-Robinson: «non si vive di solo web Due mesi senza social rinato grazie ai giornali»  di Farhad Manjoo

L’autore
Farhad Manjoo
Nato in Sudafrica nel ’78, dal 2014 è il “columnist” di tecnologia del New York Times, dove è arrivato dal Wall Street Journal. È autore del libro True enough: learning to live in a post- fact society
(Wiley, 2008). Vive in California
Le prime notizie sulla sparatoria nella scuola di Parkland, in Florida, le ho avute attraverso una notifica sul mio orologio. Avevo disattivato le notifiche di notizie mesi prima, ma quelle importanti in qualche modo riescono sempre a intrufolarsi. Dopo, però, nelle ventiquattro ore successive, non ho sentito quasi niente sulla sparatoria. Sono state parecchie le cose che sono felice di essermi perso. Per esempio, non ho visto le bufale — forse amplificate da robot propagandistici — che affermavano che il killer era un militante di sinistra, un anarchico, un membro dell’Isis e magari il membro di un commando di più attentatori. Mi sono perso il servizio di Fox News che lo collegava a gruppi della resistenza siriana, ancora prima che il suo nome venisse reso noto. Non ho visto neanche la notizia, diffusa da molti mezzi di informazione (compreso il New York Times), e anche dal senatore Bernie Sanders e altri esponenti di sinistra su Twitter, che sosteneva che la strage era la diciottesima sparatoria nelle scuole dall’inizio dell’anno, cosa non vera. Invece, il giorno dopo la sparatoria, un simpatico individuo che non ho mai incontrato mi ha lasciato tre quotidiani sulla porta di casa. Quel mattino, ho passato una quarantina di minuti a leggere attentamente i resoconti sull’orrore di quella sparatoria e un milione di altre cose che i giornali avevano da dirmi. Non solo ho perso meno tempo a seguire la notizia che se lo avessi fatto online ad avvenimenti in corso, ma ne sono uscito più informato. Essendomi risparmiato gli errori innocenti (e i depistamenti intenzionali) che avevano pervaso le prime ore dopo la sparatoria, la mia prima esperienza di quella notizia è stato un resoconto accurato di quanto effettivamente accaduto.
Così ho vissuto per quasi due mesi. A gennaio, dopo l’anno di maggior dipendenza dalle breaking news nella mia memoria recente, ho deciso di fare un viaggio indietro nel tempo. Ho disattivato le notifiche digitali, mi sono scollegato da Twitter e dagli altri social network e ho sottoscritto l’abbonamento postale a tre quotidiani cartacei (il New York Times, il Wall Street Journal e il mio giornale locale, il San Francisco Chronicle) più un settimanale di informazione, l’Economist.
Da quel momento, quasi tutti i giorni mi sono informato principalmente dalla carta stampata, anche se il mio ascetismo autoimposto lasciava spazio a podcast, newsletter via email e saggistica “lunga” (libri e articoli di riviste). In sostanza, stavo cercando di rallentare l’informazione: volevo continuare a essere informato, ma cercavo format che privilegiassero l’approfondimento e l’accuratezza rispetto alla velocità. Mi ha cambiato la vita. Spegnere la macchina ronzante dell’informazione continua che mi porto in tasca è stato come divincolarmi da un mostro in linea diretta con me, costantemente pronto a irrompere nella mia giornata con bollettini approssimativi. Adesso non solo sono meno ansioso e meno drogato di informazione, ma sono anche più informato (anche se ci sono alcuni punti ciechi). E sono sbalordito dal tempo libero che ho: in due mesi sono riuscito a leggere mezza dozzina di libri, dedicarmi alla ceramica e diventare (credo) un marito e un padre più attento.
Cosa più importante di tutte, mi sono reso conto del mio ruolo personale di consumatore di notizie nel nostro sgangherato sistema di informazione digitale.
Abbiamo passato buona parte degli ultimi anni a scoprire che la digitalizzazione delle notizie sta rovinando la nostra capacità di elaborare le informazioni. La tecnologia ci consente di rintanarci dentro camere a eco, esacerbando la disinformazione e la polarizzazione e rendendo la società più vulnerabile alla propaganda. Con l’intelligenza artificiale che produce audio e video facili da falsificare quanto un testo, stiamo entrando in una distopia da labirinto degli specchi, quella che alcuni definiscono un’“ apocalisse dell’informazione”. E guardiamo tutti al governo e a Facebook perché trovino un rimedio. Ma non abbiamo anche voi e io un ruolo da giocare? Informarsi solo attraverso i giornali cartacei probabilmente è una soluzione estrema, che non fa per tutti. Ma è un esperimento che mi ha insegnato diverse cose sui tranelli dell’informazione digitale e come evitarli.
Ho distillato questi insegnamenti in tre brevi istruzioni, come fece una volta Michael Pollan a proposito dei consigli nutrizionali: Informatevi. Non troppo in fretta. Evitate i social.
INFORMATEVI
Lo so che cosa state pensando: stare a sentire un giornalista del New York Times
che tesse le lodi della carta stampata è come accettare suggerimenti per la colazione da un produttore di cereali. Potreste pensare anche che sto predicando ai convertiti: tutti quelli che stanno leggendo questo articolo non apprezzano già la carta stampata? Probabilmente no. Il New York Times ha circa 3,6 milioni di abbonati paganti, ma in tre casi su quattro pagano solo per la versione digitale. Durante le elezioni del 2016, meno del tre per cento degli americani citava la carta stampata come fonte principale di informazione sulla campagna elettorale: per quelli sotto ai trent’anni, i giornali cartacei venivano all’ultimo posto.
Io ho quasi quarant’anni, ma non sono diverso. Anche se seguo attentamente l’attualità fin da ragazzino, ho sempre amato informarmi su uno schermo, accessibile con il tocco di un pulsante. Anche con questo esperimento, ho trovato molte cose che non mi piacciono della carta stampata: le pagine sono troppo grandi, i caratteri troppo piccoli, l’inchiostro troppo sporco, e a confronto di uno smartphone un giornale è più difficile da consultare camminando.
Inoltre, la carta stampata offre un ventaglio di idee più ristretto di quello che puoi trovare online. BuzzFeed, Complex o Slate non li trovi in versione cartacea. In California, non trovi in versione cartacea neppure il
E stampare costa. Fuori da New York, passati gli sconti promozionali, farsi recapitare a casa sette giorni su sette il
New York Times
ti costa 81 dollari al mese. In un anno, è più o meno il prezzo del modello più costoso di iPhone. Che cosa ricevi in cambio di tutti questi soldi? Informazione. È una cosa che sembra ovvia, finché non provi e ti rendi conto che gran parte di quello che ricevi online non è informazione, ma un flusso interminabile di commenti, che più che rischiararla distorce la tua visione del mondo.
L’ho notato per la prima volta a proposito dell’accordo firmato dai Democratici per mettere fine allo shutdown, il blocco delle attività non essenziali dello Stato, alla fine di gennaio. Sulla prima pagina del
del 23 gennaio l’accordo era presentato in modo chiaro ed esplicito: “Finisce lo shutdown e inizia lo scontro sui
Dreamers”,
recitava il titolo dell’articolo che raccontava i fatti, affiancato da un editoriale che illustrava i calcoli politici alla base dell’accordo. Molte delle opinioni contenute in quell’editoriale si potevano trovare su Twitter e Facebook. La differenza stava nell’enfasi: su internet, i commenti precedevano i fatti. Chi ha seguito le vicende dello shutdown sui social network, molto probabilmente, prima di leggere i dettagli effettivi dell’accordo ha letto schiere di politici ed esperti che tiravano le loro conclusioni. Su Internet tutto questo è normale. Sui social network ogni notizia ti arriva predigerita. La gente non si limita a pubblicare articoli, pubblica la sua interpretazione degli articoli, spesso citando passaggi significativi di questi ultimi per sottolineare la correttezza della sua interpretazione, così i lettori non sono mai costretti a scavare nella storia per farsi una loro idea.
Non c’è niente di male nel ricevere moltissime sfumature di opinioni. E leggere solo il giornale cartaceo può essere un’esperienza solitaria: ci sono state molte occasioni in cui mi sentivo all’oscuro su quello che pensavano delle varie notizie le orde telematiche. Però la predominanza del commento rispetto ai fatti che si riscontra online e sulle tivù via cavo sembra qualcosa di retrogrado, pericolosamente retrogrado. È proprio la nostra sudditanza verso la massa, verso quello che le altre persone stanno dicendo della notizia più che la notizia stessa, che ci rende vulnerabili alla disinformazione.
NON TROPPO IN FRETTA
Che il sistema dell’informazione istantanea sia disfunzionale è evidente almeno dal 2013, quando l’attentato alla maratona di Boston fu seguito da una settimana di proliferazione incontrollata di storie del complotto. Come sostenni allora, era la tecnologia che aveva mandato in tilt il sistema.
La vita reale è lenta: i professionisti hanno bisogno di tempo per capire che cosa è successo e contestualizzarlo. La tecnologia è veloce: smartphone e social network ci forniscono notizie più in fretta della nostra capacità di elaborarle, e la speculazione e la disinformazione si inseriscono in questo spazio vuoto.
La situazione non ha fatto che peggiorare. Evolvendosi in un panorama digitale dominato da app e piattaforme social, le organizzazioni che producono informazione sono sempre più sotto pressione per sfornare notizie il più in fretta possibile. Ora, quando succede qualcosa, ci arriva la notifica sul telefonino, spesso quando gran parte dei fatti ancora non è nota, e noi ci colleghiamo non solo per scoprire che cosa è successo, ma anche per capirci qualcosa.
Questa è stata la meraviglia inaspettata del giornale cartaceo: leggevo notizie vecchie di un giorno, ma nell’intervallo di tempo fra il momento in cui i fatti si erano svolti e il momento in cui mi venivano depositati di fronte alla porta di casa, centinaia di professionisti esperti avevano fatto il lavoro difficile per conto mio.
A me restava l’esperienza semplice, disconnessa e ritualistica di leggere le notizie, quasi del tutto libero dal peso cognitivo di domandarmi se la cosa che sto leggendo potrebbe essere una spudorata bugia.
Un’altra sorpresa è stata la sensazione di un rallentamento del tempo. Uno degli aspetti peculiari degli ultimi anni è il fatto che un “tornado di produzione di notizie ha confuso la percezione del tempo e della memoria degli americani”, come ha scritto lo scorso anno il mio collega Matt Flegenheimer. Fornendo un sommario giornaliero delle notizie, il quotidiano cartaceo allevia questa sensazione. Certo, le notizie sono ancora tante, ma se le leggi una volta al giorno il mondo sembra controllato e comprensibile, non una massa indistinta di titoli sul lockscreen di un telefonino.
Non c’è bisogno di leggere un giornale cartaceo per questo: potete creare il vostro rituale di informazione guardando una app di notizie una volta al giorno, leggendo newsletter mattutine come quella di Axios o ascoltando un podcast di informazione quotidiano. La cosa importante è scegliere un medium che metta l’accento sugli approfondimenti invece che sulle
breaking news.
E soprattutto, potete disattivare le notifiche. Sono una cosa che distrae e alimenta un senso costante di paranoia frammentaria sul mondo. Sono anche inutili, perché se succede qualcosa di davvero importante venite a saperlo comunque.
EVITATE I SOCIAL
Questa è la regola più importante di tutte. Dopo aver letto i giornali cartacei per qualche settimana ho cominciato a capire che non sono i giornali che sono eccezionali, ma i social media che sono deleteri. Quasi tutti i problemi con cui combattiamo oggi per capire le notizie — e tutti quelli con cui combatteremo domani — si ingigantiscono appena entrano in contatto con il gregge dei social media. Twitter e Facebook sono costruiti per premiare la velocità a discapito dell’approfondimento, le opinioni accese a discapito dei fatti e i propagandisti navigati a discapito di chi vuole analizzare una notizia in buonafede.
Non dovete per forza leggere un giornale cartaceo per avere un miglior rapporto con l’informazione. Ma in nome di Dio, vi prego, smettetela di affidarvi a Twitter e a Facebook per il grosso dell’informazione. Sul lungo periodo, starete meglio voi e staranno meglio tutti gli altri. ?
© NEW YORK TIMES 2018 / TRADUZIONE DI FABIO GALIMBERTI © RIPRODUZIONE RISERVATA

3 pensieri su “da Repubblica-Robinson: «non si vive di solo web Due mesi senza social rinato grazie ai giornali»  di Farhad Manjoo

  1. Elementi che coglie perfettamente Alessio Balbi, responsabile dell’edizione online di Repubblica, che, partendo dall’articolo del giornalista del NYTimes [qui tradotto in italiano], che sarebbe stato per due mesi senza una dieta mediatica digitale, tanto osannato da giornali e giornalisti, anche, nostrani, salvo poi scoprire che così non è stato, scrive «Temo che siamo solo di fronte all’ennesimo riflesso luddista di una categoria che non ha mai smesso di rimpiangere l’età dell’oro in cui i giornali si stampavano sfregando la selce sulle pareti della caverna. Col bel risultato che, dopo essere spariti dalle strade, spariremo anche dai social. Sulle strade sono rimaste le buche. Sui social resteranno i buchi che continueremo a prendere dal primo passante con un telefonino. In un caso come nell’altro, per essere felici, non basta fare finta che non esistano» .

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