Rosalba Castelletti per Repubblica ci racconta la storia dell’ex spia russa passata al MI6: « Il giallo di Salisbury. Il viaggio della spia Sergej dalla dolce vita al veleno di Mosca »

Schermata 2018-03-11 alle 08.40.56.pngROSALBA CASTELLETTI, MOSCA LONDRA

Schermata 2018-03-11 alle 08.43.01.pngLe strade di Mosca hanno nomi poetici. Sergej Skripal, colonnello del Gru, lo spionaggio militare, abita con moglie e due figli in Osennij Bulvar, il “viale dell’autunno”, in zona Krylatskoe, il “quartiere delle ali”. La realtà è più prosaica. Vivono in quattro in un bilocale, dentro uno squallido casermone di 17 piani: mille appartamenti, un alveare umano. Sotto casa tiene una Niva arrugginita — il vecchio fuoristrada dell’homo sovieticus. Conoscere perfettamente due lingue, inglese e spagnolo, appartenere alla nomenklatura, non gli è servito a diventare un “nuovo russo” e fare la dolce vita. Non gliel’ha cambiata neanche il conto di 90 mila euro che ha in Spagna: frutto di nove anni di doppio gioco per l’Mi6, lo spionaggio britannico, a cui ha dato l’elenco di 300 colleghi del Gru. Aveva cominciato a costruirsi una dacia fuori città, ma i suoi risparmi segreti non gli bastano per finirla. Non la finirà. Dieci anni prima, al crollo dell’Urss, come tanti agenti dello spionaggio ex-sovietico, Sergej decide di partecipare alla corsa all’arricchimento. Di nascosto dai superiori crea una ditta d’importazione di vini dalla Spagna, meta di molte sue missioni da spia, insieme a Luis, uno spagnolo conosciuto a Madrid. Nel 1995 Luis gli presenta un amico come un imprenditore con cui fare affari: Antonio Alvarez de Hidalgo. È la falsa identità di Pablo Miller, agente dell’Mi6. Dapprima lo 007 inglese tenta la “trappola del miele”: invita Sergej in un night-club, ma il russo non ci cade, respingendo le spogliarelliste. Poi gli offre del denaro. E quello funziona. Scoperto e processato nel 2006, Skripal viene condannato a 13 anni per “alto tradimento”. Condanna mite, per la Komsomolskaja Pravda: all’epoca di Stalin l’avrebbero fucilato. Mentre sconta la sentenza in un colonia penale, la famiglia vive in ristrettezze: è perfino costretta a vendere la dacia costruita a metà. Ma dopo 6 anni di carcere l’ex-colonnello viene scambiato, insieme ad altri tre agenti “traditori”, con dieci spie russe “dormienti” arrestate negli Stati Uniti, fra le quali Anna “la Rossa” Chapman, destinata a diventare una piccola celebrità in patria. Sulla scaletta dell’aereo che a Vienna lo conduce verso la libertà in Gran Bretagna, Sergej sale con una borsa griffata a tracolla. “La spia con la Louis Vuitton”, lo ribattezzano i media. L’anno seguente acquista in contanti per 260 mila sterline una casa a Salisbury, nel sud dell’Inghilterra. Era una “safe house” dell’Mi6, uno dei nascondigli che lo spionaggio britannico usa per appuntamenti e interrogatori. La pittoresca cittadina non è stata scelta a caso: ci abita anche Miller, il suo reclutatore in Spagna, che nel frattempo ha lasciato l’Mi6 e fa consulenze con servizi segreti di altri paesi e società private di investigazioni, fra cui la Orbis di Londra, diretta da un altro ex-agente dell’Mi6, Christopher Steele, autore, l’estate scorsa, del clamoroso dossier su Trump e le prostitute in Russia. La moglie Ljudmilla e i figli Sasha e Yulia raggiungono Skripal in Gran Bretagna. Oltre ad avergli comprato casa, l’Mi6 gli passa una pensione. Ma è una modesta esistenza. Sono passati trent’anni dalla fine dell’Unione Sovietica e all’ex-colonnello sembra di essere tornato al punto di partenza. Chiede al suo reclutatore dell’Mi6 se non potrebbe fare la spia part-time anche lui. Tornano così a lavorare insieme nel paese in cui si sono incontrati: la Spagna. «Sergej faceva viaggi all’estero in continuazione», dice il suo autista. Due monarchie, due ex-imperi: a dispetto della querelle su Gibilterra, i servizi segreti di Gran Bretagna e Spagna hanno un’intensa cooperazione. Ci finiscono dentro, come in una porta girevole, pure le ex-spie russe: prima di essere assassinato nel 2006 a Londra con un tè al polonio radioattivo, l’ex-agente del Kgb Aleksandr Litvinenko collaborava con il controspionaggio di Madrid. La sua specialità nel Kgb era la lotta alla criminalità organizzata. Ma dopo l’asilo politico nel Regno Unito sosteneva che il Kgb (o i suoi successori post-sovietici) e la criminalità organizzata erano una cosa sola. Agli spagnoli spiega come scoprire riciclaggio di denaro e altri investimenti di questa formidabile alleanza. Un decennio più tardi, Skripal vende a Madrid informazioni analoghe. Finalmente, avere imparato da giovane la lingua di Cervantes comincia a sembrargli un buon investimento. L’ex-spia con la borsa di Vuitton non si accorge che potrebbe firmare così la propria condanna a morte. Sua moglie Ljudmilla muore di tumore nel 2012: Sergej la seppellisce nel cimitero di Salisbury. Nel 2014 gli giunge notizia che in Russia è morto suo fratello maggiore: anche lui era nell’esercito. L’anno scorso, durante una vacanza a San Pietroburgo, muore suo figlio Sasha, 43nne, cirrosi epatica: «Beveva troppo», ricorda l’ex-moglie. Skripal gli dà sepoltura accanto alla tomba di Ljudmilla. La nuova vita del colonnello non è felice come sperava. Se ne va anche la figlia: Yulia torna a Mosca. Ma viene sempre a trovarlo per l’anniversario della morte della madre. Arriva a Salisbury la sera di sabato 3 marzo. Domenica mattina gli consegna un «dono di amici» che gli aveva preannunciato; poi vanno a deporre fiori al cimitero; pranzano da Zizzi, dove il padre litiga in russo con i camerieri per la lentezza nel servirgli il risotto, agitandosi in modo inconsueto; bevono una birra al pub. Sergej appare instabile sulle gambe. Fuori, siedono su una panchina. Dove li ritrova la polizia, la donna stesa a terra esanime, l’uomo immobile, come paralizzato. Ciascuno dei luoghi da cui passano risulta contaminato con un gas nervino più raro del VX e del Sarin, di cui soltanto pochi paesi al mondo, tutte potenze con arsenali chimici, sono in possesso. Sergej e Yulia sono in coma, forse spacciati. Altre ventuno persone, fra agenti, infermieri, passanti, subiscono contaminazioni minori. Il più grave fra queste è Nick Bailey: il sergente che ha perquisito per primo casa Skripal. La fonte dell’avvelenamento è lì. Forse era nascosto nel “dono” — una torta, una bottiglia di vodka, un profumo — che Yulia ha portato inconsapevolmente dalla Russia. «Se il mandante è il Cremlino, l’unico obiettivo possibile è fare paura», dice Andrej Soldatov, autore di libri sullo spionaggio russo: un avvertimento ad altri traditori. Ma a parte la risoluta smentita del ministro degli Esteri russo Lavrov, altri esperti notano che la dozzina di “morti sospette” avvenute in Gran Bretagna da Litvinenko in poi avevano tutte a che fare con «informazioni sui collegamenti del regime di Putin con gruppi criminali e riciclaggio di denaro», come nota Roman Borisovich, ex-banchiere russo diventato attivista anti-corruzione a Londra. Elementi degli apparati di sicurezza russa potrebbero essersi procurati e avere usato il gas nervino, senza che il Cremlino ne fosse a conoscenza. Del resto, quando Skripal e altri tre agenti vennero scambiati nel 2010, Putin commentò: «I traditori soffocheranno nei loro 30 denari». Bastano messaggi assai meno espliciti, nel gergo mafioso, per mettere in moto un killer. Con un’arma “nucleare”, come per Litvinenko nel 2006; o con un’arma “chimica”, come per il colonnello Skripal domenica scorsa. Le somiglianze fra i due casi sono impressionanti. La soluzione potrebbe essere la stessa per entrambi. “Follow the money”, il consiglio della soffiata sul Watergate: segui i soldi e arriverai al colpevole.Schermata 2018-03-11 alle 08.42.01.png

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