d Repubblica-Cinema: « Diane, madre vendicatrice di una famiglia massacrata » di EMILIANO MORREALE

Dramma
Diane, madre vendicatrice di una famiglia massacrata
EMILIANO MORREALE
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Ifilm di Fatih Akin spesso lambiscono il genere, dal mélo alla commedia al poliziesco ( La sposta turca, Soul Kitchen)
magari sullo sfondo di una Germania multietnica, con tutte le sue difficoltà. In questo caso la protagonista, Katia, tedesca, ha sposato un immigrato curdo e insieme hanno un figlio. Un giorno, qualcuno mette una bomba davanti al loro ufficio: il marito e il bambino muoiono, e Katia cerca di scoprire la verità.
Ma andare a fondo non è facile.
La storia è divisa in tre atti: la famiglia (il lutto, con l’angoscia della donna che viene resa in maniera secca), la giustizia (il processo) e il mare.
Lo stile di Akin non va tanto per il sottile, punta a prendere per la gola lo spettatore, e non di rado ci riesce: durante il processo si parteggia per la donna contro i cattivissimi avvocati e i gelidi colpevoli, qualche volta torna il filmino delle vacanze con la famiglia felice, e alle brutte arriva qualche ralenti per sottolineare il pathos. Insomma, si gioca sul sicuro, a costo anche di alcune semplificazioni di sceneggiatura, che in film come questo si avvertono particolarmente.
Il copione tenderebbe a sfumare, ma d’altro canto l’identificazione con lei, bionda eroina, è richiesta come condizione necessaria al funzionamento della suspense: insomma i personaggi, appena tratteggiati, sono più che altro funzionali alla trama. E molto del film poggia in definitiva sulle spalle di Diane Kruger, bionda madre dolorosa e poi ipnotica vendicatrice, che con questo ruolo ha vinto il premio per la miglior attrice al festival di Cannes.
Come in altri film del regista, gli sviluppi della storia vanno in una direzione che non si prevedeva, cambiando ritmo e a volte genere.
A volte questo fa l’originalità del film ( La sposa turca, il suo migliore), a volte lo sfilaccia ( Soul Kitchen). Qui si passa dal mélo al processuale a una sorta di film d’azione, e l’effetto è di un incanalamento su binari prevedibili, soprattutto nella fase processuale. Più interessante la parte finale, meno dialogata, secca: e però (senza rovinare la sorpresa) il finale è stato anche la scelta più discussa dal punto di vista ideologico.
È da segnalare comunque lo sguardo che il film getta sui legami trasversali tra movimenti di estrema destra in Europa, poco raccontati dal cinema di finzione: un mondo che si intravede appena, ma fa comunque rabbrividire.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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