da Repubblica-CRONACA Il personaggio La leggenda del Monte Bianco: « Ulysse detto Atlante custode delle montagne » di PAOLO RUMIZ

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L’hanno chiamato “Atlante”, come il titano che sostiene il cielo. La mitologia è d’obbligo per uno che si è portato sulle spalle interi rifugi alpini e si chiama pure Ulysse. Sul Monte Bianco il suo nome è una leggenda. Il cognome, Borgeat, è radicato da generazioni nella valle dell’Arve, sul lato francese del massiccio. La storia di famiglia è una saga, legata a doppio filo alla montagna. L’età, 92 anni, è patriarcale, e la sua memoria — immensa — contrasta con una voce, debolissima, quasi inavvertibile. Colpa del cortisone, che lo aiuta a sopportare lo schiacciamento delle vertebre.
Cento tonnellate, il peso di una locomotiva, portate passo passo attraverso i crepacci, su per franose morene e scale di ferro, in oltre mille viaggi per costruire e rifornire le capanne d’alta quota al tempo in cui gli elicotteri non esistevano in montagna. Poi, le gestione di due rifugi-chiave del Bianco, il Réquin e il Couvercle, battuti dal Gotha dell’alpinismo mondiale. Come sua sorella, la bella Gilberte, custode dell’Envers des Aiguilles, Ulysse ha conosciuto Walter Bonatti, Gary Hemming e René Desmaison. È stato l’uomo della fatica, del sorriso, della pazienza.
L’Italia ha voluto ricordare quest’uomo che ha aperto la porta a tutti, col sole e la tempesta, spesso nel cuore delle notti più buie, assegnandogli il premio Rigoni-Stern ai “Guardiani dell’arca”, dedicato a chi lavora per la montagna superando le difficoltà dell’ambiente, della globalizzazione e di una burocrazia sorda alle periferie che non portano voti. Gli sarà consegnato il 24 marzo a Riva del Garda, a margine del riconoscimento letterario che quest’anno vede vincitori Gianfranco Bettin e Marco Paolini con “Le avventure di Numero Primo”, edito da Einaudi.
L’ho conosciuto nel ‘64, al rifugio Couvercle, base per la salita a impressionanti colatoi di ghiaccio e roccia come le Droites e le Courtes. Avevo 17 anni e non sapevo il suo nome. Ma conoscevo Bonatti e Pierre Mazeaud, due miti dell’arrampicata che vidi, stupefatto, cenare assieme a…
una marmotta. La quale saliva sulle ginocchia dell’italiano per spazzolarsi i fiori di erica a centro tavola. Ulysse li serviva come fossero fratelli. Una scena che segnò l’inizio del mio amore per la montagna.
L’ho rivisto quasi quarant’anni dopo, grazie a una guida di Chamonix di nome Georges Unia.
Un uomo forte, ma provato dai farmaci. Il volto era gonfio e la voce sibilava come quella di un minatore affetto da silicosi. « Pas le temps de me marier — disse — non ho avuto il tempo di sposarmi col mestiere che facevo, fatto di dedizione assoluta e reperibilità continua. I Nepalesi lo fanno ancora, ma nessuno dà loro una medaglia». Era solo, ma attorno a lui gravitava una tribù: di donne specialmente, che avevano speso la vita per i rifugi. Un fratello, la mitica sorella e le nipoti: Julie e soprattutto Elisabeth, ex-regina delle Aiguilles di Chamonix.
Era l’estate del grande caldo, il 2003. Disse: «La natura ha la febbre». I ghiacciai scaricavano cascate e l’Arve tuonava sotto i ponti.
Oggi che è un grande vecchio, gli brillano gli occhi quando qualcuno si ricorda di lui. L’idea del riconoscimento italiano lo lusinga, ma nel raccontarsi non perde l’abituale modestia. Parte dagli antenati, li chiama per nome dando loro del “tu”.
Héribert, Josef Adolphe, Melchior. Sette generazioni.
Secoli di guerre, fatica, emigrazioni, valanghe, parti, topi, boschi da tagliare e vacche da mungere. Colloca se stesso solo alla fine della saga, come il ramo novello di una nodosa quercia.
Nasce nel ‘25, cinque anni dopo Gilberte, ai tempi in cui nelle sere d’inverno le famiglie si radunano ancora attorno al focolare perché le stanze da letto non sono riscaldate. Cultura orale, alla quale Ulysse dovrà tutto.
Racconti, sapienze che si perpetuano, donne che filano, uomini che trafficano con gli utensili di lavoro, bambini che schiacciano noci e ascoltano i discorsi dei grandi. La montagna non è una passione: è il mestiere, punto e basta. Ma con l’orgoglio del lavoro fatto bene.
Anni Cinquanta. Gilberte è al rifugio Envers des Aiguilles, una capanna che nemmeno gli uomini vogliono gestire. Ha cominciato con poche decine di alpinisti ma in pochi anni ne ha fatto un luogo-culto, il campo base d’obbligo nel cuore del massiccio.
Ulysse la aiuta portando su di tutto. Pezzi di cemento, stanghe di ferro fino a sei metri, una cucina di novanta chili. È forte ed equilibrista insieme. Attraversa il ghiacciaio senza piccozza, supera i crepacci con piccoli salti, sale per labirinti di massi instabili.
Rifornisce il Réquin e il Couvercle. Ha uno stile speciale di portare le casse coi materiali che nemmeno gli operai riescono a spostare una volta a destinazione. Ne fa uscire bombole, legname, ferramenta, contenitori di vino fino a cinquanta litri. Nel ‘58 va a gestire il Réquin. Nel ‘61 cade per quaranta metri in un crepaccio.
Ne parla sorridendo. «Avevo l’impressione di non fermarmi mai». Finisce su una provvidenziale passerella di neve, risale un po’ e riesce a farsi buttare una corda. Vivo per miracolo.
Nel ‘64 diventa guardiano del remotissimo Couvercle, dove conosce e assiste i grandi dell’alpinismo. La sorella lo ha iniziato ai segreti dell’accoglienza. Parla alle marmotte. Adotta e addomestica una lepre bianca. Conosce re e regine in vacanza. Si diploma maestro di sci. È un francese europeo: ama gli Italiani perché in rifugio cantano, i Tedeschi per la passione montanara, gli Inglesi perché si accontentano di poco.
Solo grazie a lui molte vie estreme sono state aperte. L’alpinismo intero dovrebbe dire grazie a Ulysse, l’Atlante della Mer de Glace.
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