da Repubblica: La sentenza dell’Europa GIÙ LA MAFIA DALLE INSEGNE di Attilio Bolzoni

L’Europa fa un passo avanti che sembra piccolo ma che piccolo non è. Perché è un segnale, l’indizio di un cambiamento culturale nei confronti di qualcosa che fuori dai confini nazionali è sempre stato considerato “tipico”, “pittoresco” e soprattutto “innocuo”. Da oggi in poi quella parola non si potrà più usare per vendere un prodotto italiano, per confondere il nostro buon cibo con un marchio che evoca lutti e sangue. Utilizzare la parola “ Mafia” fra un piatto di spaghetti e una pizza è un’offesa e una vergogna. Ed è pure «contrario all’ordine pubblico».
Con una sentenza che chiude definitivamente la querelle fra lo Stato italiano e la catena di ristoranti spagnoli chiamata La mafia se sienta a la mesa ( La mafia si siede a tavola), il Tribunale europeo dichiara nulla la registrazione di quel marchio commerciale e vieta alla società che controlla gli esercizi di promuovere la mafia come «sinonimo di qualità». I ristoranti spagnoli — secondo le direttive europee — adesso dovrebbero rimuovere quelle grandi insegne con su scritto Mafia.
In un’Europa non sempre attenta alle questioni criminali soprattutto sotto forma di flussi economici — imponenti gli investimenti fatti da camorra e ‘ ndrangheta in questi ultimi anni a Madrid, in Germania, in Olanda, Belgio e in tutti i Paesi dell’Est — questa volta ha prevalso la contezza che il termine mafia non può essere associato a nulla di buono. È una battaglia che l’Italia ha vinto grazie alla presidente della commissione parlamentare antimafia Rosy Bindi che, venuta a conoscenza di quella sconcia denominazione dei ristoranti in Spagna — 36 sparsi in tutto il territorio, dall’Andalusia fino ai Paesi Baschi — ha attivato il ministero degli Esteri per far cancellare quel marchio. Ne è seguita una disputa fra ricorsi e controricorsi, fino al verdetto finale su quella parola che trasporta con sé violenza e “attività criminali che violano i valori stessi sui quali si fonda l’Unione… e ne rappresentano una minaccia seria per la sicurezza…”.
È la prima volta che, su un caso concreto, l’Europa sceglie nei fatti da che parte stare senza perdersi in chiacchiere. È un precedente importante perché in Europa sono migliaia i ristoranti e i negozi che con quel brand spacciano vestiti, gadget, panini dove Falcone e Borsellino «finiscono grigliati come salsicciotti », cd che contrabbandano canzoni sull’uccisione del generale Dalla Chiesa come « musica popolare ». Oscenità intorno a una parola che fino a qualche anno fa in Sicilia nemmeno si pronunciava ma all’estero è sempre venduta come “tradizione”.
Non c’è città europea che non abbia la sua trattoria “Il Padrino” o “don Totò” o nel menu “un rigatone alla lupara”, nomi che fanno colore ma non tengono debitamente in conto che dal 9 settembre 1982 essere mafioso in Italia è un reato e che dal 30 gennaio del 1992 — sentenza della Cassazione sul maxi processo a Cosa Nostra — la mafia è considerata un’associazione criminale e segreta. Nel febbraio 2014 Repubblicaera andata in Spagna per denunciare con un reportage e con un video l’ignominia dei ristoranti inneggianti alla mafia, esattamente quattro anni dopo l’Europa ordina la rimozione sul Paseo de La Castellana di luci al neon visibili da chilometri con quelle cinque lettere.
Non sarà certo decretata la fine delle associazioni criminali infiltrate nella penisola iberica, i boss acquartierati fra la Costa del Sol e la Costa Brava non tremeranno certo di paura per un verdetto, ma — d’ora in poi — qualcuno ci penserà su più di una volta prima di aprire una bottega e mischiare il “made in Mafia” con il “made in Italy”.
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