da Repubblica: SE PUTIN UNISCE L’OCCIDENTE di Vittorio Zucconi

Doveva essere la Russia a ricomporre almeno l’apparenza di un fronte delle democrazie occidentali e a restringere quell’oceano Atlantico che Trump stava allargando. Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania e presto Canada e persino il minuscolo Lussemburgo hanno sottoscritto o sottoscriveranno una sorta di nuovo, mini Patto Atlantico per fronteggiare quella che ormai anche Trump ha dovuto riconoscere come la nuova minaccia russa. Se per ora da questa improvvisata alleanza ad hoc sembra esclusa l’Italia – nonostante la solidarietà a Londra espressa da Gentiloni e Alfano – forse l’assenza si spiega con la totale incertezza e la confusione politica che regna a Roma, dove i due partiti vincitori delle elezioni hanno scoperte simpatie per Putin, come la Lega, o vivono di acrobazia e ambiguità, come il Movimento Cinque Stelle.
Il presunto successo internazionale di Vladimir Putin che aveva riportato Mosca al centro o non più ai margini della politica internazionale dopo lo sfascio dell’Urss e l’imbarazzante parentesi di Boris Eltsin si sta dunque rivoltando contro il nuovo zar. Putin, dall’annessione della Crimea fino all’ormai riconosciuto intervento nei processi elettorali americani attraverso gli hackers, è riuscito a fare quello che Stalin aveva fatto inghiottendo l’Europa dell’Est anche oltre le vaghe intese e sfere di influenza concordate a Yalta. Avere costretto persino Donald Trump, il candidato che aveva pubblicamente invocato l’aiuto di Putin per battere Hillary Clinton, ad ammettere le interferenze russe nella vita democratica americana, ad accettare finalmente sanzioni dalle quali aveva sempre svicolato e a unirsi all’iniziativa di Theresa May di rappresaglie per l’attacco con il gas nervino all’ex spia del Kgb a Londra conferma una storica e paradossale maledizione che colpisce la Gran Madre Russia: vincere le guerre e perdere la pace.
È come se la cronica, storica assenza di cultura e tradizione democratica in Russia aiutasse gli autocrati del momento, si chiamino Aleksandr Romanov, Josif Džugašvili Stalin o Vladimir Putin a resistere alle aggressioni militari e poi a perdere il prestigio tanto dolorosamente acquistato sui campi di battaglia. Putin aveva tutta la scacchiera a suo favore, a cominciare da un’Europa affamata di scambi commerciali fra le materie prime russe e i prodotti occidentali. Governi europei di ogni colore firmavano accordi e scambiavano cortesie, mentre le barriere della Guerra Fredda collassavano.
Ma il nuovo zar ha voluto esagerare, ha voluto stravincere. Per garantirsi nuovi successi ha brigato, come ormai riconosce anche Trump, per bloccare Hillary Clinton e favorire il candidato repubblicano, così aprendo un abisso di diffidenza e di inchieste giudiziarie nelle quali anche le più amichevoli intenzioni – e gli interessi finanziari del Clan Trump – sono sprofondati. Questa nuova mini alleanza ad hoc spinta dall’uso del gas nervino Novichok a Londra e stimolata dall’ansia della sempre più isolata Theresa May che vi ha trovato il pretesto per ricompattare l’Europa nella Psicosi dell’Orso, è il segnale di una sconfitta politica maturata ben prima del tentato omicidio di Londra e del ritorno al mondo di Le Carrè fra doppiogiochisti e infiltrati dei servizi. Avendo creato l’impressione, suffragata dalle indagini di tutte le intelligence occidentali, di aver voluto truccare le carte delle elezioni americane e di continuare nella sordida tradizione degli “affari bagnati”, gli assassinii orditi dal Kgb, Putin ha fatto quello che Trump aveva cercato di disfare con il proprio avventurismo e che May aveva fatto vacillare tagliando il cordone ombelicale con il Continente: Putin ha reinventato un Occidente che si stava perdendo e ha costretto persino Trump a ricordare che il nemico storico non è lo spettro di Obama né l’inquisitore speciale Mueller, ma è l’impero russo quando tenta di manipolare la politica interna dei Paesi liberi.
Quanto solida sia la ritrovata fermezza di Trump o l’unità delle nazione europee di fronte alla tracotanza del Cremlino e dei suoi miliardari oligarchi resta da misurare alla prova dei populismi che avanzano in Occidente e guardano, come tutti i populismi, con simpatia al mito dell’Uomo Forte al comando. Ma dopo l’effimero successo della Crimea e della guerra in Ucraina, Putin deve guardare con occhi ben aperti all’ipotesi di una nuova Guerra Fredda, che lui stesso ha alimentato esibendo – in classico stile sovietico – un nuovo supermissile inarrestabile, da Dottor Stranamore.
Se Trump rinsavirà e abbandonerà la strada della disgregazione delle democrazie occidentali accelerata dall’insensata guerra doganale lanciata con le tariffe sulla siderurgia, lo dovremo al carissimo nemico, alla Russia, eternamente condannata a crearsi i nemici che poi dovrà fermare.
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