Dal Manifesto : ECONOMIA «L’acqua in bottiglia contaminata dalle microplastiche»

Inquinamento. Uno studio Usa rivela la presenza di particelle potenzialmente nocive in 11 marche. Nella Ue non esistono prescrizioni in merito. Il polipropilene passa dai tappi o dagli imballaggi. E potrebbe finire nel fegato e nei reni

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Antonio Sciotto

EDIZIONE DEL

16.03.2018

PUBBLICATO

15.3.2018, 23:59

Nel 93% delle acque imbottigliate sono presenti particelle di plastica. Il dato, piuttosto allarmante, viene da una analisi commissionata dalla piattaforma giornalistica no profit Orb Media, di Washington, che ha preso in esame 259 bottiglie di 11 marche comprate in 9 Paesi. Lo studio sulle acque è stato condotto su mandato dell’associazione di giornalisti dall’università statale di Fredonia nello stato di New York.

Il tipo di plastica più presente è il polipropilene, materiale usato per produrre i tappi, ma sono state rilevate anche particelle di nylon e tereftalati di polietilene (Pet). Secondo la ricerca la maggior parte di queste sostanze proviene dagli imballaggi (appunto bottiglie o tappi) o dal processo industriale di imbottigliamento. Le confezioni analizzate dal team di studiosi sono state acquistate in Usa, Cina, Brasile, India, Indonesia, Messico, Libano, Kenya e Tailandia. Appartengono a marche di largo consumo – solo alcune note e diffuse anche in Italia – come Evian, Nestle, San Pellegrino, Dasani, Aqua, Gerolsteiner, Aquafina.

SULL’INGESTIONE DI microplastiche si era già pronunciata nel 2016 l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa), definendone «improbabile» la nocività, ma sottolineando la necessità di nuove ricerche. Nell’analisi condotta da Orb Media sono state rinvenute in media 10 particelle per litro delle dimensioni di 100 micron, cioè 0,10 millimetri. La presenza di tali frammenti è doppia rispetto a quella rilevata da una precedente analisi condotta su acque di rubinetto. Sono invece in media 325 le microplastiche inferiori a 100 micron reperite in ogni litro, con picchi massimi di 10 mila.

Fra le 259 bottiglie esaminate, solo 17 sono risultate completamente prive di microplastiche. Queste sostanze, spiega Orb Media, sono invisibili agli occhi, e per individuarle sono stati usati un colorante speciale, un laser a infrarossi e una luce azzurra simile a quella che si utilizza sulle scene di un crimine. Metodologie di laboratorio contestate ad esempio da Nestlé, che ha giudicato possano fornire «falsi positivi».

GEROLSTEINER, MARCA tedesca, ha a sua volta analizzato le proprie bottiglie, rilevando «una quantità significativamente inferiore di particelle rispetto a quelle calcolate nello studio» di Orb Media. Nestlé, a sua volta, ha messo sotto osservazione sei bottiglie della propria produzione, evidenziando la presenza «da zero a cinque particelle per litro». Nessuno degli altri produttori ha accettato di rendere pubbliche le analisi svolte autonomamente sulle proprie confezioni.

Ma queste microplastiche sono dannose per la salute umana? E nel caso, quanto? Orb Media spiega che non è provata una correlazione con lo sviluppo di malattie, precisando che secondo Martin Wagner, tossicologo dell’Università norvegese di scienza e tecnologia, il corpo umano in genere elimina da solo la gran parte delle particelle non digeribili. Fino al 90% della microplastica consumata potrebbe passare attraverso l’intestino senza dare problemi, dice un rapporto della Ue svolto nel 2016 sulla plastica contenuta nei prodotti ittici (altra battaglia delle associazioni ambientaliste).

PER QUANTO RIGUARDA PERÒ il 10% di microplastiche restanti, secondo uno studio Onu del 2016 alcuni frammenti compresi dai 0,11 ai 0,02 millimetri possono penetrare nel sistema linfatico dall’intestino o passare dal flusso sanguigno ai reni o al fegato. E, come nota Orb Media, lo studio condotto dall’Università di New York ha trovato microplastiche comprese entro quell’intervallo.

Anca Paduraru, portavoce per la sicurezza alimentare della Commissione europea, ha notato che se da un lato è vero che nell’Unione non sono regolate le quantità minime di microplastiche presenti nell’acqua imbottigliata – e analogamente nulla è previsto negli Usa – cionondimeno le regole Ue «dispongono che nelle confezioni non devono essere contenute sostanze inquinanti». Lo studio di Orb Media, insomma, potrebbe sollecitare Bruxelles a indagare a sua volta.

QUELLO DELLE ACQUE IN bottiglia è un enorme business, in crescita, e attualmente – concludono i giornalisti di Orb Media – muove un volume d’affari globale di 147 miliardi di dollari, in gran parte a profitto delle grandi multinazionali. Le acque confezionate sono un bene di prima necessità per circa 2,1 miliardi di persone che nel mondo non possono accedere ad acqua corrente potabile: secondo l’Organizzazione mondiale della sanità ogni giorno muoiono 4 mila bambini per malattie trasmesse da acque contaminate. Differente il discorso per chi dispone di acqua di rubinetto pulita, valida alternativa alla bottiglia.

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