Ieri il consiglio dei ministri ha approvato il Testo Unico Forestale, un aggiornamento di settore che si attendeva dal 2001. Gli ecologisti: no al taglio di alberi

L’ambiente
Ecologisti contro industriali
Un’anima divisa in due sulla legge della foresta
GIACOMO TALIGNANI
Spaccati in due dalle foreste. Ieri il consiglio dei ministri ha approvato il Testo Unico Forestale, un aggiornamento di settore che si attendeva dal 2001, necessario per mettere i paletti sul futuro dei boschi italiani che continuano a crescere e ingrandirsi, diventati perfino il doppio rispetto ai tempi dell’Unità d’Italia.
Ma sulla loro gestione gli animi del Paese si sono divisi: da una parte quello politico ed economico, che mira alla manutenzione dei boschi, a una gestione sostenibile e apre alla possibilità dei tagli di alberi di cui usare la legna nel rispetto dei vincoli ambientali; dall’altra botanici, ambientalisti e professori che chiedono a gran voce politiche di conservazione e salvaguardia della biodiversità opponendosi a possibili abbattimenti.
A far discutere è un punto particolare di questo testo di indirizzo per le Regioni che fornisce le chiavi per disciplinare interventi finanziari a sostegno delle imprese agricole e riordinare le normative per contrastare rischi idrogeologici e di incendi: ovvero la possibilità di una “gestione attiva”, in sostanza tagliare alberi dove necessario.
Con l’eccezione di Legambiente, parzialmente favorevole al decreto, la maggior parte degli ambientalisti, da Greepeace a Wwf, passando per Enpa e Lipu, si sono detti contrari al “testo taglia piante” e 264 professori universitari di botanica, zoologia, ecologia e geologia hanno sottoscritto un appello per indicare come manchino tutele basilari per la conservazione e la biodiversità. «In questo testo manca la visione di bosco» dice il biologo Luigi Boitani, fra i firmatari della lettera «e non si possono mettere davanti interessi produttivi a quelli ambientali. La mancanza del tema della biodiversità da preservare è evidente». I contrari al decreto sottolineano inoltre come questo favorisca «l’utilizzo industriale della legna nelle grandi centrali elettriche che bruciano biomasse» e per M5s si tratta di un «colpo di coda del passato governo che nulla dice per la protezione dell’ecosistema».
Ma dall’altra parte, con il plauso di Coldiretti e Federforeste che parlano di 35mila posti di lavoro in più, si è fatto un grande passo avanti: i protagonisti della filiera forestale festeggiano le nuove indicazioni che, in un Italia ricoperta per un terzo da boschi di cui più del 60% è di privati, danno ora la possibilità di una manutenzione attiva e dell’uso di quella legna intoccabile che finora ha penalizzato il Belpaese, costretto a relegarsi fra i maggiori importatori d’Europa nonostante l’enorme quantità di legna a disposizione.
«Il decreto lo dice più volte: prima l’ambiente e poi la produttività. È chiaro che nel testo ci sono tutti i vincoli per rispettare le normative di conservazione. Si vuole soltanto dare la possibilità di gestire al meglio il nostro patrimonio» spiega Raoul Romano, ricercatore di politica ed economia forestale del Crea, il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria. «Come dicevano i monaci di Camaldoli, un bosco va custodito e curato.
Ormai i boschi entrano nelle città: il testo fornisce la possibilità di gestirli in modo sostenibile.
Finalmente anche l’Italia potrà contribuire a uno sviluppo rurale laddove prima non si poteva».
Mentre gli ambientalisti lanciano petizioni e un appello al presidente Mattarella perché non firmi, un solo passaggio sembra quietare gli animi. Dopo anni di assenza e misure diverse di regione in regione, l’Italia ha finalmente un’unica definizione di bosco: è una superficie di 2000 metri quadrati con almeno il 20% di densità di alberi.

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