per Repubblica Susanna Nirestein intervista Nicole Krauss, scrittrice ed ex moglie di Jonathan Safran Foer sul suo ultimo romanzo

t e r z a p a g i n a

Il personaggio

Nicole Krauss

“Ah, se Kafka fosse stato in Israele”

SUSANNA NIRENSTEIN

Intervista di
Selva oscura, questo affascinante, pensoso, misterioso nuovo romanzo di Nicole Krauss, la scrittrice dei pluripremiati La storia dell’amore e La grande casa (tutti Guanda), è il più ebraico e il più autobiografico che abbia scritto. Spesso i suoi protagonisti sono stati ebrei ed il passato e la memoria hanno disseminato le pagine di sfide vitali, ma qui è diverso: tra i due personaggi principali — che cercano ognuno per conto suo una rinascita in Israele — c’è un’autrice famosa di 39 anni di nome Nicole, con un blocco di scrittura (l’ultimo libro della Krauss è uscito 7 anni fa), due figli (come i suoi), un divorzio recente (come quello con Jonathan Safran Foer), una storia familiare interconnessa con Gerusalemme e Tel Aviv. Dunque è lei? L’altro è Julian Epstein, uomo d’affari ricco e spregiudicato, 67 enne, anche lui ebreo e newyorkese, in piena crisi esistenziale, tutto preso a liberarsi dei suoi beni e di ogni legame, desideroso di rifondarsi, magari finanziando un film su Re David, di cui un energico chassid gli rivela che è un discendente.
C’è anche un terzo incredibile personaggio sulle pagine, Kafka, che, come un ex agente del Mossad rivela a Nicole, non sarebbe morto in Europa nel 1924, ma fuggito alla sua infelicità per approdare in Palestina reinventandosi una vita anonima da poetico giardiniere.
Romanzo coinvolgente, difficile (spesso con humour). Urge fare qualche domanda alla Krauss, che sentiamo via skype, mentre, sorridente, indossa un luminoso pullover bianco e grandi occhiali dalla montatura nera.
Mrs Krauss, in questo romanzo c’è dovunque Israele.
Cosa rappresenta per lei?
«Ha sempre rappresentato una vita alternativa, non solo fantastica, ma geografica, reale. Quattro generazioni della mia famiglia hanno in parte vissuto là, e là si sono innamorati. I miei raccontavano mille storie avvenute a Gerusalemme o Tel Aviv, e su quei luoghi ho sperimentato la mia prima immaginazione. È sempre stata una fonte di possibilità».
Il suo nome, il suo divorzio, la sua storia: come mai si è esposta così tanto?
«Mi sono sempre esposta. I quattro personaggi di La grande casa scorrevano sotto la mia pelle anche senza il mio nome. La letteratura può espanderti potentemente. Ho voluto farlo apertamente e far entrare il lettore in questo processo, senza nascondermi».
Metamorfosi e ricerca di un nuovo sé sono al centro del romanzo. Ma fino a che età un uomo può rifondarsi?
«I genitori creano una narrativa a cui vuoi e devi rimanere coerente.
Ma sappiamo anche che quella storia è troppo piccola, che dobbiamo evolvere uscendo dallo schema. Fino a quando? Fino all’ultimo giorno della nostra vita».
Molti scrittori ebrei americani ambientano romanzi in Israele, da Nathan Englander a Joshua Cohen, al suo ex marito Safran Foer. Secondo lei è Israele l’ineludibile check point attraverso cui ogni autore ebreo, ogni ebreo, oggi deve passare o arrivare?
«Israele è nato da una diaspora, un progetto che ci appartiene, ma ora è una realtà e gli israeliani stanno chiedendosi con urgenza chi sono a 70 anni dalla fondazione dello Stato, vanno avanti velocemente. E mentre il paese e il linguaggio evolvono, noi ebrei americani assimilati che abbiamo uno scarso accesso all’ebraico e non abbiamo un’esperienza stabile in Israele, vogliamo capire i nostri partner, vorremmo partecipare, ci chiediamo chi saremmo se fossimo in Israele, e soprattutto a che storia emozionale vorremmo appartenere».
Improvvisamente nel romanzo troviamo Kafka in Israele. Come le è venuta in mente questa sorpresa storica?
«( ride) Amo le sorprese. E Kafka è sempre stato un autore fondamentale per me. Questa volta, mentre ero nel deserto cercando di capire che fine avesse fatto Epstein, una notte sono stata folgorata: certo! Kafka era stato lì, aveva vissuto in Israele. D’altra parte tutta la sua storia la sappiamo così come ce l’ha raccontata Max Brod. E invece la sua infelicità fa presumere un desiderio di fuga e di ripartenza: in Israele ci sarebbe senz’altro stata la sua vita più autentica».
Lei descrive un periodo di vuoto traumatico nella vita di due persone. Poi parla del vuoto che, secondo la Cabala, Dio creò ritirandosi per dar vita al mondo. Che ruolo gioca il misticismo ebraico nella sua vita?
«Non ho un senso mistico. Trovo belli, profondi alcuni ragionamenti delle Scritture. E questa descrizione del vuoto mi ha fatto pensare alla pagina bianca, alla nostra vita, a come possiamo riempirla. Ho letto tanto per conto mio, ma non so niente di Cabala, da poco tempo partecipo però a un gruppo di studio mensile, e abbiamo un bravissimo insegnante».
Nei suoi libri ogni tanto qualcuno sparisce nel deserto.
«Il deserto è la possibilità di cancellare e mettersi in connessione con qualcosa di più interno e infinito, con qualcosa di più profondo. Lo so che talvolta qualcuno ne esce con una rivelazione mistica. Non è questo il caso. Mi connette allo stupore».
Da dove vengono le sue idee, come ha creato Epstein?
«Solo incontrandolo sulla pagina.
Non pianifico mai il mio lavoro. So che altri lo fanno. Io do forma al romanzo, ai personaggi mentre scrivo, esattamente come poi li vedrà il lettore».
Nicole Krauss. La scrittrice ebrea americana ha pubblicato in Italia
La storia dell’amore e La grande casa (entrambi da Guanda)

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