da Repubblica-Cronaca “Napoli violenta La banda dei bravi ragazzi assassini per soldi e per noia” di Irene de Arcangelis e Conchita Sannino

Una storia raccapricciante, ragazzi che uccidono per noia, e un padre che se ne lava le mani: « Un figlio viene come vuole lui, come le piante, crescono storte o dritte e tu non ci puoi fare niente » Bè, un genitore qualcosa poteva fare, altroché…
IRENE DE ARCANGELIS CONCHITA SANNINO

«Io mica avevo capito che stava morendo. Io l’ho visto buttato a terra, dopo che lo avevamo colpito con il bastone. Ma pensavo che russava».

Un’espressione indifferente negli occhi.
È con questo concetto, parola più parola meno, che L. appena quindicenne, messo alle strette, confessa l’assassinio dell’innocente vigilante commesso insieme ai due coetanei sedicenni.
Ragazzi bruciati. Vedi alla voce Piscinola, il quartiere dei grattacieli popolari tra Miano e Scampia, margine nord di Napoli, dove ci si sballa con uno spinello o sei birre.
Vivono tutti lì i tre ragazzi della banda. Di giorno a dormire, di notte a trascinarsi fino al cornetto con crema delle tre del mattino.

Senza un perché, senza un motivo. Killer per caso e per noia.

«L. distruggeva un iphone dietro l’altro», piange adesso sua zia E., al secondo piano di un palazzone popolare. Genitori separati, padre eterno disoccupato, la madre «momentaneamente in Germania» ad assistere un altro figlio, prima rovinato dalla droga, oggi operaio all’estero.
«A mio nipote non gli mancava niente — si dispera, mentre apre la porta a Repubblica la zia di L. — Venite a vedere la stanza che gli avevo fatto, il televisore con lo schermo piatto, un letto grande per lui, le sue cose, pure la mamma stava con me da quando si è separata dal marito». Qualche isolato più in là, in uno scantinato, vive il padre. Si chiama G., un ambulante da sempre, l’aria impotente.
«Un figlio viene come vuole lui, come le piante, crescono storte o dritte e tu non ci puoi fare niente. Con me lui non parlava mai, veniva solo ogni tanto a dormire, per il resto stava con la madre e la zia. Ma anche in queste settimane sembrava normale: mi ha chiesto perfino 300 euro per comprare le fedine e festeggiare l’anniversario con la fidanzata.
Non gli abbiamo fatto mai desiderare nulla».
La febbre del dare ogni cosa a ragazzi cui manca tutto.
Per gli atti firmati dal dirigente di polizia Bruno Mandato, L. sarebbe anche il più freddo e spietato. E della tragedia aveva capito tutto anche la sua fidanzatina, M. Basta affacciarsi in casa del presunto capobranco per incontrarla: una minuta e curatissima donna-bambina.
15 anni anche lei, che parla di L.
come farebbe una moglie.
«No, e chi lo lascia? Io lo vado anche a trovare al processo. So che si è accusato di tutto. Mentre qualche compagno ha detto che solo gli altri tenevano il bastone.
Fa lo spavaldo, ma è un buono. Ma hanno fatto una cosa grave». Nega. «No, la sera dopo quello che era successo eravamo andati anche al cinema a vedere Red Sparrow, quello sulle spie. L. scherzava.
Però sì, fumava qualche spinello. E quando fumava, esagerava, troppo. Mi aveva promesso che si sarebbe messo a lavorare, a fare il panettiere». La madre della ragazzina avrebbe lavato anche alcuni abiti del giovanissimo genero, nelle ore successive all’aggressione. Un caso? «Non lo so perché, so che mia madre li ha lavati perché erano macchiati, niente di male», replica ora M..
Di giorno a dormire, di notte con gli amici in strada. «Un branco di lupi contro l’agnello», commenta amaro il questore Antonio De Iesu, rievocando la scena dell’assassinio.
Stessa vita, stessi genitori separati anche per il sedicenne K. Il padre è un parcheggiatore abusivo, sua madre ha condizioni di salute precarie e vive facendo lavori di pulizia. Cinque figli in tutto: i tre minori con lei, i primi due ventenni ed emigrati, ancora Nord Europa, ancora operai. Tutti nello stesso palazzone di L., stesso inferno fatto di vuoto, playstation e smartphone, solo sessanta scalini più su. La madre di K. ha il volto provato, si chiama E., un’amica la sta rincuorando mentre lei cucina e sta accanto all’altro figlio, il gemello di quello che è appena andato in galera.
«Ho detto a mio figlio che ora non mi vedrà più — dice la mamma di K. — Non ha voluto studiare, lo stavo mandando in Germania a lavorare. l’unico modo per salvarsi». Mostra dal pc un ticket: «Qui c’è il biglietto telematico: giovedì doveva partire. Per pochi giorni si è distrutto la vita. Ma anche se non ci credo che ha colpito con il bastone, quello che ha fatto lo deve pagare. Siamo modesti ma non abbiamo mai ucciso nessuno, sto male pensando alla famiglia di quel povero cristo morto».
Il terzo, l’altro sedicenne, C,, è stato riconosciuto nei video perché claudicante. «Mi ci sono ritrovato, non ho fatto niente, ho visto e basta».
Eppure C. aveva un sogno a portata di mano: terzino, promessa della “Brothers” di Chiaiano, stava per ottenere un contratto con una squadra.
Il padre è un imbianchino, è corso in questura alle 6, gli abiti sporchi di fatica del cantiere.
«Veramente mio figlio ha fatto questo? Ditemi che non è vero».
Eppure, proprio lui che si chiama fuori dall’esecuzione dell’assassinio, sul profilo Fb postava pensieri che mettono brividi. Inneggiava a Totò Riina: «Certe cose prima si fanno e poi si dicono… R.I.P Zio Totò».
E ancora, a dicembre: «Un leone non si preoccupa del parere delle pecore». O ancora: «Meglio essere forti che carini e inutili». Oppure: «Se non giochi col fuoco morirai di freddo». C’era posto anche per la celebrazione di un suo “mito”, il napoletanissimo Armando Izzo (del Genoa), con il racconto a modo suo del riscatto: «Sono ignorante e non me ne vergogno», lo citava C. Per l’accusa, giorni dopo hanno versato il sangue di un innocente. Neanche quello ha lasciato vergogna.
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  1. Una storia raccapricciante, ragazzi che uccidono per noia, e un padre che se ne lava le mani: « Un figlio viene come vuole lui, come le piante, crescono storte o dritte e tu non ci puoi fare niente » Bè, un genitore qualcosa poteva fare, altroché…

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