l'inchiesta del New York Times https://www.nytimes.com/2018/03/17/us/politics/cambridge-analytica-trump-campaign.html?hp&action=click&pgtype=Homepage&clickSource=story-heading&module=first-column-region&region=top-news&WT.nav=top-newsl'inchiesta del New York Times https://www.nytimes.com/2018/03/17/us/politics/cambridge-analytica-trump-campaign.html?hp&action=click&pgtype=Homepage&clickSource=story-heading&module=first-column-region&region=top-news&WT.nav=top-newsl'inchiesta del New York Times https://www.nytimes.com/2018/03/17/us/politics/cambridge-analytica-trump-campaign.html?hp&action=click&pgtype=Homepage&clickSource=story-heading&module=first-column-region&region=top-news&WT.nav=top-news

Importante, da leggere!! da Repubblica-MONDO Lo scandalo inglese dei profili Fb “Trump, la Brexit e anche l’Italia: così la Rete influenzava le elezioni” di Enrico Franceschini

https://www.youtube.com/watch?time_continue=336&v=FXdYSQ6nu-M
Christopher Wylie, who worked for data firm Cambridge Analytica, reveals how personal information was taken without authorisation in early 2014 to build a system that could profile individual US voters in order to target them with personalised political advertisements. At the time the company was owned by the hedge fund billionaire Robert Mercer, and headed at the time by Donald Trump’s key adviser, Steve Bannon. Its CEO is Alexander Nix How Cambridge Analytica turned Facebook ‘likes’ into a lucrative political tool View the video at https://www.theguardian.com/uk-news/v…

da Repubblica-L’agenzia Cambridge Analytica avrebbe trafugato informazioni di 50 milioni di utenti per condizionare il voto

Dal corrispondente di Repubblica a Londra, Enrico Franceschini

L’accusa è di avere rubato 50 milioni di profili da Facebook e di avere usato queste informazioni riservate per influenzare elezioni dall’America all’Europa, da Trump alla Brexit e oltre. Sul banco degli imputati c’è Cambridge Analytica, la società inglese di analisi di “big data” che da qualche anno ha ottenuto un’attenzione spropositata: c’è chi la ritiene il Grande Fratello orwelliano in grado di controllare il mondo e chi la paragona a fenomeni anticipati dalla fiction televisiva House of cards, in cui il presidente degli Stati Uniti raccoglie voti manipolando gli elettori con una propaganda personalizzata a base di illeciti programmi di software.

Schermata 2018-03-18 alle 08.01.45
l’inchiesta del New York Times https://www.nytimes.com/2018/03/17/us/politics/cambridge-analytica-trump-campaign.html?hp&action=click&pgtype=Homepage&clickSource=story-heading&module=first-column-region&region=top-news&WT.nav=top-news

A rivelare che quella fantasia potrebbe essere diventata realtà è ora un’inchiesta dell’Observer e del New York Times, frutto delle confessioni dall’interno di un ex- dipendente della Cambridge.

E a confermare indirettamente che nelle rivelazioni c’è come minimo qualcosa di vero contribuisce Facebook: che ieri ha sospeso l’account di Cambridge Analytica per avere “ ingannato” il social network e violato le politiche di gestione dati degli utenti. Sembra un fanta-thriller, invece è una faccenda che potrebbe finire in tribunale. Con conseguenze che arrivano fino alla Casa Bianca: Steve Bannon, a lungo stretto consigliere di Trump, nel 2014 dirigeva Cambridge Analytica, il cui proprietario è il miliardario americano Robert Mercer, sostenitore di campagne e candidati conservatori o di destra in tutto il mondo. L’inchiesta dell’ex- capo dell’Fbi Robert Mueller sul Russiagate, da cui dipende la possibilità di un impeachment contro Trump, gira anche attorno al lavoro di questa società, il cui ruolo misterioso era stato considerato finora esagerato, anche dalla stessa Cambridge Analytica per ragioni promozionali, ma forse non lo è poi così tanto. E la vicenda ha echi anche in Italia: la Cambridge Analytica afferma per prima sul proprio sito di essere stata ingaggiata nel 2012 da un «partito italiano che vanta i suoi ultimi successi negli anni ’ 80 » e che grazie ad essa avrebbe ottenuto risultati al di là delle sue aspettative. Intervistato un anno fa daRepubblica, Alexander Nix, l’ad di Cambridge Analytica, ammetteva di avere lavorato con politici del nostro paese, rifiutando di rivelarne i nomi.
https://www.youtube.com/watch?time_continue=336&v=FXdYSQ6nu-M
Christopher Wylie, who worked for data firm Cambridge Analytica, reveals how personal information was taken without authorisation in early 2014 to build a system that could profile individual US voters in order to target them with personalised political advertisements. At the time the company was owned by the hedge fund billionaire Robert Mercer, and headed at the time by Donald Trump’s key adviser, Steve Bannon. Its CEO is Alexander Nix How Cambridge Analytica turned Facebook ‘likes’ into a lucrative political tool View the video at https://www.theguardian.com/uk-news/v…
Confessa all’Observer l’autore della soffiata, Christopher Wylie: « Abbiamo sfruttato Facebook per raccogliere i profili di milioni di persone. E abbiamo costruito modelli per sfruttare quello che sapevamo su di loro e per prendere di mira i loro demoni interiori. Questa era la base su cui era fondata l’intera azienda » . Una tecnica che gli esperti chiamano “ psicografica”. Verso la fine del 2015 Facebook aveva scoperto che i suoi dati erano stati trafugati in massa, ma non avvertì i suoi utenti e intraprese soltanto misure limitate per recuperare e proteggere le informazioni personali di oltre 50 milioni di individui. Cambridge Analytica era già stata messa sotto inchiesta anche in Gran Bretagna per la parte che ha svolto nel referendum sulla Brexit a favore dell’uscita dall’Unione Europea. « Usiamo dati per cambiare il comportamento dell’audience», afferma la homepage di Cambridge Analytica.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Un pensiero su “Importante, da leggere!! da Repubblica-MONDO Lo scandalo inglese dei profili Fb “Trump, la Brexit e anche l’Italia: così la Rete influenzava le elezioni” di Enrico Franceschini

  1. un bel commento alla notizia di Michele Ainis, costituzionalista, sempre su Repubblica:

    18/3/2018
    COMMENTI
    Internet e mondo digitale
    QUESTA NON È DEMOCRAZIA
    Michele Ainis
    C’era una volta, come nelle fiabe, un paradiso tecnologico. C’era un luogo di libertà, anche se in effetti si trattava di un non luogo, d’uno spazio immateriale esteso quanto il mondo. E in quello spazio gli uomini potevano finalmente stabilire relazioni orizzontali, senza padroni, senza gerarchie. In origine, Internet è stato tutto questo. Niente dogane, né censure, né controlli di Stato lungo i suoi mille sentieri. Perché dopotutto era ciascuno di noi, lo Stato. E al contempo ciascuno diventava fonte e destinatario di notizie, autore e lettore, consumatore e imprenditore, elettore ed eletto. L’eguaglianza perfetta nella più totale libertà. L’utopia di Tommaso Campanella, una nuova Città del Sole. Ma anche di Kant, con la sua pace perpetua. Giacché la guerra non può mai attecchire se attecchisce la comunicazione universale, il reciproco parlarsi e ascoltarsi.
    Quando è evaporata l’illusione? Forse quando Google ha rovesciato le proprie strategie. All’inizio s’apriva a tutti i siti, ti trasportava ovunque, senza distinguere tra periferie e cattedrali. Così dichiarava nel 2004 il suo co-fondatore, Larry Page: «Noi vogliamo che veniate da Google e troviate rapidamente ciò che cercate. A quel punto, saremo felici di dirigervi su altri siti». Adesso, però, se chiedi chi sia il miglior pediatra di New York o il ferramenta più fornito di Milano, trovi una risposta sola. La risposta riflette un’opinione, un punto di vista soggettivo, però ha l’effetto di sbarrare il traffico verso le altre destinazioni della Rete. Sicché quest’ultima, da struttura aperta e pluralistica, si è trasformata in un microcosmo chiuso, dove lo sguardo corre in verticale, non più in orizzontale. Ed è uno sguardo stretto, limitato, dal momento che il 91,5% degli utenti di Google si ferma alla prima pagina. Succede lo stesso nel giardino di Facebook, di Twitter, di Instagram: tutti i contenuti di terze parti devono passare attraverso la loro intelaiatura. Da qui il potere economico, politico, sociale dei Big Data.
    Ma da qui pure una restrizione dei nostri orizzonti democratici, delle nostre relazioni come cittadini della polis. La chiamano bubble democracy, la democrazia della bolla: un sistema dove le correnti d’opinione si muovono in sciami dalle traiettorie imprevedibili e cangianti, alimentati per lo più da una carica di risentimento, non dal sentimento. E allora ecco gli hate speech, parole violente come spari, che deflagrano ai quattro angoli del web. Ecco le fantasie di cospirazioni, di complotti, che incattiviscono le nostre relazioni, che propagano il sospetto, una reazione difensiva e al contempo offensiva contro i fantasmi della nostra società. Ed ecco, in ultimo, il doppio paradosso della democrazia elettronica. Perché dispensa libertà pubbliche e controlli privati: una «schizofrenia tecnologica», come diceva Stefano Rodotà. E perché le libertà non hanno contrappesi, evocando perciò l’ammonimento di Platone: «Dalla somma libertà viene la schiavitù maggiore e più feroce».
    Sta di fatto che la tecnologia — nonostante ogni apparenza — esprime una vocazione autoritaria, non libertaria. Uno smartphone, per esempio, è semplice da usare. Così pure un lettore di e-book, il navigatore montato sulle nostre autovetture, la PlayStation. Tutti i nuovi dispositivi elettronici fanno a gara per rendere il loro uso sempre più intuitivo, più immediato, come i giochi dei bambini; e su tale qualità si decide la competizione fra le aziende produttrici. La democrazia, viceversa, è una creatura complicata, con le sue lungaggini, con le procedure parlamentari o giudiziarie da cui scaturiscono decisioni sempre revocabili, sempre esposte a un’altra ripartenza. Talvolta troppo complicata, è vero, specialmente alle nostre latitudini; tuttavia ovunque nel mondo gli adolescenti possono usare il tablet, però non possono votare.
    Da ciò un elemento di frizione, se non d’antagonismo, fra democrazia e innovazione tecnologica; da ciò, forse, un inquietante corollario. Ossia il successo globale dei movimenti populisti, delle strategie politiche semplificanti, delle scorciatoie decisioniste. Sarà una coincidenza, però la democrazia non è mai stata così fragile come da quando siamo tutti connessi con un clic. Giacché la tecno-scienza sta modificando le nostre strutture mentali, oltre che la cultura collettiva. Ci abitua a soluzioni rapide, a risposte semplici anche dinanzi ai problemi più complessi. Ma vale pur sempre il vecchio monito di Montesquieu: «Il tiranno pensa innanzitutto a semplificare le leggi».
    Insomma, il paradiso promesso dalla Rete rischia di dimostrarsi simile all’inferno, come emerso con lo scandalo dei profili Facebook violati da Cambridge Analytica, la società che ha spinto l’elezione di Donald Trump. Nel frattempo cadono una a una le illusioni con cui quel paradiso ci era stato annunziato. Non è vero che il web sia l’arma che ci difende dal potere, perché quest’ultimo se ne serve meglio e di più rispetto ai cittadini: per esempio attraverso l’e- government, con cui il potere esecutivo si rafforza, marginalizzando il Parlamento. E non è vero che Internet consenta la massima partecipazione democratica nella selezione (ed eventualmente nella revoca) dei rappresentanti popolari. O meglio, consente la partecipazione, ma talvolta a scapito della democrazia. Giacché quest’ultima si nutre di procedure, di garanzie formali che mancano del tutto quando l’agorà si trasforma in tribunale, come le plebi radunate al Colosseo rispetto al gladiatore sconfitto. Tocqueville paventava la dittatura della maggioranza, quale massimo rischio delle democrazie moderne. Qui e oggi, viceversa, il pericolo concreto consiste nella dittatura della minoranza.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...