da Rep.-Ambiente: L’Oceano minacciato Quell’isola di plastica ormai è un continente di ELENA DUSI,

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La “pesca” Nell foto, il contenuto di una rete trascinata lungo l’isola di plastica dalla fondazione Ocean Cleanup
ROMA
La cassetta per bottiglie rossa galleggia nel blu delle onde. I ricercatori della fondazione olandese Ocean Cleanup la raccolgono fra California e Hawaii, trovando ancora impressa la data di produzione: 1977. È rimasta intatta, come molti dei rifiuti analizzati nella più ampia perlustrazione di quella che viene chiamata “ l’isola di plastica del Pacifico”. I risultati sono pubblicati oggi su Scientific Reports.
Non si tratta esattamente di un’isola: non ci si può camminare sopra. È piuttosto una zuppa in cui galleggiano 1,8 trilioni di frammenti di plastiche varie, 80mila tonnellate in totale, intrappolate e trasportate dalle correnti oceaniche in un’area ovale di 1,6 milioni di chilometri quadri: tre volte la Francia. La rilevazione precedente, che risale al 2014, aveva misurato una massa di spazzatura pari a un sedicesimo di quella odierna.
L’isola, o zuppa che dir si voglia, non è aumentata di superficie.
Piuttosto si è addensata ( e chissà che un giorno non ci si riesca davvero a camminare sopra), passando da 400 grammi al chilometro quadro negli anni Settanta ( quando la discarica del Pacifico venne studiata per la prima volta) a 1,23 chili nel 2015.
Come per la cassetta rossa del ’ 77, così avviene per gli altri rottami di plastica gettati in mare ( 8 milioni di tonnellate all’anno, si stima): nel vortice del Pacifico si entra, ma non si esce. Su 50 residui che permettevano di risalire alla data di produzione, oltre a quello del ’ 77 ce n’erano 7 degli anni Ottanta, 17 degli anni Novanta, 24 degli anni 2000- 2009 e uno del 2010.
« Parliamo di materiali che spesso per degradarsi impiegano centinaia di anni. Noi li produciamo in massa da circa cinquant’anni. Questo dovrebbe darci un’idea del futuro che ci attende » spiega Stefano Aliani, ricercatore dell’Istituto di scienze marine del Cnr, specializzato nel monitoraggio delle microplastiche nel Mediterraneo.
E dire che l’analisi di Ocean Cleanup si è fermata alla superficie. Le sue reti hanno raccolto soprattutto rifiuti in polietilene e polipropilene. Il resto ( il 40% della plastica che produciamo) è più denso dell’acqua e destinato a finire negli abissi, sfuggendo ai nostri conteggi ma non alla catena alimentare. Frammenti di questo materiale sono stati trovati in Artide, Antartide e in fondo alla Fossa delle Marianne, nel plankton, negli stomaci dei pesci e in quelli del 90% degli uccelli marini. La ricerca di Ocean Cleanup mette in guardia contro gli effetti nocivi dei residui più piccoli, che degradati dai raggi ultravioletti del Sole e dal moto delle onde si sbriciolano in particelle sempre più pervasive.
« Ma in realtà tutti i residui sono pericolosi » sostiene Aliani. « Una tartaruga può essere soffocata da un sacchetto, il plankton da una microplastica, un cetaceo avvelenato dagli inquinanti chimici che con quel frammento di spazzatura si sono combinati » . L’“ isola” tra California e Hawaii è solo la più grande fra le cinque sparse negli oceani. Una di esse ( ovviamente più piccola, ma con concentrazioni addirittura superiori rispetto a quella del Pacifico) si trova fra Corsica e Toscana. « Dove le correnti provenienti dall’Atlantico incontrano quelle del Tirreno » spiega Aliani. « Tutto il Mediterraneo, che è un mare con un ricambio assai scarso, è toccato gravemente da questo tipo di inquinamento » .
Dopo aver attraversato la zuppa del Pacifico in lungo e in largo con 18 imbarcazioni che trainavano reti di superficie, la Ocean Cleanup ha completato la sua perlustrazione con due voli aerei, per catturare con sensori Lidar e telecamere a infrarossi i frammenti più grandi di mezzo metro ( quelli che secondo lo studio olandese rappresentano il 53% della massa della zuppa). Un metodo simile – ma questa volta usando i satelliti della flotta Sentinel – sta per essere messo a punto dall’Agenzia spaziale europea. Il progetto “ Remote Sensing for Marine Litters” è coordinato dallo scienziato italiano Paolo Corradi. Finora i satelliti avevano ricostruito le correnti oceaniche e i vortici che intrappolano i frammenti di spazzatura, ma non di misurare la densità di una zuppa che, si teme, diventerà presto evidente anche dallo spazio.
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