da Rep.: SE LA UE PAGA LE ARMI DELLA TURCHIA Marco Ansaldo

Sì all’erogazione alla Turchia della seconda tranche di fondi — altri 3 miliardi di euro — per contenere e aiutare i migranti che premono alla frontiera d’Europa. Ma con l’obbligo per Ankara, condannata per le «azioni illegali nel Mediterraneo e nel Mar Egeo», di «rispettare la legge internazionale e i rapporti di buon vicinato, normalizzare le relazioni con tutti gli Stati membri inclusa Cipro», invitandola a «una soluzione veloce e positiva delle questioni attraverso il dialogo». Insomma, un buffetto sulla guancia per Recep Tayyip Erdogan quello dato dal Consiglio europeo appena concluso a Bruxelles. Un gesto fatto di parole anche ferme, comunque respinte da Ankara che strilla di «critiche inaccettabili», ma recepito in realtà dai turchi come lieve rispetto all’entità della somma che sta per arrivare nelle loro casse.
Nessuno ha dubbi che da quando l’intesa è entrata in vigore nel 2016 il fenomeno migratorio sia stato, a ragione o no, fermato. E che per molto tempo la Turchia sia stata lasciata sola a gestire una massa di profughi, in maggior parte siriani, che di anno in anno si sono riversati sul suo territorio raggiungendo ora la ragguardevole cifra di 3,8 milioni.
In un Paese di nemmeno 80 milioni quei rifugiati significano addirittura il 5 per cento in più degli abitanti. Nessuno Stato ha mai sopportato un peso simile.
Le perplessità riguardano piuttosto la certezza sulla gestione di questo enorme flusso di danaro sborsato dai singoli Stati europei. L’Italia, ad esempio, è chiamata a versare 225 milioni di euro. L’inchiesta deL’Espresso, svolta con un pool investigativo internazionale, rivela che l’Unione europea ha già dato alla Turchia quasi 100 milioni di euro per comprare mezzi corazzati. Lo ha fatto nel pieno controllo delle frontiere, dotandosi dei fondi anti-profughi, ma Bruxelles non è in grado di sapere se questi mezzi — a prova di mina e dotati di apparati per stanare i cecchini — siano stati per caso usati nella presa di Afrin, l’enclave curda in Siria conquistata dall’esercito turco.
Uno di questi contratti risulta assegnato alla fabbrica bellica di un parlamentare del partito conservatore di origine religiosa fondato da Erdogan.
Proprio in questa area Ankara ha in mente due fasi. Da un lato, far tornare i profughi siriani, riportandoli nelle zone liberate militarmente, come in quella appena sgomberata di Afrin e nelle altre città in procinto di essere attaccate.
Dall’altro, proseguire la guerra contro i gruppi che considera terroristi (le unità curde) e jihadisti, rafforzando le milizie siriane ribelli sue alleate.
Una determinazione che la sta portando a stracciare l’altolà americano sull’intoccabilità dei combattenti curdi, ritenuti da Washington invece essenziali (vedi Kobane) nella lotta all’Isis.
Bene allora ha detto al vertice il premier greco Alexis Tsipras: «Dobbiamo essere molto diretti con la parte turca sui loro obblighi, specialmente sul rispetto della legge internazionale». La riunione di Bruxelles si sposta adesso lunedì a Varna, sul Mar Nero, nella Bulgaria presidente europea di turno, con il summit diretto fra Ue e Turchia e la definitiva luce verde all’erogazione della somma pattuita.
Erdogan annuncia la sua presenza e già batte cassa: «Non continuate a ritardare, dateci i soldi». Il mantra che risuona ad Ankara è pacta sunt servanda. Giusto.
Però occorre vincolare il Sultano non con semplici parole, ma con i fatti, costringendolo a impegni concreti e soprattutto verificabili. Arrivando magari a usare gli stessi codici comportamentali e un atteggiamento altrettanto duro. Pena il non rispetto, dalla controparte turca.

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