da La lettura: « Il sogno di chiamarsi Isabel » di Teresa Ciabatti

«Ho dovuto abortire quattro volte, il prossimo spero che me lo facciano tenere», dice Jessica, 23 anni, nigeriana. Tiene le gambe incrociate sul letto matrimoniale, un pupazzo di peluche tra le braccia. Da due anni a Castel Volturno, Jessica vive in una Connection House a Baia Verde. Le Connection House sono il centro della vita della comunità africana, accesso vietato ai bianchi: qui si può mangiare cibo africano, ascoltare musica africana, discutere di affari (non solo) africani, e fare sesso con le ragazze (solo) africane. Il tutto per pochi euro (cinque di pranzo + cinque di sesso). Questo succede nelle decine di case sulla litoranea da Mondragone a Lago Patria passando per Castel Volturno. Un territorio di venticinquemila abitanti regolari, più venticinquemila clandestini. È in questa terra che Edoardo De Angelis sta girando il nuovo film, Il vizio della speranza, storia di Maria (interpretata da Pina Turco) che prende ispirazione dalle vicende reali di molte ragazze di qui. Dopo Perez, dopo Indivisibili, De Angelis torna a girare a Castel Volturno. «Tutto quello che riguarda gli esseri umani qui avviene nella sua forma più estrema», dice il regista che stavolta racconta la cosa più antica: nascere. Perché nascere a Castel Volturno è diverso che nascere in qualsiasi altro luogo d’Italia. Qui nascere è un privilegio di per sé, come racconta la storia di Jessica, costretta dalla sua madame ad abortire quattro volte.

«Una ragazza incinta non frutta niente alla madame », spiega Daniel, 32 anni, nigeriano, da tre anni collaboratore di giustizia (uno dei pochi a conoscere venticinque dialetti africani e a poter tradurre le intercettazioni). «Ti strappano il bambino dalla pancia, o ti danno un composto di erbe e pillole che dopo due ore ti fa partorire il bambino morto». Ma esiste anche la possibilità di farlo nascere (il film di De Angelis racconta proprio questo): «Alcune madame — continua Daniel — fanno nascere i bambini per venderli, oppure per l’espianto di organi» (l’espianto di organi su neonati torna nelle parole di molti intervistati). Sergio Nazzaro nel volume Castel Volturno (Einaudi, 2013) ha così raccolto la testimonianza di Antonio, capitano dei Ros: «Sai quanti bambini ci sono in Africa senza genitori, abbandonati? Troppi. Li portano in Italia e scompaiono nel nulla. La stessa cosa sta succedendo con i ragazzini afghani. Gli orfani di guerra sono centinaia. Entrano in Europa e se ne perdono le tracce (…). Si possono solo fare congetture: i nigeriani vogliono i soldi. A loro basta quello. Il traffico più redditizio è quello che viene sfruttato di più. La prostituzione alimenta il traffico di droga, la droga alimenta la prostituzione. Circoli perfetti che si nutrono a vicenda. Ma forse hanno scoperto che la prostituzione infantile rende di più. La vendita degli organi può rendere di più. E alimentare gli altri affari. Cerchi che si allargano. Non hanno problemi di carattere morale».

Alla Connection House, sulla mensola della cucina di Jessica c’è scritto: Up your miracle is on the way, il tuo miracolo sta arrivando.

Il primo miracolo è quello di riuscire a pagare il debito. Daniel spiega a «la Lettura» i passaggi della tratta delle ragazze: per duemila euro la madame — zia, nelle intercettazioni — compra una ragazza che prima di partire è sottoposta al rito voodoo:

«Davanti allo stregone — sempre Daniel — t’impegni a comportarti bene, t’impegni a pagare il debito, t’impegni per tutto. Se non paghi, per esempio fuggi, cerchi di fuggire, uccidono te e tutta la tua famiglia in Africa. Tu sarai l’ultima a morire, prima vedrai morire padre, madre, fratellino, sorellina. In quest’ordine. Poi tocca a te».

Per molte ragazze il primo rito voodoo consiste nell’infibulazione — continua Daniel — perché poi c’è il secondo, in Italia.La Lettura

A eseguirlo sono sempre gli stregoni che a Castel Volturno sono cinque. «Li riconosci perché girano scalzi anche d’inverno, sul ghiaccio». Una volta arrivate in Italia, alle ragazze viene sottratto ogni documento d’identità. Sarà restituito solo a debito estinto. Un debito che ammonta a trentamila euro, ma che le altre spese — posto letto, bombola del gas, luce — possono far arrivare anche a cinquantamila.

Sarai parrucchiera, estetista, attrice — viene promesso alle ragazze prima del viaggio. Farai la bella vita — le incantano — c’è il mare, avrai vestiti e profumi.

Ma all’arrivo le ragazze capiscono che per ripagare il debito c’è soltanto una possibilità: prostituirsi. Così rimandano il sogno — parrucchiera, estetista, attrice un giorno — a quando saranno libere, a debito saldato.

In genere impiegano due anni a estinguerlo, trentamila euro in due anni, qualcuna particolarmente volenterosa anche meno, come Isabel, 27 anni, ghanese, che restituisce i soldi in poco più di un anno. «Ma siccome era la gallina dalle uova d’oro — racconta Lady, 32 anni, eritrea — la madame non voleva liberarla. Litigano, si picchiano, arriva la polizia che arresta la madame. Isabel fugge in Spagna per fare davvero la parrucchiera. Dopo pochi giorni la madame è di nuovo fuori, e dopo un anno anche Isabel è di nuovo a Castel Volturno, non è riuscita a fare la parrucchiera, così torna a prostituirsi, ma stavolta in proprio».

Up your miracle is on the way.

Poi c’è questo caso di una madame di 28 anni che ha comprato in Africa la sorella e l’ha portata qui. Ci sono anche madre e figlia a Castel Volturno. Una madame che ha comprato la madre. Nessun trattamento speciale per sorelle e madri, anche loro, al pari delle altre, devono estinguere il debito. L’unico privilegio, dal momento che sono persone fidate, è quello di poter battere direttamente sulla Domiziana, racconta Gianni, 65 anni, fotografo.

Gianni — a journalist delle foto, nelle intercettazioni — è uno dei bianchi più inseriti nella comunità africana, uno dei pochi a poter entrare nelle Connection House. Fotografo di matrimoni, quindici anni fa scopre la Domiziana. «Ogni giorno percorro la stessa strada, perché ogni giorno nello stesso luogo le cose cambiano», dice. E ancora: «Quando mi chiedono perché non me ne vado, perché non vado all’estero, io rispondo: l’estero è qui». Gianni conosce bene il territorio. Scritti a penna su un foglio conserva nome, telefono e zona di lavoro di un centinaio di ragazze. «La schedatura di due chilometri di Domiziana», spiega.

«Negli ultimi tempi la richiesta è cambiata. Fino a quattro anni fa c’erano ragazze dai venti ai trent’anni, ora ci sono bambine dai dodici ai sedici».

Isabel (un’altra Isabel), 19 anni, nigeriana, racconta quello che succede alle ragazze che arrivano qui ancora vergini.

«La madame ti entra dentro col banano, il platano ricoperto di preservativo. Se ti ribelli, vieni violentata; se provi a reagire, vieni violentata».

Ma c’è anche gentilezza, precisa Isabel. Non sembra, ma giura che c’è. Giura che le ragazze violentate vengono accudite con impacchi e acqua calda. Giura che nelle Connection House c’è affetto. «Fra di noi almeno — sempre Isabel — ci trucchiamo, ci facciamo le treccine, perché purtroppo poche possono permettersi le parrucche belle». I veri oggetti del desiderio: parrucca e peluche. Un pupazzo da tenere sul letto, e abbracciare di notte. «Siamo sole, senza fidanzati, senza genitori, non possiamo dare amore a nessuno», aggiunge Jessica.

Il problema sono i soldi a disposizione: poiché l’intero guadagno va alle madame, a loro rimane poco. Venti euro con i quali comprare biancheria intima e indumenti per il lavoro. «Puoi metterci anche un anno prima di poterti comprare un pupazzo, e quello è un momento di tanta felicità» ancora Jessica, mentre accarezza il suo peluche come un animaletto vivo, o un neonato.

Le ragazze in strada guadagnano di più, venti euro a prestazione.

È Gianni a raccontare la differenza tra ragazze della Connection House e ragazze sulla Domiziana: «Quelle della House sono solo per neri. Quelle della Domiziana anche per bianchi. Le ragazze della Domiziana sono più attraenti, hanno parrucche, e leggings di colori sgargianti per essere viste da lontano, per essere avvistate».

Isabel (la terza Isabel), 21 anni, sudanese, si trucca tutte le mattine di bianco. Solo il viso, il resto lo lascia nero. Poi indossa una parrucca a volte mora, a volte bionda:

«I miei clienti vogliono farlo con Barbie», rivela.

Ogni prostituta indossa vestiti sempre dello stesso colore, una specie di divisa, per essere identificata più facilmente. Allora c’è quella del rosso, quella del giallo, del viola, e così via. «Un sabato sera — aggiunge Gianni — su un chilometro di Domiziana ho contato quarantasette ragazze».

«La maggior parte dei clienti vengono da fuori — racconta Isabel —. Ci sono quelli fissi, che scelgono sempre te, poi ci sono i papagiro, quelli che ogni sera cercano una diversa. Fanno chilometri, avanti e indietro, avanti e indietro, prima di scegliere».

I rapporti vengono consumati nelle villette a ridosso della Domiziana — quelle che un tempo, negli anni Settanta, erano le case di villeggiatura della borghesia napoletana. Un italiano che chiede di rimanere anonimo dice: «Tutte queste case affittate sono di italiani. Vanno al Comune, le dichiarano inagibili, poi ci mettono la bombola del gas, e fanno l’allaccio abusivo. Così affittano senza spese, e senza tasse». Quello degli affitti è un mercato che frutta molto ai bianchi, ecco perché a Castel Volturno c’è armonia fra bianchi e africani. Una palazzina di due o tre piani può rendere cinquemila euro di nero al mese.

Da quando Castel Volturno è diventata l’Africa italiana?

Ad ascoltare gli intervistati, e in base al libro di Sergio Nazzaro, dopo la Strage di San Gennaro. 18 settembre 2008, quasi dieci anni fa: un commando del clan dei Casalesi uccide sei africani. L’allora ministro degli Interni, Roberto Maroni, manda l’esercito. In pochi mesi il clan è annientato. A questo punto la zona tra Mondragone e Lago Patria è terra di nessuno.

Brian, ghanese, 41 anni — ex marito, nelle intercettazioni — anche lui collaboratore di giustizia, spiega l’organizzazione dei nigeriani, la divisione in fraternity: «I Black Eye, i più violenti e i più antichi insieme ai Black Axe, che sono a Castel Volturno da trent’anni. Poi ci sono

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3 pensieri su “da La lettura: « Il sogno di chiamarsi Isabel » di Teresa Ciabatti

  1. Come sempre, il problema è “la domanda “…..per le connection house mi viene in mente una soluzione drastica in stile leghista, ma a mente fredda non è possibile dopo AVER SAPUTO far finta di non sapere cosa succede là dentro… e i corpi fatti a pezzetti e dati in pasto ai cani… magistratura e forze dell’ordine DEVONO INTERVENIRE

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