Repubblica-TERZAPAGINA Ritorni editoriali Bestseller per sempre «La vera storia nascosta dietro “Love Story” » di IRENE BIGNARDI

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Il film Una scena di Love Story (1970), il film diretto da Arthur Hiller tratto dal romanzo di Segal. I protagonisti sono Ali MacGraw e Ryan O’Neal
Capita (raramente ma capita) che la storia “dietro” il film sia avventurosa e avvincente come la storia “nel” film. È successo mezzo secolo fa a uno studioso di letterature e lingue classiche, tra cui l’ebraico, figlio di un importante rabbino, laureato a Harvard e professore a Yale, Harvard, Princeton, e al Wolfson College di Oxford, che coltivava, assieme al gusto per le belle lettere, la passione per la scrittura narrativa. E che era riuscito a farsi conoscere anche nel mondo del cinema scrivendo tra l’altro la sceneggiatura di un classico di quegli anni avventurosi, Yellow Submarine.
Correva il fantasioso e rivoluzionario 1968 e lo studioso, che si chiamava Erich Segal, si divertì molto con i Fab Four e con i Blue Meanies (i mostri umanoidi blu) del bel cartone animato dei Beatles. Così tanto che decise di dedicare le vacanze di Natale di quell’anno a scrivere una storia d’amore, appunto, Love Story,ora ripubblicato da Sperling & Kupfer (pagg. 228, euro 15,90, traduzione di Maria Gallone) con una copertina che ammicca a un nuovo pubblico di giovani.
Un romanzo classico, in un certo senso, che utilizzava e aggiornava la formula “boy meets girl”, aggiungendo, a dare pathos e profondità alla storia, il terzo elemento, la morte. Un romanzo la cui scrittura procedette in quelle vacanze di Natale di pari passo con la lavorazione del film che una grande casa di produzione, la Paramount, aveva immediatamente deciso di realizzare con due giovanissimi attori, la bella e passionale Ali MacGraw e il bambolotto Ryan O’ Neal, destinati fare carriera, lei nelle rubriche di pettegolezzi per il suo amore con Steve McQueen, lui come discutibile interprete di Barry Lyndon di Stanley Kubrick.
Fu così che un anno dopo, a una velocità inconsueta per il sistema hollywoodiano, uscirono praticamente insieme il romanzo e, il 16 dicembre 1970, il film. E le reazioni si divisero tra entusiastiche e sarcastiche, tra ciniche e sentimentali. Sempre e comunque manna per la fortuna e la notorietà del libro, che finirà per vendere, nel corso degli anni, 21 milioni di copie, e grande successo al botteghino per la Paramount, che conquistò sette candidature agli Oscar.
Love Story divenne un classico della lacrima e portò in giro per il mondo una celebre battuta che, confesso, non ho mai capita bene, ma che viene sempre citata come un esempio di etica amorosa: “L’amore è non dover mai dire mi dispiace”.
Lo dice lei, la bruna e bella Jennifer Cavalleri, studentessa di musica alla prestigiosa Università di Radcliffe, di origine italiana ma una volta tanto non stereotipata, brillante, pugnace, diretta, spiritosa, intelligente, orgogliosa delle sue origini per quanto modeste. Lui, poverino, Oliver Barrett IV fa quello che può per sembrare ed essere normale, mentre appartiene a una ricchissima famiglia della East Coast (ma no, non è parente della poetessa), esempio di bella e sana gioventù wasp, campione di hockey, idolo delle folle studentesche — e innamorato pazzo della bella italiana. Che lo riama. E che decide con lui, dopo una sfortunato incontro con il papà miliardario, che di nuore senza soldi non vuol sentire parlare, di sposarsi e di vivere del poco che hanno.
E si può fare, anche se è faticoso e significa rinunciare ai loro ambiziosi progetti. Ma la tragedia irrompe quando si scopre che la bella Jennifer soffre di una malattia (all’epoca) incurabile. E di fronte ai costi della sanità Usa, Oliver, che rievoca la storia in prima persona, deve rinunciare al suo orgoglio, ed è costretto a venire a patti con il babbo miliardario per pagare le cure di Jennifer.
Cedimenti sentimentali a parte, il libro è meglio della sua fama.
Soprattutto perché è un interessante osservatorio della cultura umana e della organizzazione sociale della East Coast negli anni Sessanta, alla vigilia del Movement e dei moti studenteschi, nei luoghi privilegiati della cultura e dello sport, nei paradisi della Ivy League. E persino il protagonista nasconde elementi di verità. Lo stesso Erich Segal, morto poi nel 2010, raccontò alla stampa americana che a ispirargli la personalità di Oliver furono due compagni di Harvard, poi diventati celebri. Dal futuro attore premio Oscar Tommy Lee Jones, con cui divideva la stanza, lo scrittore prese la sensibilità di poeta nascosta dentro un fisico da atleta. Da un altro amico, Albert Gore, “copiò” il conflitto con la famiglia che chiedeva al figlio di non tradire le “nobili” origini e di seguire le vie della politica. Cosa che Al fece, diventando un giorno vicepresidente degli Stati Uniti.
© RIPRODUZIONE RISERVATA Cinquant’anni fa Erich Segal scriveva il romanzo strappalacrime Ispirandosi (anche) a due amici diventati attore e vicepresidente
Il film
Una scena di Love Story (1970), il film diretto da Arthur Hiller tratto dal romanzo di Segal.
I protagonisti sono Ali MacGraw e Ryan O’Neal

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