Repubblica-Cultura LENINGRADO CRONACA DI UN KOLOSSAL MANCATO di Emiliano Morreale

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Per almeno una decina d’anni, la stampa annunciava periodicamente un film di Giuseppe Tornatore sull’assedio di Leningrado. Era stato l’ultimo progetto di Sergio Leone prima di morire, ma in realtà quello che Tornatore insegue per quindici anni, tra sopralluoghi, stesure di copioni e contatti coi produttori, è un film diverso, basato su una ricerca minuziosa, recuperando diari, facendo tradurre libri dal russo, intervistando storici e testimoni. Quel film non è mai stato realizzato, e il regista ha infine deciso di pubblicarne la sceneggiatura ( Leningrado, Sellerio, pagg. 358, 15 euro), scritta insieme a Massimo De Rita nel 2004.
Durante la seconda guerra mondiale, Leningrado fu circondata dai soldati tedeschi e isolata dal settembre 1941 al gennaio 1944. Hitler voleva prenderla per fame, ma gli abitanti resistettero fino allo stremo, con oltre un milione di morti, nutrendosi di aghi di pino bolliti, della farina ricavata dalla colla delle carte da parati, poi dei cadaveri di chi non ce la faceva più, infine anche dei vivi. Era una lotta crudele per la sopravvivenza, in cui a volte i genitori dovevano scegliere quale figlio salvare. Il film segue una famiglia durante la tragedia: la madre violoncellista, il padre fotografo per la Tass, un figlio e una figlia. Intorno a loro, una folla di figure tra cui personaggi storici come Shostakovich e Molotov.
Una vicenda dapprima più epica e corale, poi solamente tragica. Una lettura appassionante ma anche sorprendente, perché quello che ci passa davanti agli occhi non è un semplice kolossal internazionale, ma un film sulla guerra in cui quasi non si combatte e che diventa un film sulla fame, un affresco atroce sul dolore.
Nell’introduzione di 70 pagine, Tornatore ricostruisce l’inseguimento di questo film impossibile, dalla prima scintilla alla rinuncia definitiva. È un continuo comparire e scomparire di produttori, dai più prestigiosi ai più improbabili. E tutti, regolarmente, storpiano il nome della città in Stalingrado (tranne, curiosamente, Steven Spielberg). È, scrive Tornatore, la maledizione di Stalin: che in realtà odiava e temeva Leningrado, e nel dopoguerra decimò i vertici del partito locale e molti eroi di quella resistenza. A spiegargli perché quel film non si farà mai, però, arriva a un certo punto il vecchio Goffredo Lombardo della Titanus: il film non si può fare senza i soldi americani, e «gli americani non daranno un dollaro per fare un film in cui i salvatori della patria non sono loro, bensì i comunisti».

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