da Repubblica – Cultura “Il “matto” che si fece re dei dizionari ” di MICHELE MARI

Schermata 2018-04-11 alle 07.21.31Nel 1834 un bambino americano nasce nell’isola di Ceylon, dove i suoi genitori si sono trasferiti come missionari: educato secondo i rigidi canoni del puritanesimo, ma attratto e turbato dalla nudità delle indigene, svilupperà presto, come da manuale, una fantasia sessuale morbosamente “colpevole”. Fin qui la storia potrebbe essere stata scritta a quattro mani da Kipling e da Stevenson. Prudenzialmente rispedito in America, il ragazzo dà prova di una straordinaria curiosità intellettuale e di una memoria sovraumana, che gli consentono di impadronirsi da autodidatta di oltre venti lingue antiche e moderne, dialetti compresi: non c’è però il tempo di soffermarsi sui risvolti borgesiani della vicenda perché il giovane, brillantemente laureatosi in medicina, parte volontario per la Guerra di Secessione, che lo vedrà, fra le fila nordiste, testimone della sanguinosissima battaglia di Wilderness (1864). Sconvolto dal massacro, ancora più sconvolto dall’essere stato obbligato a marchiare a fuoco un disertore irlandese, l’ufficiale medico incomincia a dare segni di squilibrio, e questa è indubbiamente una storia che potrebbe essere stata scritta da Stephen Crane, l’autore del Segno rosso del coraggio. Affidato a incarichi di retrovia, e poi congedato per motivi di salute mentale, l’ex medico si abbandona a una vita di dissoluzione negli angiporti di New York (Dickens?
Conrad? London?); quindi, contando sullo stipendio che continua ad arrivargli, decide di soggiornare per qualche tempo a Londra. Qui, la notte del 17 febbraio 1872, senza apparente motivo, uccide un operaio sparandogli più colpi di pistola. Imprigionato, rivela di avere ucciso l’uomo sbagliato, essendo sua intenzione uccidere chi poco prima era penetrato in camera sua per fargli del male: più precisamente, l’emissario della terribile società segreta irlandese che, a suo dire, l’avrebbe perseguitato da tempo (qui sono Wilkie Collins e Conan Doyle). Processato e riconosciuto pazzo, il nostro uomo viene internato nel manicomio di Broadmoor, vicino a Londra, dove rimarrà per trentotto anni. Trattato con rispetto, titolare di un alloggio riservato, il paziente si fa spedire dalla famiglia mobili e libri, dopodiché, con il proprio stipendio, incomincia a ordinare libri su libri per placare la ritrovata fame di conoscenza, salvo abbandonarsi regolarmente alla fobia paranoica (come Torquato Tasso a Sant’Anna, al mattino rivela al personale di essere stato insidiato nottetempo da aguzzini sadici e pervertiti); una vicenda simile ricorda quella di Adolf Wölfli, che per trentacinque anni, nel manicomio di Berna, combatté la propria schizofrenia con la compulsione grafica. I libri, però, non lo salvano, e all’età di sessantotto anni il recluso si evira con un coltello, per liberarsi della fonte dei suoi pensieri sconci: qui Maupassant si incontra con Poe.
Sopravvissuto al trauma, trascorre in manicomio altri otto anni, segnati da una demenza senile devastante. Nel 1910 Winston Churchill firma il decreto della sua liberazione, a patto che faccia ritorno in America; qui, accudito come un bambino da nipoti che non lo avevano mai conosciuto, vive altri dieci anni, fino al 1920. E questo è un finale che potrebbe appartenere a Flannery O’Connor.
Ce ne sarebbe d’avanzo, sia sul conto della vita sia su quello della letteratura; e invece quest’uomo, che si chiamava William Chester Minor, fu capace di qualcosa di ancor più straordinario, qualcosa che ha spinto Simon Winchester a dedicargli un libro ( Il professore e il pazzo), pubblicato da Adelphi a vent’anni di distanza dall’edizione originale. Da una parte il pazzo, appunto, dall’altra il professore, James Murray, incaricato nel 1879 dalla Philological Society di dirigere quello che sarebbe diventato l’Oxford English Dictionary, completato quasi mezzo secolo dopo. Monumento ineguagliato della lessicografia mondiale, precipitato linguistico dell’imperialismo britannico, l’OED — come viene familiarmente citato — richiese la collaborazione di migliaia di filologi dilettanti, sollecitati dai curatori a fornire schede che documentassero tutte le attestazioni letterarie di ogni termine, secondo il principio per cui la definizione di un’accezione non può andar separata dall’esempio storico. Raggiunto fortuitamente da uno dei volantini diramati a tal fine da Murray, Minor si mise subito al lavoro, individuando nei testi a sua disposizione le parole più meritevoli e preparando per ognuna di esse una scrupolosa scheda: questo per anni, finché non si sentì pronto a offrire il proprio contributo. Da allora, per oltre vent’anni, spedì a Murray migliaia e migliaia di schede, talmente accurate e precise da richiedere ai curatori un lavoro redazionale quasi inesistente.
All’inizio queste schede si confusero nella posta in arrivo (si parla di quasi dieci milioni di schede per diverse tonnellate di peso, allogate in un magazzino che doveva essere continuamente ingrandito e rinforzato), ma dopo un po’ di tempo Murray si accorse della loro eccezionale qualità e quantità. Vuole la leggenda che dopo una dozzina d’anni, incuriosito dal misterioso collaboratore, si recasse a trovarlo all’indirizzo di Broadmoor, e solo allora scoprisse che non si trattava di uno psichiatra o di un funzionario ma di un paziente. In realtà lo venne a sapere indirettamente, e solo allora prese l’abitudine di andare a trovare Minor regolarmente; pare che passeggiassero a lungo nel giardino dell’istituto, conversando per ore.
Murray premorì a Minor: ma questo non toglie che il nome del “dottor W.C. Minor” abbia continuato a godere di un rilievo speciale nelle tabulae gratulatorie dei volumi dell’OED.
Che dire, infine, di Winchester?
Che ha avuto il grosso merito di ricostruire questa straordinaria storia in ogni suo dettaglio, ma certo anche il demerito di aver vissuto di rendita sugli elementi intrinsecamente romanzeschi della vicenda senza imprimere loro la particolarità di uno stile.
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