da Repubblica: L’atto d’accusa dell’Antitrust “ Facebook inganna gli italiani”

giuliano foschini fabio tonacci
Da lunedì sul tavolo di Mark Zuckerberg c’è anche la lettera del Garante della Concorrenza italiano, Giovanni Pitruzzella, recapitata in tre sedi di Facebook. In California, in Irlanda e in Italia. La lettera non è di cortesia, ma di contestazione: il social network avrebbe ingannato i consumatori italiani. «Azioni e omissioni ingannevoli » , «pratiche commerciali aggressive » e «indebito condizionamento » le accuse alle quali Facebook dovrà rispondere, giustificandosi, entro 30 giorni.
Il rischio per il gigante del web è una multa da cinque milioni di euro, che per la società di Zuckerberg è polvere o poco più. Ma che potrebbe diventare valanga: l’Italia ha già informato la Commissione europea dell’iniziativa e ciò potrebbe essere un effetto domino. Del quale, in queste ore, si sta già discutendo a Bruxelles.
La registrazione dei dati
Per Facebook l’Autorità ipotizza due presunte pratiche commerciali scorrette. La prima riguarda la fase di registrazione. Secondo l’impostazione data dai giuristi italiani il social network avrebbe adottato un’informativa priva di « immediatezza, chiarezza e completezza in fase di registrazione alla piattaforma con riferimento alle modalità di raccolta e utilizzo dei dati dei propri utenti a fini commerciali durante la navigazione dentro e fuori da Facebook ». Che significa? Il ragionamento del Garante ruota attorno all’utilizzo che Facebook fa delle nostre informazioni grazie alle quali riesce a fare una montagna di utili. L’Authority sospetta che l’utente non trovi alcuna evidenza immediata sul ruolo centrale che assume la cessione dei suoi dati, «utilizzati invece — spiega Pitruzzella — per alimentare alcuni algoritmi a fini commerciali » . Non c’è quindi, o per lo meno non sembra esserci, alcuna avvertenza reale che informi chi si iscrive al social network sul significato reale dell’operazione: Facebook si limita a sottolineare che l’iscrizione sarà gratuita per sempre.
L’utente consapevole potrebbe però cliccare sulle varie informative e leggere a cosa va incontro, come da sempre sostiene, difendendosi, Facebook. E così è. Ma, dice oggi l’Authority, le informazioni « sono assolutamente disorganiche » e soprattutto non riguardano i tre aspetti centrali della vicenda: l’impiego dei «dati in algoritmi che profilano gli utenti per campagne pubblicitarie » ; « la cessione dei dati a operatori terzi per alimentare algoritmi con finalità di profilazione commerciale e pubblicità»; «l’utilizzo delle preferenze degli utenti » . Facebook, infatti, vende anche i nostri gusti: i “ like botton” nello sport, musica, teatro. E anche le cerchie delle nostre amicizie che, come ha dimostrato il caso Cambridge Analytica, possono essere utilizzate per casi particolari di ingegneria sociale. Tali da condizionare addirittura, secondo alcuni, le competizioni elettorali.
Il condizionamento indebito
Ed è proprio sui condizionamenti che insiste l’Authority italiana nella seconda accusa mossa a Facebook. Dal social network, si è detto, hanno sempre sostenuto che l’utente può comunque negare la cessione dei suoi dati. Vero. Ma al di là della chiarezza delle informazioni secondo l’Authority italiana esiste un secondo problema: Facebook costringerebbe l’utente a cederli, non fosse altro perché l’autorizzazione è già preimpostata.
« È possibile — fanno sapere i tecnici che lavorano con Pitruzzella — revocare il consenso, con la conseguenza, però, che l’utente subisce rilevanti limitazioni nella fruizione del servizio in relazione ad aspetti essenziali che lo caratterizzano come social network». Per esempio diventa impossibile accedere ai siti, le applicazione e i giochi ed esiste un blocco nell’interazione con la comunità. « In questa maniera si è indotti a mantenere attivo lo scambio dei propri dati, per evitare di subire limitazioni nell’utilizzo del servizio conseguenti a una eventuale revoca del consenso».
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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