dal Manifesto, una brutta notizia dal Kashmir: Asifa, otto anni, stuprata e uccisa perché islamica

Kashmir in fiamme. Nell’assassinio della bambina coinvolti poliziotti e ultrà induisti, sarebbe un monito alla sua comunità di pastori musulmani

Una immagine di Asifa Bano

Lo scorso mese di gennaio una famiglia di pastori nomadi e musulmani del Jammu e Kashmir, appartenenti alla comunità Gujjar, aveva denunciato la scomparsa della figlia più piccola Asifa Bano, di soli otto anni. L’ultima volta era stata vista pascolare i cavalli nei pressi del villaggio di Rasana, nel distretto di Kathua. Dopo giorni di ricerca, il 17 gennaio la polizia locale aveva ritrovato il corpo di Asifa nella foresta, con evidenti segni di violenza sessuale e una ferita alla testa, promettendo di risalire ai responsabili del delitto.

Il 9 aprile scorso, quando è stato finalmente depositato in tribunale il documento dell’accusa e alcuni stralci sono comparsi sui media nazionali, le circostanze dell’assassinio di Asifa hanno sollevato un’ondata di indignazione nazionale.

Secondo le ricostruzioni, il funzionario dell’ufficio delle imposte – ora in pensione – Sanji Ram, personalità molto influente nel distretto, aveva ordinato a suo nipote, minorenne, di rapire e violentare Asifa come monito per la comunità Gujjar: i pastori musulmani se ne dovevano andare dal distretto e lasciare liberi i terreni. Il nipote, con un amico, hanno violentato la bambina per poi nasconderla, in stato di incoscienza, nel tempio hindu locale.

Dopo aver «celebrato un rito religioso», la bambina è stata sedata e violentata ripetutamente dal nipote minorenne, da due amici maggiorenni e dall’ufficiale di polizia Deepak Khajuria, autore materiale dell’omicidio per soffocamento.

All’apertura delle indagini, altri due poliziotti del distretto di Kathua hanno cercato di coprire il proprio collega lavando i vestiti di Asifa prima di consegnarli alla scientifica.Gli otto uomini, tra cui un minorenne, sono stati arrestati. I quattro stupratori rischiano la pena di morte.

L’orrore del caso Asifa ricorda il cosiddetto «stupro di Delhi» del 2012, quando la 22enne Jyoti Singh fu violentata e uccisa da sei uomini nella capitale indiana. Ma questa volta alla barbarie si aggiunge l’aspetto politico e comunitario di un delitto che vede quattro uomini hindu, tra cui un poliziotto, massacrare una bambina musulmana nello stato del Jammu e Kashmir già infiammato dalle tensioni intercomunitarie.

Nelle scorse settimane alcuni gruppi ultra hindu locali ed esponenti del Bharatiya Janata Party (Bjp), partito conservatore hindu guidato dal primo ministro Narendra Modi, hanno manifestato a difesa degli otto accusati, mentre l’associazione degli avvocati locale – hindu – è riuscita a fare pressioni tali sul giudice distrettuale da ritardare l’apertura ufficiale del procedimento penale fino all’intervento diretto dell’Alta corte. Un gruppo di ultra induisti ha anche ostacolato lo svolgimento del funerale di Asifa, costringendo la famiglia a seppellire la figlia a sette chilometri dal villaggio.

La chief minister del Jammu e Kashmir, Mehbooba Mufti, che governa in alleanza col Bjp, ha promesso che sarà fatta giustizia e ha convocato una riunione dell’esecutivo per sabato prossimo. Mufti ha assicurato che «la legge non sarà ostacolata dalle azioni e dichiarazioni irresponsabili di alcuni gruppi di persone», riferendosi agli esponenti dell’ultra-induismo locale vicini agli alleati del Bjp. Rahul Gandhi, leader dell’Indian national congress, ha dichiarato che lo stupro e l’assassinio di Asifa sono crimini che «non possono rimanere impuniti», descrivendo il caso come un «crimine contro l’umanità». Il primo ministro Modi non ha ancora rilasciato alcun commento sulla vicenda.

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