Repubblica-CULTURA L’onda noir dei pronipoti di “Rashomon” di GIANCARLO DE CATALDO  

Perché Sayama, giovane funzionario ministeriale in carriera, e Otoki, una ragazza «che accompagna i clienti in un rinomato ristorante della capitale», geisha e non prostituta, per la precisione, due persone all’apparenza giovani, sane, belle e senza preoccupazioni, a un certo punto fanno perdere le proprie tracce per poi ricomparire, qualche giorno dopo, in una località balneare lontana ore dalla capitale, vittime di una sorta di suicidio rituale? Che cosa li ha spinti a dare un addio così scenografico alla vita? Certo, il suicidio è pratica, se non diffusa, certo non infrequente in Giappone. Ma il fatto è che Sayama è, anzi, era, il potenziale testimone di un clamoroso caso di corruzione. Dato il contesto, come non dubitare delle apparenze?
Il mite, trasandato, provinciale poliziotto di strada Torigai e l’ambizioso funzionario metropolitano Mihara ci si mettono d’impegno a risolvere un caso che sembra impossibile.
Hanno, dalla loro, la tenacia degli investigatori di razza, una profonda conoscenza dell’animo umano e, soprattutto, giapponesi sino al midollo, sanno perfettamente come ragionano i propri connazionali. Sanno, soprattutto, quanta ipocrisia e crudeltà si annidino dietro la rispettabilità di facciata del paese del Sol Levante. E pazientemente, con meticolosità tipicamente orientale, ricostruiranno il puzzle sino a rimettere al proprio posto ogni più minuto tassello.
Pubblicato nel 1957, Tokyo Express (pubblicato ora da Adelphi, pagg.
175, euro 18), meritò al suo autore, un giornalista di convinzioni radicali di nome Seicho Matsumoto (1909-1992), il titolo di Simenon del Giappone.
Matsumoto, scrittore di immenso successo in patria, fu il più noto e apprezzato esponente della tendenza Shakai-Ha, cioé del romanzo criminale sociale.
Detestava il giallo dei personaggi privi di spessore psicologico, l’investigazione fine a sé stessa, i detective dilettanti. Nelle sue storie — e Tokyo Express non fa eccezione — si mostra fortemente critico nei confronti di una società apparentemente immune dal vizio, dove però la compostezza dei costumi e la rigidità delle gerarchie sociali mascherano una diffusa e corrosiva corruzione. La riscoperta di Matsumoto (in passato vi erano state fugaci apparizioni nel Giallo Mondadori) potrà essere di incoraggiamento, per i lettori, nell’avvicinarsi alla produzione di genere di un Paese che, da decenni, coltiva una passione mai sopita per il racconto criminale.
D’altronde, la riscoperta del Giappone in tempi meno recenti passò per un film che, con neanche eccessivo sforzo di fantasia, si potrebbe definire noir: si trattava di Rashomon, il capolavoro di Akira Kurosawa, che spopolò alla Mostra del Cinema di Venezia del 1951. È la storia del rapimento di un samurai e della sua donna, con stupro di lei e uccisione di lui: un racconto a più voci — inclusa quella del morto, evocato da un medium — che ricostruisce una verità prismatica e inafferrabile. Come talvolta accade nelle aule di giustizia. La sceneggiatura nasce dalla fusione di due racconti di Ryunosuke Akutagawa, Rashomon,appunto, e In un boschetto. Akutagawa, morto suicida nel 1927, è considerato fra i più importanti autori giapponesi di sempre. Il premio letterario a lui intestato è un po’ lo Strega del Giappone. Non saremmo legittimati a iscrivere i suoi racconti nel libro mastro del poliziesco se non ci avessero autorizzati due maestri: Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares, che inserirono In un boschetto fra i migliori racconti polizieschi degli ultimi due secoli nella loro celebre antologia del 1943.
Polemiche sui generi a parte, il giallo ha origini antiche, in Giappone. Lo si fa comunemente risalire a un testo del 1689 di Ihara Saikaku, Casi giapponesi all’ombra del ciliegio (1689), un’antologia di 44 casi giudiziari di derivazione cinese. L’evocazione della Cina non è casuale: è ai cinesi che si deve l’archetipo della storia a sfondo criminale che ha come protagonista il tipo del giudice investigatore, e lo stesso Akutagawa derivò Rashomon da un testo del X secolo, Storia del passato e del presente. Il tratto comune era nell’origine realistica delle storie, sorta di true crime ante-litteram destinati ad accendere la fantasia del popolo.
E, se si vuole rintracciare un’altra eco letteraria, si potrà ricordare come Il padiglione d’oro di Yukio Mishima si ispiri all’incendio del tempio Kinkakuji di Kyoto commesso nel ’50 da un novizio squilibrato. Il giallo giapponese, insomma, ha origini antiche, ma questo non ha impedito la penetrazione di influenze occidentali. Negli anni trenta del Novecento conobbero grande fortuna due autori che guardavano a modelli europei: Ranpo Edogawa e Shiro Hamao, avvocato e procuratore, autore di romanzi di denuncia del sistema giudiziario.
Entrambi questi classici del giallo giapponese sono tradotti in italiano dall’editore Atmosphere, con preziose note dell’orientalista Francesco Vitucci. È interessante notare come, anche nel giallo giapponese, si riproponga il dualismo tradizionale fra scuola sociale (alla Matsumoto, per intenderci) e classicowhodunit. Il meccanismo ad orologeria alla Agatha Christie assume la denominazione di Shin Honkaku, cioè neoclassicismo.
Gli appassionati potranno farsene un’idea leggendo, ad esempio, Gli omicidi dello zodiaco di Soji Shimada (Giunti). In Giappone, come del resto dappertutto, le due linee convivono pacificamente, spesso con eccellenti risultati.
Il pubblico italiano ha a disposizione una vasta scelta: i romanzi al femminile, piuttosto a tinte forti, di Natsuo Kirino (soprattutto Le quattro casalinghe di Tokyo, Neri Pozza), L’uomo che voleva uccidermi di Shuichi Yoshida (Feltrinelli) e ben due
Tokyo Noir: uno a sfondo Yakuza di Kenzo Kitakata (Newton Compton), il secondo, più recente, a firma di Fuminori Nakamura (Mondadori). E, per finire, un eccellente punto di sintesi fra tradizione e innovazione è64 di Hideo Yokoyama (Mondadori), storia della caccia a un serial killer e delle beghe burocratiche delle forze dell’ordine. Ce n’è per tutti i gusti, insomma, in una terra che sforna autori in continuazione.
I più amati dal pubblico si dedicano indifferentemente alla scrittura letteraria, alla sceneggiatura, collaborano a manga e anime, cioè fumetti e cartoni animati. Il pubblico premia gli uni e gli altri, se è vero, tanto per dire, che Jiro Akagawa, un autore molto amato ed estremamente prolifico (al suo attivo oltre 500 romanzi) viaggia — beato lui — intorno ai 300 milioni di copie.
E, come sempre, leggere un poliziesco è un modo intelligente per saperne di più sulla società e sul tempo che viviamo.

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