da Repubblica-cronaca: La banda dei quattro. Dietro il caos di Torino una rapina con lo spray

Hamza, Mohammed e altri ragazzi: furono loro a scatenare il panico Dopo San Carlo hanno colpito ancora, presi anche sei complici

 

federica cravero jacopo ricca,
torino
«Io con mio fratello non ho più rapporti. Sono giorni che non lo vedo e per quel che mi riguarda potrebbe anche essere stato arrestato » . La sorella di Mohammed Machmachi non sa ancora che c’è anche lui, vent’anni, nella banda di rapinatori che ha seminato il panico in piazza San Carlo, durante la finale di Champions League, spruzzando spray urticante per disorientare le vittime.
La polizia era sulle loro tracce ed è stato dopo un colpo in un megastore di elettronica che si è capito che qualcuno di quella banda era anche in piazza San Carlo il 3 giugno dell’anno scorso. «Un’indagine esemplare » , loda il questore Francesco Messina. Era tutto scritto nelle chat sui telefonini e nei video girati in mezzo alla folla in fuga. Come le foto delle catenine razziate durante il delirio. Il materiale sequestrato è confluito nell’inchiesta dei pm Vincenzo Pacileo e Antonio Rinaudo sulle omissioni nella sicurezza per cui rischiano il processo la sindaca Chiara Appendino, l’allora questore Angelo Sanna e 13 funzionari pubblici. Verso di loro, il procuratore capo ha speso un ringraziamento per « il rispetto reciproco delle istituzioni dimostrato dalla scelta di difendersi nel processo e non dal processo»: così Armando Spataro nella conferenza in cui si annunciava l’arresto dei rapinatori che hanno generato il caos.
Si tratta di una banda di una decina di persone. Uno è egiziano, una ragazza romena, gli altri figli di marocchini nati in Italia o arrivati da piccoli. Quattro di loro erano in piazza San Carlo per Juventus- Real Madrid. Una banda che si è formata nel quartiere Aurora, un pezzo di periferia a due passi dal centro. Ventenni che abitano a pochi chilometri uno dall’altro, un paio di loro si erano incrociati anche a scuola, all’istituto tecnico Avogadro, ma nessuno si è mai diplomato. E nessuno lavorava, nonostante li si vedesse in giro sempre ben vestiti e non fossero le famiglie a provvedere per loro.
Adesso tutti e dieci sono accusati di rapina. Su due dei ragazzi, Mohammed e Soahib, pende anche l’accusa di lesioni per le 350 persone che hanno sporto querela, su 1.526 che si sono ferite nel caos e sul tappeto di cocci di bottiglie. E quella di omicidio preterintenzionale per la morte di Erika Pioletti.
Accuse gigantesche per chi pensava solo di aver trovato il sistema per vivere bene con un semplice spray al peperoncino in libera vendita. Perché è così che Mohammed e i suoi amici vivevano: cercando nei cartelloni i concerti di grido in giro per l’Italia, ma anche in Europa. Una tecnica ben affinata che avevano replicato molte volte, anche dopo il disastro davanti al maxischermo di piazza San Carlo. Avevano fatto interrompere il concerto di Elisa alle Ogr di Torino a settembre, e a gennaio avevano creato scompiglio a una serata al Dorian Gray di Verona. Prendevano il treno, il pullman e persino l’aereo per andare in Belgio, Francia, Olanda e Germania. Razziavano e tornavano con le tasche piene di collanine, orologi e cellulari. Il colpo meglio riuscito è stato un Rolex da ventimila euro. E ogni volta pubblicavano le foto delle loro imprese sui social commentando: «Ho fatto serata».
Una scelta di vita che non stupisce chi li conosce. Hamza Belghazi è figlio di ambulanti, ma gira sempre in abiti firmati e con la Bmw ora sottoposta a fermo davanti a casa in zona Barca. E non si scompone chi abita il palazzone di corso Brescia in cui vive Mohammed, «dove la polizia è di casa e i bambini crescono più in fretta che altrove. Perché se hai 4 o 5 anni e vedi che ogni tanto arrestano i tuoi vicini, non è facile venire su dritti», racconta Stefano, amico d’infanzia. « Adesso, invece, non lo vedevo quasi più — dice — Ma mi sembrava per bene, sempre ben vestito, curato, educato. Uno che lasciava il posto sull’autobus agli anziani».
Trema e piange invece Najat Arkam, la madre di Sohaib Bouimadaghen, che da quando, giovedì notte, suo figlio è stato portato via e ha confessato, si è barricata nella casa popolare di via Ivrea. «Siamo a Torino dagli anni Novanta — dice — Mio marito ha sempre lavorato, fa il benzinaio, ho due ragazze all’università. Sohaib non beve e non fuma, va in moschea per le feste comandate: ma se fosse vero quello che dicono di lui deve restare in galera ». Sul comodino modellini delle Ferrari, due borselli di Gucci e le Nike più alla moda.

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