dal Fq.:Processo derivati, gli accusati usano Draghi come scudo

Dopo cinque ore di udienza, l’avvocato di Vittorio Grilli, ex ministro del Tesoro, tuona solenne: “E quindi chiedo alla Corte l’assoluzione di Draghi!”. Silenzio. Il lapsus non scuote l’aula della Corte dei conti, dove ieri si è tenuto il processo a Morgan Stanley e ai dirigenti del Tesoro per i derivati sottoscritti con la banca Usa. Nessuno corregge il legale, nessuno si stupisce: da cinque ore i principi del foro assoldati dagli imputati chiamavano in causa il presidente della Banca centrale europea.

È IL COLPO a sorpresa per indebolire un processo delicato. La Procura contabile del Lazio, con un’inchiesta del pm Massimiliano Minerva, contesta un danno erariale di 4 miliardi, 2,7 alla banca e 1,2 ai dirigenti del ministero che gestirono i contratti: l’ex responsabile del debito pubblico Maria Cannata, il direttore generale Vincenzo La Via e gli ex ministri Domenico Siniscalco e Vittorio Grilli. Al centro dell’accusa i derivati chiusi a fine 2011, quando il Tesoro versò 3,1 miliardi a Morgan Stanley in forza di una clausola (Ate) ottenuta nel 1994, quando direttore generale del Tesoro era Draghi.

Proprio nel farsi scudo del numero uno di Francoforte le difese, già molto simili, si cesellano. Esordisce il collegio di Morgan Stanley guidato da Antonio Craticalà, una vita da grand commis di Stato che era a Palazzo Chigi come sottosegretario nel 2011: “La possibilità di usare la swap- tion è stata inserita nel nostro ordinamento da Draghi e ha tutte le caratteristiche di legittimità”, anche perché “consigliata da una persona che ha così grandi meriti per la Repubblica”. Le swaption sono i contratti più contestati dai pm contabili. Opzioni vendute alla banca che le permettevano di entrare in un derivato a certe con- dizioni e che Morgan Stanley avrebbe esercitato solo se le fosse convenuto. Uno strumento “specula tivo”, secondo l’acc usa, quindi non adatto a proteggere il debito. “Il dottor Draghi è il padre dell’utilizzo di queste operazioni”, continua un secondo legale di Ms. Tutti gli avvocati ripetono il concetto. Quello di Grilli va oltre: “È lui l’autore di questi derivati, almeno due in modo specifico”; “non lo dico perché dovrebbe essere qui, ma per l’autorevolezza”. Quello della Cannata cita, insieme ai colleghi, il contenuto di un appunto del 26 febbraio 2001 al ministro Vincenzo Visco in cui Draghi ne consiglia l’uso (“potrebbero ridurre la spesa per interessi di circa un punto percentuale”). Stessa linea del legale di Siniscalco. Tutti e tre i collegi richiamano più volte anche la figura di Carlo Azeglio Ciampi, che autorizzò il contratto quadro del ’94. Il solo a non citare Draghi è il legale di La Via, l’unico dirigente ancora in carica: “Quando ha lasciato la Banca Mondiale – annota sibillino – il mio assistito non è andato in Goldman Sachs o in Morgan Stanley, ma a Intesa. E lì non ha sottoscritto derivati col Tesoro…”. In Goldman è approdato Draghi prima di andare in Bce, mentre in Ms ci è finito proprio Siniscalco.

Le uscite suggeriscono la strategia comune degli imputati: le swaptionerano legali e anche utili a gestire i rischi sul debito, al punto da essere consigliate dall’at- tuale presidente della Bce. Uno scudo simbolico ( insieme a Ciampi) che si vorrebbe far pesare al processo. Linea respinta dal pm Minerva: quello di Draghi è solo “un appunto generico al ministro”, e soprattutto non poteva sapere dell’esistenza della clausola del ‘94 – perché la stessa Cannata l’ha scoperta solo nel 2006 – e che il Tesoro non si sarebbe coperto dai rischi usando delle garanzie pubbliche come “collaterale”. Minerva ha ribadito che usare le swaption per ristrutturare il debito è illecito oltre che insensato. E che la gestione di quei contratti è stata caratterizzata da gravi imprudenze e irregolarità con il Tesoro che ha “ignorato e sottovalutato” i rischi gestendo il denaro pubblico “come fosse privato”. E contestare quei contratto, poi, non avrebbe “devastato il mercato finanziario”, come sostenuto dagli imputati. Che a loro volta contestano il difetto di giurisdizione: la tesi è che spetti alla giustizia civile e non a quella contabile. Su questo la Corte si pronuncerà entro 45 giorni. Se venisse respinto, si andrebbe a sentenza, che potrebbe richiedere tempi lunghi se il collegio dei giudici chiedesse una consulenza tecnica (indizio di una decisione non scontata). Gli avvocati archiviano l’udienza di ieri ostentando soddisfazione, ma lo scudo Draghi svelta i timori che serpeggiano.

L’ITALIA è l’unica nell’Eurozona ad averci rimesso con i derivati, usati per proteggersi da un rialzo dei tassi che non è avvenuto. Le swaption sono servite per abbattere il rapporto tra deficit e Pil e far entrare l’Italia nell’euro e, dopo, a sostegno di una certa finanza creativa. Poi è arrivato il conto. Dal 2013 al 2016 i derivati hanno avuto un impatto negativo sul bilancio pubblico di 24 miliardi.

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