dal manifesto-esteri: “Joya: «In Afghanistan la pace Usa è la guerra»” di Giuliana Sgrena

Malalai Joya è impegnata in un lungo tour in Europa per spiegare la situazione dell’Afghanistan. Numerose le tappe italiane. La incontriamo durante il suo appuntamento romano, organizzato dalla Comunità di san Paolo, dal Cisda (Comitato italiano di solidarietà con le donne afghane) e dalla Sosta (associazione di sostegno dei profughi afghani).

Malalai Joya

Sono passati più di sedici anni dall’inizio dell’intervento occidentale che doveva liberare il paese dai taleban, qual è la situazione?

Vengo da un paese ferito, dove la vita della popolazione è in pericolo a causa delle bombe, l’uso di droni, attacchi suicidi, pubbliche esecuzioni, rapimenti, stupri collettivi, traffico di droga e tossicodipendenza. La corruzione è spaventosa e le violazioni dei diritti umani minacciano la vita di ogni giorno. La cosiddetta «guerra al terrorismo» portata avanti per 17 anni dalla coalizione occidentale (Usa e Nato) è costata oltre 100 miliardi di dollari, ma il nostro paese è in testa alle classifiche per i disastri di guerra, produzione di droga, corruzione, analfabetismo e traumi causati dal conflitto. Il genocidio che continua in Afghanistan non è meno brutale di quello dei tempi dei taleban. L’occupazione ha solo peggiorato i nostri problemi. Prima la gente veniva a Kabul perché era più sicura per la presenza di ingenti forze militari, ma ora ci sono continui attacchi suicidi anche nelle cosiddette aree sicure, questo vuol dire che anche il governo è complice, altrimenti questo non sarebbe possibile. Inoltre milioni di afghani sono senza lavoro, secondo un recente rapporto dell’Undp più di 13 milioni di persone rischiano di morire di fame.

E le donne sono le più principali vittime…

Forse avrete sentito la storia scioccante dell’uccisione di Farkhunda, una donna di 27 anni, che tre anni fa è stata pubblicamente picchiata e poi bruciata viva e il suo corpo gettato nel fiume, a poca distanza dal palazzo presidenziale. I fondamentalisti l’avevano accusata di aver bruciato una copia del Corano. I responsabili sono ancora liberi perché i signori della guerra hanno i soldi per corrompere i giudici. Delinquenti e assassini misogini non sono giudicati perché i signori della guerra sono ancora al potere.

La violenza contro le donne aumenta: matrimoni forzati, spose bambine, stupri, avvelenamenti di studentesse, acido buttato in faccia alle ragazze, tagli di nasi o orecchie, frustate, lapidazioni, perpetrati ogni giorno da taleban, Isis e signori della guerra. Questi atti barbari non sono perseguiti perché i fondamentalisti al potere credono che le donne debbano essere usate solo per soddisfare la loro libidine sessuale e fare bambini.

Gli Usa ora ammettono che i taleban non si possono sconfiggere con le armi e cercano di coinvolgerli nel «processo di pace» senza precondizioni. La proposta del governo afghano prevede la trasformazione del movimento in partito e l’impunità garantita da un’amnistia. Ed è tornato anche Hekmatyar.

Recentemente il criminale afghano più ricercato Gulbuddin Hekmatyar, che era sulla lista nera delle Nazioni unite, è tornato a Kabul accolto come un re dagli Usa, dalla Nato e dall’Onu oltre che dal governo fantoccio di Ashfar Ghani. Durante la guerra civile ha commesso molti crimini. Tra l’altro, nel 2011 il suo partito Hezbi islami ha rivendicato l’uccisione di Hamida Barmaki, una nota docente di diritto impegnata nella difesa dei diritti umani, il marito e i loro quattro figli con un attacco suicida. Il negoziato non è nuovo, già si era parlato di riconciliazione di pace con i taleban, che peraltro gli Usa non hanno mai combattuto seriamente. La sola richiesta del popolo afghano è giustizia, non esiste la pace senza giustizia.

In Afghanistan ora oltre ai taleban vi è anche l’Isis.

La cosiddetta «guerra al terrorismo» sbandierata dagli Usa è la più grande menzogna del secolo. In Afghanistan siamo testimoni del fatto che Usa/Nato direttamente o indirettamente continuano a sostenere i terroristi. Il terrorismo è ancora un’arma strategica nelle mani della Casa bianca per destabilizzare l’Asia e bloccare lo sviluppo economico e militare della Russia, della Cina e altri paesi asiatici, la cui crescita minaccia l’impero americano. Lo spostamento dell’Isis dalla Siria e dall’Iraq nel nord dell’Afghanistan è stato favorito dagli Usa perché i terroristi possono essere usati per diffondere il loro virus nelle repubbliche centroasiatiche. Con l’Isis ora vi sono ex comandanti taleban che hanno solo cambiato la bandiera.

Penso che valori come i diritti umani, democrazia e libertà non possano essere imposti con le armi delle superpotenze la cui storia è peraltro piena di violazioni di diritti umani, guerra e brutalità. È compito nostro liberarci dalla schiavitù e dal terrorismo, organizzandoci e lottando. Gli afghani dopo aver subito la colonizzazione dell’impero britannico e l’occupazione sovietica avevano creduto nell’aiuto occidentale, dopo che gli Usa avevano subito l’attacco dell’11 settembre, ma si sono sbagliati. Questa «pace» è più pericolosa della guerra perché se si mettono insieme signori della guerra e terroristi avranno più forza per commettere crimini soprattutto contro le donne.

Il governo afghano è completamente nelle mani Usa…

È il risultato delle elezioni più fraudolente della storia. Da noi si dice che non conta chi vota ma chi conta i voti nelle stanze chiuse. Dopo il voto è venuto il vicepresidente americano John Kerry che ha insediato un governo fantoccio. E quando è arrivato al potere quel fascista di Trump ha sganciato sul paese la Madre di tutte le bombe, provocando oltre a vittime, distruzioni nell’agricoltura e nell’ambiente. Gli effetti sono un massacro nascosto: 200mila persone morte a Kabul a causa dell’inquinamento. Dicono che vogliono colpire l’Isis ma non è vero. Ora dobbiamo aspettarci che la Russia lanci il Padre di tutte le bombe? In questi anni sono state centinaia le bombe. È stato utilizzato anche il fosforo bianco e il popolo afghano non ne può più delle false scuse da parte dei vari paesi coinvolti: Usa, Nato, Germania o anche Italia.

È diventato operativo l’accordo firmato nel 2016 da Ue e governo afghano per il rimpatrio forzato degli afghani che non hanno ottenuto l’asilo. Il governo afghano è stato costretto ad accettare il rimpatrio per avere aiuti Ue. Cosa succederà ai rimpatriati?

Durante i miei spostamenti incontro sempre rifugiati, anche qui li ho incontrati. Condanno queste politiche di deportazioni che non riguardano solo l’Afghanistan, ma anche la Siria, Palestina, Yemen, etc. I profughi scappano dalla guerra e dalla fame. Gli afghani che hanno un po’ di soldi li danno ai trafficanti per poter arrivare in occidente attraverso strade pericolose. Quando tornano in Afghanistan ci sono solo due possibilità. La prima è diventare tossicodipendenti. Più di 3 milioni di afghani sono tossicodipendenti, a Kabul si vedono questi dead walking men per le strade e sotto i ponti. La mattina, presto, passa un camion che carica i cadaveri e li porta al cimitero.

L’altra possibilità è quella di arruolarsi nelle milizie dei taleban o dell’Isis che pagano 600 dollari al mese, più di quanto guadagna un medico o un insegnante. Molti afghani sono costretti a farlo per non vedere i figli morire di fame. La soluzione non è la deportazione degli afghani, basterebbe smettere di dare aiuti ai taleban o all’Isis, attraverso i propri fantocci. Ai tempi dei taleban avevamo un nemico, ora ne abbiamo quattro: taleban, forze occupanti, i signori della guerra e l’Isis.

Ci sono mobilitazioni contro questa situazione?
Da noi si dice: c’è crudeltà ma c’è anche resistenza, anche se non è paragonabile a quella della Palestina, dell’Iran o del Kurdistan. È meno forte per mancanza di istruzione e perché molta gente muore di fame. Io cerco di sensibilizzare le donne.

Parteciperai alle prossime elezioni che si terranno in ottobre?

Se partecipassi vorrebbe dire che ne riconosco la validità. Penso sia più utile boicottarle per aprire gli occhi alla gente.

***
Malalai Joya è una giovane donna che nei suoi 40 anni non ha mai vissuto un giorno di «normalità»: nata a Farah, aveva appena quattro anni quando ha lasciato il paese e fino a 20 è vissuta in campi profughi, prima in Iran e poi in Pakistan. Nel 1988 torna in Afghanistan per lottare contro i taleban al potere, a fianco delle donne. Giovanissima entra a far parte della Loya Jirga che doveva ratificare la costituzione e nel 2005 è eletta alla Wolesi jirga come rappresentante della provincia di Farah.

Fin dall’inaugurazione del parlamento denuncia i signori della guerra che siedono accanto a lei. Nel 2006 viene attaccata duramente nella Jirga dove i suoi detrattori urlano: «stupratela, stupratela». Per avere criticato i suoi «onorevoli» colleghi in tv, nel 2007 il parlamento vota la sua sospensione. Ma Malalai non si arrende, anche se deve girare scortata, fare una vita da clandestina e vedere il suo bambino, che ora ha cinque anni, solo poche volte l’anno.

Gode di molto sostegno internazionale ma non vuole lasciare il suo paese, dove è impegnata in attività politica e umanitaria. La lotta di Malalai è raccontata in un suo libro «Finché avrò voce» (Piemme).

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