Dal Manifesto – Trattativa, i 5 Stelle seppelliscono Berlusconi

Nino Di Matteo il 19 luglio 2012 in via D’ Amelio

Andrea Fabozzi

EDIZIONE DEL

21.04.2018

PUBBLICATO

20.4.2018, 23:59

Non sarebbe in ogni caso diventato ministro del governo a guida 5 Stelle, malgrado Nino Di Matteo sia stato sempre abbastanza esplicito circa la possibilità di fare il salto in politica e i grillini lo abbiano corteggiato parecchio, unico partito ad averlo sempre sostenuto durante la lunga e altalenante stagione del processo trattativa, segnata per il pm antimafia da pesanti minacce di morte. Di Matteo è riuscito comunque a dare una mano a Di Maio, ottenendo la condanna per Dell’Utri proprio nel giorno del massimo scontro tra Berlusconi e i 5 Stelle. Così i grillini possono agevolmente replicare agli insulti del leader forzista. «Il Caimano è più nervoso, il suo sistema di potere gli sta franando sotto i piedi», si sfoga Di Battista. «La sentenza è una pietra tombale sull’ex cavaliere, ora Salvini decida», tira le somme il deputato Fraccaro. E Berlusconi ci mette del suo. Descritto dai grillini come un interlocutore dei boss, risponde che nemmeno don Vito Corleone: «Mi hanno mancato di rispetto».

Nell’entusiasmo per una sentenza che gli ha dato ragione molto più di quello che l’andamento del processo lasciava presagire, anche lo stesso pubblico accusatore si concede qualche riferimento esplicito a Berlusconi, almeno questa volta non imputato ma anzi formalmente descritto come vittima delle pressioni di Dell’Utri. «La corte ha provato che Dell’Utri ha fatto da cinghia di trasmissione con il governo Berlusconi, la sentenza dice che il rapporto non si ferma al Berlusconi imprenditore ma arriva al Berlusconi politico», dice a caldo in aula a Palermo Di Matteo. Scatenando la reazione dell’avvocato Ghedini, che annuncia querela: «È di una gravità senza precedenti che il pm si permetta di adombrare responsabilità del presidente Berlusconi, non a caso Di Matteo è assiduo partecipante alle iniziative del Movimento 5 Stelle».

Tra i condannati c’è Dell’Utri, ed è chiaro che Forza Italia ha interesse a calcare la mano sulla presunta politicizzazione dell’accusa. D’altra parte la frequentazione tra Di Matteo e i 5 Stelle è consolidata, dai primi post sul blog di Grillo quattro anni fa alle delegazioni dei 5 Stelle, con Di Maio, in procura a Palermo, alla cittadinanza onoraria concessa a Di Matteo dalla sindaca Raggi fino agli inviti frequenti a convegni e seminari grillini, ultimo due settimane fa quello in memoria di Casaleggio a Ivrea dove ha ripetuto che «è ormai evidente la compenetrazione tra la mafia e il potere istituzionale e politico».

È legittimo che i 5 Stelle, avendo fatto il tifo per il lavoro della procura di Palermo quasi da soli in questi anni, esultino adesso per questa sentenza. Anche perché ne smentisce altre: Mannino presunto promotore della trattativa è stato assolto in processo separato, Mori non è stato giudicato colpevole per la mancata perquisizione del covo di Riina e la mancata cattura di Provenzano, altri due passaggi decisivi nella ricostruzione della trattativa stato-mafia. Non a caso Di Matteo aveva definito quelle sentenze di assoluzione «poco coraggiose». E c’è l’eco di quelle precedenti sconfitte nelle parole della terza carica dello stato, Roberto Fico, che parla di «giornata dal valore civile e morale straordinario». Il suo è un registro più composto, ma non meno pesante: «Quando lo stato giunge a condannare se stesso riacquista la forza, la dignità e la fiducia dei cittadini. Fare luce sulle pagine buie della nostra storia ci permette di sentirci stato», dice il presidente della camera.

Di Maio, invece, incaponito nel tentativo ormai persino inutile di staccare Salvini da Berlusconi, si perde nei conteggi. «Con le condanne di oggi muore definitivamente la seconda Repubblica», scrive. E pazienza se la gran parte dei fatti alla base delle condanne (tutti, tranne quelli che riguardano Dell’Utri), si riferisca all’epoca convenzionalmente chiamata prima Repubblica. Il problema è che il 5 marzo scorso sempre Di Maio aveva dichiarato ufficialmente aperta «la terza Repubblica, la repubblica dei cittadini». Due repubbliche hanno forse convissuto in questi cinquanta giorni tra le elezioni e la sentenza di Palermo? Due repubbliche e nessun nuovo governo.

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