dal Manifesto-Cultura: “Vite interrotte per salvare la «stirpe» ” di Linda Chiaramonte

Adelmo, romano, ha diciotto anni quando viene fermato la prima volta per ragioni legate alla moralità. È diplomato, da alcuni mesi lavora in fabbrica, ed è il più giovane confinato omosessuale nel materano. Durante l’interrogatorio, dichiara di aver iniziato a frequentare altri uomini all’età di quattordici anni. Considerato socialmente pericoloso per la sua condotta, nel ’42 viene mandato al confino affinché possa stroncare questa attività. Condannato a tre anni è destinato alla colonia di Marconia per la rieducazione attraverso il lavoro, ma presto, un soggetto con le sue caratteristiche, viene ritenuto inopportuno per quel luogo e trasferito a Bernalda. Nel 1943, grazie alla commutazione in ammonimento del residuo della pena, fa ritorno a casa.
La sua è solo una delle ventinove storie riportate alla luce da Cristoforo Magistro, lucano di origini, ricercatore per passione, dal 1970 trapiantato a Torino, ex insegnante di italiano e storia, che ha svolto una lunga e attenta indagine nell’archivio di Stato di Matera nel fondo dedicato ai confinati.

IL REGIME FASCISTA istituisce il confino nel novembre del 1926, lo stesso Mussolini lo considera una forma di «igiene sociale, profilassi nazionale: si levano dalla circolazione questi individui come un medico toglie dalla circolazione un infetto», come ricorda Magistro nell’introduzione al catalogo della mostra fotografica risultato di questa sua indagine. L’omosessualità, continua, era «percepita come qualcosa fra malattia e vizio e di cui era meglio non parlare, una condizione considerata contagiosa dalla mentalità dell’epoca. Nell’Italia fascista, che della virilità aveva fatto un mito, ufficialmente non esisteva e quindi fare una legge che la punisse avrebbe significato ammettere che le cose stavano diversamente. E così era. Negata a parole l’omosessualità, si rendeva però necessario nascondere gli omosessuali. Si cercò allora in qualche caso di curarli chiudendoli in manicomio. Più spesso di renderli invisibili ai più, mandandoli al confino con l’accusa di essere moralmente e socialmente pericolosi per la società, nocivi per l’integrità della stirpe e la tutela della razza». Così furono mandati in piccoli paesi isolati del meridione, centri poco popolati.
Nel caso del materano si trattava di terre che avevano vissuto una grande emigrazione e a cui, in virtù di questo passato, gli abitanti reagirono essendo ospitali con i confinati, nei quali rivedevano parte della loro storia. Lo spirito di solidarietà con cui vennero accolti è dimostrato anche dai matrimoni che quattro ragazze del posto contrassero con i confinati. Le condizioni di vita per loro erano durissime, spesso ridotti in stato di indigenza per la mancanza di lavoro, sebbene avessero diritto a un sussidio di cinque lire al giorno oltre alle cinquanta mensili per l’affitto che, se sufficienti negli anni Trenta, poi non bastarono più a garantire loro una vita decente.
Le ventinove storie di confino omosessuale fatte riemergere dall’oblio da Magistro nella sola provincia di Matera, sono arrivate a noi anche grazie al desecretamento dei documenti della polizia dopo settant’anni, dati personali sensibili che riguardano la vita sessuale e lo stato di salute, per questo mantenuti riservati.

libretti del confinato

FRA LE VENTINOVE biografie anche quella di Gilda, l’unica donna, direttrice di una casa di appuntamenti a Verona, condannata a tre anni. Un gruppo di cinque ragazzi di vita di Venezia, che ricattavano e derubavano gli stranieri dopo essersi prostituiti. La città, nota fin dall’Ottocento per essere meta di turismo omosessuale di intellettuali, ricchi e borghesi, che il fascismo tentò di bonificare con diverse retate a partire dal 1925 con l’obiettivo di dare una diversa immagine dell’Italia. Cosa che avvenne anche a Catania, dove nei primi anni Trenta c’erano stati quattro omicidi e vari reati sessuali, specie a danno di minori, rapine e ricatti nell’ambiente omosessuale. Nel 1934 in seguito a una grande operazione di polizia ci furono cinque condanne a carico di uomini dediti alla prostituzione, nel ’37 un altro omicidio riaprì la questione e a occuparsene fu il nuovo questore Alfonso Molina, che con una nuova retata nel ’39 portò all’arresto una cinquantina di persone, 46 delle quali furono confinate. Seguirono altri rastrellamenti e controlli per arginare il fenomeno.

POI LA STORIA DI GIUSEPPE, studente siciliano di ventidue anni, condannato a cinque anni insieme al marchese, con cui aveva da tempo una relazione, che invece la fece franca. Storia fra le più struggenti, probabilmente morto suicida dopo esser stato ridotto in miseria ed essersi ammalato. Nel suo fascicolo sono state ritrovate lettere molto toccanti indirizzate alla famiglia e al marchese nel frattempo trasferitosi in Svizzera. Ancora Ernesto il bancario, Italo il contrabbandiere, Leonida il comunista, Maurizio il fascista, Modesto lo squadrista. Il 1942 è l’anno in cui si registra la maggior concentrazione di confinati omosessuali, una volta sfollate le isole di Ustica e Favignana in cui erano concentrati i prigionieri di guerra.

DURANTE IL CONFINO c’erano regole da seguire, orari da rispettare e pure una carta di soggiorno. Tutti, o quasi, furono condannati a cinque anni, la durata massima, fino a quando il 28 giugno del 1943, per il timore che una lunga permanenza potesse contagiare al vizio e compromettere le comunità ospitanti, si decise di emanare una circolare per abolire il confino per gli omosessuali e commutarlo in ammonizione. Fu così che tra luglio e agosto furono mandati a casa, restando tuttavia sottoposti a controlli costanti da parte della polizia delle città di residenza.
A tutt’oggi non c’è ancora un lavoro completo di documentazione sui casi di confino omosessuale su tutto il territorio italiano, molti altri archivi sono ancora da consultare. Se ne è occupato Lorenzo Benadusi, dell’Università degli studi Roma Tre, citato da Magistro, che nel libro Il nemico dell’uomo nuovo, sulla storia dell’omosessualità sotto il fascismo (Feltrinelli, 2005), individua centosessantaquattro casi emersi dagli archivi di Roma che ne contengono solo una parte. Tutte le storie ritrovate da Magistro sono confluite nella mostra di ritratti Adelmo e gli altri. Confinati omosessuali nel Materano, ventinove foto segnaletiche, quanti sono gli accusati di pederastia durante il fascismo, raccolte negli archivi di Aliano, paese del confino di Carlo Levi, e Matera. Il progetto è di Agedo Torino, associazione genitori e familiari di persone lgbti, di cui fa parte Magistro.
La mostra è stata inaugurata in occasione delle celebrazioni del 25 aprile nella sede del Cassero lgbt di Bologna e sarà visitabile fino al 5 maggio prossimo, mentre fino al 6 sarà proposta in contemporanea all’ex carcere di Sant’Agata a Bergamo. L’esposizione arriva a Bologna dopo aver toccato altre città italiane, prima fra tutte Torino, ed è esposta stabilmente all’Archivio degli Iblei di Ragusa che ne dispone e la utilizza insieme ad Agedo come strumento didattico per le scuole, oltre a farla girare in tutta la Sicilia.

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