Repubblica-terzapagina  ” Tutte le donne dello scarafaggio“ di Hanif kureishi

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Franz Kafka
Kafka amava il teatro e il cabaret e odiava il proprio corpo “gracile”, soprattutto se confrontato con il fisico robusto e “possente” del padre, ed era interessato alla tortura esercitata sul fisico maschile, più che su quello femminile. Non che le donne gli fossero indifferenti, o che non le torturasse: a questa tentazione perfino lui era incapace di resistere. Come si evince da molte lettere, coltivò a lungo quest’arte raffinata, fino a diventare un virtuoso nel provocarle, esasperarle e rinnegarle. Si adoperò in ogni modo, anche a costo di avvelenarsi notevolmente l’esistenza, affinché nessuna delle sue fidanzate fosse mai felice o soddisfatta. Nel 1919, scrivendo alla sua traduttrice e amica Milena Jesenská, si definisce una « peste bubbonica » , perché lei non si facesse un’idea sbagliata, o peggio ancora un’idea esatta, di quello che lui era davvero: una pantera travestita da scarafaggio.
Kafka conobbe Felice Bauer nel 1912, a casa di Max Brod.
Probabilmente ne fu terrorizzato, e infatti di lì a poco scrisse La metamorfosi, in tre settimane, per certificare fin da subito che avrebbe preferito essere uno scarafaggio o uno scheletro piuttosto che oggetto di desiderio. Fece anche bene attenzione a non creare mai un grande personaggio femminile. Calarsi nei panni di un individuo erotizzato o comunque sessualmente attivo gli era impossibile; per lui il corpo fu sempre un orrore, un soggetto impossibile, e per tutta la vita si sforzò di rimanere un fanciullo infermo e grottesco. Qualsiasi ostentazione di amore e desiderio vicendevoli gli sarebbe parsa eccessiva, e del resto Kafka, figura paradigmatica del Ventesimo secolo, è innanzitutto uno scrittore del risentimento, per non dire dell’odio. La sua visione del mondo (—) prevede solo carnefici e vittime: nient’altro. Le donne dovevano sperimentare ripetutamente sulla propria pelle che effetto fa essere respinte. A nessuna di loro Franz Kafka avrebbe mai elargito un sorso d’acqua.
Eppure dalle donne pretendeva continue informazioni, le rendeva « schiave della scrittura » , per citare una sua lettera a Brod.
Dovevano attenersi scrupolosamente alle sue istruzioni; di una donna voleva sempre sapere “ tutto”.
Naturalmente questa inesauribile sete di “ sapere” è fine a se stessa.
Una montagna di fatti non produce conoscenza, e certo non può derivarne alcun piacere, né interazione, divertimento o sorpresa. Kafka erotizzava l’indecisione e il circolo vizioso; la sua condizione preferita diventò quella di una « lunga, vaga attesa » , e non arrivò mai a possedere davvero le donne amate. Voleva esserne il tiranno, non il compagno. Dopotutto, i tiranni li conosceva bene: aveva abitato insieme a loro. E finì per tiranneggiare, lui che era il più gentile degli uomini, soprattutto se stesso, fino all’impossibile.
Masticava e rimasticava il cibo riducendolo a un omogeneizzato, ma non inghiottiva quasi mai.
Analogamente, le donne sarebbero rimaste per sempre a cavallo della freccia di Zenone senza mai arrivare, senza mai raggiungere alcun bersaglio, in moto perpetuo: verso il nulla.
Gli scritti di Kafka – diari, lettere, quaderni, racconti e romanzi, perfino la sua vita – sono diventati un’opera unica, simile a un sogno. Costituiscono la sua autoanalisi e la sua vita sociale e sessuale.
Ricreò tutti quanti con le parole: Felice, Milena, Gregor, Joseph K., se stesso. Il figlio partorì i genitori. Il padre di Kafka, il supposto ipertiranno, colui che minacciava di « sventrarlo come un pesce » , fu la menzogna più fulgida e probabilmente una delle sue migliori creazioni o finzioni letterarie. Oltre a mutare se stesso in uno scarafaggio, Kafka trasformò il padre in un testo.
Grazie alla letteratura sarebbero diventati una coppia immortale, come Lucky e Pozzo in Aspettando Godot,incapaci di vivere insieme o separati, allacciati in una danza eterna. Dal momento in cui Hermann negò al figlio un sorso d’acqua come un padrone che può decretare la morte dello schiavo, Franz identificò nel cibo e nel nutrimento i suoi nemici, e nella deprivazione e nel fallimento il suo argomento preferito. Più che a Joyce o a Proust, la sua visione del mondo lo accomuna a Beckett. Sono entrambi filosofi dell’abiezione, umiliazione, degradazione, della morte da vivi, perfetti per il Ventesimo secolo, un’epoca di padri autoritari e totalitarismi, il debole e il forte che si generano a vicenda.
Per controllare gli altri si può usare la forza ma anche la debolezza. Entrambi i metodi implicano svantaggi e delizie speciali. Il padre di Kafka aveva fatto proprio il primo, il figlio l’altro. Era una perfetta divisione dei lavori, un infallibile congegno di tortura. Con il suo eterno lamento Franz si ribellava a Hermann, suo padre, così come sembrava ribellarsi alla famiglia e al matrimonio. Il fatto è che non trovò mai un padre, una famiglia o un matrimonio che gli andassero a genio – proprio come l’artista della fame, il quale sosteneva di non avere mai trovato un cibo che gli piacesse. Altrimenti, diceva, avrebbe mangiato.
– © Hanif Kureishi, 2015. 2018 Giunti Editore S.p.A. / Bompiani. Traduzione di Davide Tortorella
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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