Goffredo Fofi sul Manifesto ricorda Angela Pascucci, giornalista e sinologa

Tra Lu Xun e Mao, ribellarsi è giusto quanto ragionare

Angela Pascucci

Ho conosciuto Angela grazie a un’amica comune, la sinologa Mita Masci.

In passato sono stato molto amico di due singolari personaggi femminili della nuova sinistra italiana, Maria Regis, già partigiana, comunista cresciuta nei valori e modelli delle Terza Internazionale, a cui ho dato una mano a Milano per le sue Edizioni Oriente prima che si aprissero gli occhi sulle nefandezze della «rivoluzione culturale», e Edoarda Masi, compagna di militanza nei Quaderni rossi e collaboratrice assidua e convinta dei Quaderni piacentini.

Tramite loro ho conosciuto, stupendomi a volte che si trattasse sempre di donne, altre studiose della Cina come Enrica Collotti Pischel, Renata Pisu, Anna Maria Palermo, Silvia Calamandrei e altre ancora.

Fino a tempi recenti, le sinologhe erano più numerose e più agguerrite e più solide dei sinologi, ed è anche per questo che si seguivano sempre con molta attenzione gli articoli e i viaggi di Angela Pascucci nella lontana Cina – che un tempo ci era parsa così vicina, come cantava uno stornello raccolto da Ernesto De Martino, mi pare in Romagna e intorno al 1950: «mo’ che il tempo si avvicina / si fa avanti la grande Cina».

Ci furono bensì due modi di studiare la Cina e la sua rivoluzione.

Il primo, quello di chi vi vide un’alternativa contadina alla «operaiolatria» del bolscevismo e dei partiti comunisti europei, dichiarata solo a parole, e in quella incorsero gli studiosi più ideologici; la seconda di chi, pur aderendo agli ideali di fondo della rivoluzione cinese, non smise di analizzare con la dovuta «laicità» le trasformazioni portate dalla grande rivoluzione del 1949.

La leva più giovane delle sinologhe è stata e rimane più «laica» della generazione dei primi anni del dopoguerra, perché avvertita dalle violenze e chiusure del partito comunista cinese e del suo parlamento, del suo sistema di governo.

Angela Pascucci era, come molti di noi, forse più innamorata di Lu Xun che non di Mao.

Il saggio – bellissimo – che scrisse per le Edizioni dell’asino ideate da Giulio Marcon e da me, Potere e società in Cina, era aperto da una citazione di Lu Xun: «La speranza, in se stessa, non si può dire che esista o non esista. È come per le strade che attraversano la terra. Al principio sulla terra non c’erano strade: le strade si formano quando gli uomini, molti uomini, percorrono insieme lo stesso cammino».

Le rivoluzioni sono necessarie, ma altrettanto necessario è che continuamente si rinnovino, a costo di abbattere il potere che su di esse si è consolidato.

C’è naturalmente chi se ne allontana deluso, «buttandosi a destra» (e abbiamo avuto esempi illustri di questa delusione e di questo salto di campo, ma anche esempi molto squallidi, per esempio in Italia, dettati dall’opportunismo), ma c’è anche chi continua a cercare e a guardare con attenzione a chi, altrove, cerca nuove strade, perché «ribellarsi è giusto» ma altrettanto importante è ragionare sul legame indissolubile che dev’esserci tra i fini e i mezzi, secondo una morale che non apparteneva certamente alla III Internazionale o al Partito comunista cinese di ieri e a maggior ragione di oggi, nell’impasto di «comunismo reale» e capitalismo che ha continuato a proporre.

Angela sapeva bene tutto questo, e le sue «storie di resistenza nella grande trasformazione» raccolte nel libro dell’Asino ci hanno aiutato a capire meglio, a guardare alla realtà senza paraocchi ideologici, ma anche a non perdere la speranza di domani migliori, in Cina e altrove, affidati alla intelligenza e determinazione dei tre soggetti sociali analizzati nel suo libro, i contadini, gli operai, gli intellettuali, e dalle nostre parti, in quelle minoranze che non sono state travolte anche loro dalla mutazione e dai laidi conformismi di chi la cavalca.

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