da Repubblica-Cultura «Cammino dunque sono» è il senso di Nan Shepherd per la montagna.

Robert Macfarlane “Una Street View non varrà mai quanto il fascino del viaggiare”

Intervista di RICCARDO STAGLIANÒ
«Cammino dunque sono» è il senso di Nan Shepherd per la montagna. Questa scrittrice stupefacente, e stupefacentemente ancora ignota da noi, celebra l’andamento lento sulle cime come un processo di conoscenza ascensionale, che entra dai piedi per arrivare al cuore e alla testa. Poetessa e docente di letteratura all’università di Aberdeen amava più di tutto i Cairngorm, il massiccio che sovrasta il villaggio della Scozia nordorientale dove viveva. Dopo averlo battuto palmo a palmo, per un numero di volte di cui aveva perso il conto ma non la memoria, scrisse sul finire della Guerra un libro su quelle divagazioni che un editore rifiutò e che rimase in un cassetto per trent’anni. Quarant’anni dopo, con una luminosa prefazione di Robert Macfarlane, altro fuoriclasse della letteratura di viaggio, esce in Italia La montagna vivente (Ponte alle Grazie, traduzione di Carlo Capararo). A lui, che sta ultimando Underland, un libro sul mondo di sotto, dalle caverne artiche della Norvegia a un deposito di scorie nucleari pensato per resistere diecimila anni, abbiamo chiesto lo stato di salute del viaggiare al tempo di Google Earth.
Un paio di anni fa c’è stato un gran parlare dei visori di realtà virtuale che avrebbero rimpiazzato gli spostamenti.
Ovviamente non è andata così.
Qual è il bisogno che il viaggio soddisfa, almeno per lei?
«Le tecnologie che restringono o annullano le distanze, consentendoci di fare l’esperienza di altri posti in maniera vicaria o immaginativa (Instagram) proliferano in numero e qualità.
Tuttavia continuiamo a viaggiare fisicamente, trascinando i nostri corpi, le nostre valigie di sangue e ossa, in numeri sempre maggiori. È una compulsione bizzarra e distruttiva di cui sono naturalmente compartecipe. Ma sono anche affascinato da quei viaggiatori per i quali un posto è profondo prima ancora di essere vasto. Penso allo scrittore irlandese Patrick Kavanagh quando scrive che “la confluenza di quattro campetti, il margine del pezzo mancante di una siepe sono la realtà di cui una persona può fare esperienza in una vita intera”. O all’occupazione vitalizia di Nan Shepherd per un’unica catena, i Cairngorm appunto. Anche i bambini possiedono questa abilità di entrare ed essere arricchiti da piccoli paesaggi, da micro-geografie. Mettete un bimbo in un bosco e sarà felice per ore.
Senza alcun bisogno di prendere un aereo».
È vero però che il mondo è diventato meno esotico grazie alla rete. Se devi visitare un posto puoi farti un’idea su Street View di come sarà.
Questo ha spoilerato la magia della scoperta?
«Quando Laurie Lee partì a piedi dalla Gran Bretagna negli anni ‘30 per la Spagna tutto ciò che sapeva era quel che aveva letto in un libro.
Quando Patrick Leigh Fermor si mise in marcia nello stesso anno per raggiungere a piedi Costantinopoli per cavarsela aveva giusto un talento per le lingue e un bel po’ di poesie in latino imparate a memoria. I risultati furono due dei viaggi, e racconti di viaggi, più grandi del periodo tra le due guerre. I nostri poteri di “previsione” sono oggi profondi.
Anche i nostri comportamenti nella cosiddetta wilderness, la natura incontaminata, sono premasticati, vissuti in anticipo grazie alle previsioni del tempo e alla mappe consultate. Penso che ciò chiuda le possibilità alla sorpresa. Ciò detto, i posti selvaggi e il clima possono sempre comportarsi in maniera imprevedibile e rovesciare ogni nostro piano».
Lei fa notare che nel 1977 vennero pubblicati “In Patagonia” di Bruce Chatwin, “Un tempo di doni” di Patrick Leigh Fermor e “Coming into the Country” di John McPhee. In che modo quei libri erano diversi da “La montagna vivente” e perché Nan Shepherd non ha riscosso lo stesso successo?
«Quello fu veramente l’annus
mirabilis della letteratura di viaggio. Quei tre libri erano scritti da uomini. Narravano lunghe spedizioni. Ed erano, suppongo, ben sostenuti dalle case editrici oltre che, nel caso di Chatwin, dalla naturale comunicativa dell’autore.
Quello di Nan, invece, era quieto nel tono, breve nella durata, scritto da una donna modesta che arrivava alla fine di una lunga vita e fu pubblicato in piccola tiratura da una casa editrice accademica minore. Il miracolo, in realtà, è che sia sopravvissuto. Ma come è arrivato sin qui, e com’è fiorito, questo snello capolavoro!».
La definisce una «localista» che conosceva il suo territorio sino al minimo dettaglio. Questa attitudine ha circoscritto la sua fama?
«All’inizio direi di sì. Perché un lettore di Genova, diciamo, dovrebbe aver voglia di leggere un libro su una catena montuosa di cui non ha mai sentito parlare?
Naturalmente però il suo libro è sui Cairngorm allo stesso modo in cui Moby Dick è sulla caccia alla balena o La signora Dalloway sulle strade di Londra. Ovvero: da una parte ingaggia intensamente e dettagliatamente il suo oggetto, dall’altra irradia verso l’esterno per affrontare gli interrogativi più ampi del guardare, appartenere, essere».
Shepherd scrive che in montagna i sensi sono così allerta che potremmo dire che «il corpo pensa»: è d’accordo?
«Totalmente. Il corpo sa, sente, percepisce in modi che estendono e accompagnano la mente ma finiscono per sorpassarla. Il tatto, in particolare, è un senso che Shepherd celebra: la sensazione del nevischio sul volto, di una roccia sotto la mano, dell’erica che ti graffia le gambe, l’acqua quando si nuota nudi in un laghetto d’altura.
Questo risponde al perché viaggiamo ancora, nonostante la tecnologia e il pallido succedaneo del touch sullo schermo».
Lei sostiene che camminare sia il miglior modo di disaccoppiare il corpo dalla mente. Ciò ha a che fare con il vuoto mentale che si ottiene con la meditazione?
«Sì, penso che confini con la meditazione. Ci sono volte in cui, a forza di camminare, specialmente tra i 30 e 50 chilometri, sento come se fossi entrato in uno stato meditativo. Altre volte, soprattutto in alta montagna, mi sento svuotato dal contrasto del tempo e dello spazio profondo che si aprono intorno a me. Nan spiega benissimo queste sensazioni, del camminare come una forma di pellegrinaggio.
“Conoscere l’Essere” scrive nell’ultima frase del libro “È questa l’ultima grazia accordata dalla montagna”».
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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