da Repubblica-terzapagina: bella intervista di Stefania Parmeggiani a Paco Ignacio Taibo II per il suo ultimo romanzo “Redenzione”

Il ritorno di Paco Ignacio Taibo II

W la Revolución dal Messico a Napoli

Intervista di  STEFANIA PARMEGGIANI

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Lo scrittore Paco Ignacio Taibo II
«Non ho nostalgia dell’utopia perché nella mia vita c’è una forte componente utopica». Paco Ignacio Taibo II è tornato. Dopo anni nei quali è stato immerso nella Storia, assorbito da un’opera in tre volumi sul Messico, lo scrittore latinoamericano torna ai suoi lettori con un romanzo che ha lo stesso sapore di sempre: terra e libertà.
Redenzione, tradotto da Bruno Arpaia e pubblicato da La Nuova Frontiera, ci riporta all’alba del XX secolo negli anni che precedono la rivoluzione messicana. Mentre l’insofferenza per il regime autoritario, violento e oppressivo di Porfirio Diaz cresce, un gruppo di esuli italiani sbarca a Veracruz. Sono tipografi, illusionisti, filosofi e sognatori, fondano una comune libertaria, si alleano con gli indios, distillano clandestinamente un liquore che provoca atroci sbronze, praticano il nudismo e resistono fino a quando la loro utopia viene cancellata con la forza.
Una vita dopo, quando il secolo ha ormai fatto il suo corso, Lucio Doria detto “Il diavolo” torna a Napoli, l’unica città dove può ricevere il perdono. «È iniziato tutto come una broma, uno scherzo — racconta lo scrittore — Ho dato ad alcuni personaggi i nomi dei miei amici italiani: Pietro Cheli, Marco Tropea, Bruno Arpaia… E mentre facevo questa specie di gioco, ho cominciato a strutturare la storia su due livelli, rubando un po’ qua e un po’ là, dalla realtà e dall’immaginazione».
Quanta realtà c’è in “Redenzione”?
«La storia dei braceros italianos è reale: vennero offerti posti di lavoro per la colonizzazione in Messico dall’ambasciata di Roma e il reclutatore si chiamava conte Cinigo. Non erano contadini e una volta in Messico entrarono in contatto con i magonisti di Veracruz e parteciparono allo sciopero del Rio Blanco. Nel mio romanzo però ci sono diversi tranelli cronologici: se i protagonisti si trovano sulla San Gottardo al volgere del secolo, difficilmente potranno arrivare a Veracruz verso il 1904 e passare lì i primi due anni finché la crisi sia contemporanea alla rivolta magonista di Acayucan. Ho scritto una nota, a fine libro, proprio per chiarire quali libertà mi sono preso».
Perché ha impiegato quindici anni per riuscire a scrivere questa storia?
«L’ostacolo maggiore è stato risolvere il mistero del personaggio principale: Il diavolo doveva tornare a Napoli, ma perché lo faceva?».
Partirono braccianti italiani da Napoli?
«No, ma Napoli è la città migliore al mondo per fare letteratura. È la città ideale da raccontare in un romanzo, da narrare in una storia.
Solo Città del Messico ci si avvicina».
Le donne affacciate ai balconi di vico Santa Luciella intervengono nella narrazione, con che funzione?
«Sono il coro, osservano, commentano, correggono e ricorreggono la storia».
Mentre Il diavolo si lascia alle spalle il porto di Veracruz pensa che il presente abbia perduto la vocazione all’eroismo e si chiede dove siano finiti gli uomini e le donne che hanno vissuto con la necessità che non vi fosse alcuna distanza, neanche minima, tra le parole e le azioni. Ha nostalgia dell’utopia señor Taibo?
« E perché dovrei? Io vivo la mia vita con una forte componente utopica. Credo che si possa sempre cambiare il mondo, che non si debba mai smettere di provarci. Non sono io a farmi questa domanda, ma è Lucio Doria, Il diavolo. Se io parlassi con la voce di tutti i miei personaggi sarei schizofrenico».
Lula in carcere e l’impeachment contro Dilma Rousseff in Brasile, la vittoria di Macri in Argentina, il golpe in Paraguay, il Venezuela di Maduro… Cosa è successo alla sinistra in America latina? Ha fallito?
«La Storia ha bisogno di tempo.
Sono convinto che le sconfitte elettorali e le crisi non siano che una ondata che succede a quella precedente. Il contrattacco del neoliberismo è stato forte, ma la sinistra saprà reagire».
E a Cuba? Il castrismo è terminato, lo è anche la rivoluzione?
«È terminato il castrismo? Non ne sono così sicuro. In ogni caso quello che si è fatto a Cuba è stato fondamentale per tutta l’America latina. Il modello cubano ha avuto il merito di sviluppare immense forze sociali e produttive, la cultura, lo sport, l’educazione, la salute, ma ha frenato il dibattito ideologico… Neanche la fine del Partito unico sarà la fine della Revolucion ».
Come si vive in Messico la politica migratoria degli Usa?
«Trump è uno stupido molto pericoloso, ha una sorta di delirio, è convinto che si possa fermare il flusso di migranti dall’America latina, la sua è una politica fascistoide».
Il primo Papa latinoamericano della storia ha cambiato il continente?
«Sono ateo e non ho nessun interesse per la Chiesa cattolica.
Anche Don Marco, il prete del mio romanzo, in realtà è un falso cattolico, la sua veste è solo una mascherata. Questo per dire che la religione non fa parte del mio universo visuale».
In “Redenzione” scrive: «Il tempo è un traditore della fedeltà storica perché impone un’altra fedeltà più fiera, quella delle colpe e degli amori». Lo pensa?
«È una frase da romanziere, non da storico, lo pensa Il diavolo, non io».
Che funzione ha la Storia?
«Dobbiamo sapere chi siamo e da dove veniamo per comprendere dove stiamo andando. Illuminare il passato è fondamentale per costruire il futuro. Anche per questo credo che la Storia non possa rinunciare ad essere un’arte narrativa: è patrimonio dei cittadini, non deve restare chiusa nel mondo accademico».
E la letteratura?
«La letteratura è autonoma e dobbiamo rispettare la sua autonomia. Ma dato che l’attivismo e la politica hanno un grande ruolo nella mia vita, inevitabilmente questo si riflette nei romanzi».
Ha scritto di anarchici, comunisti, socialisti, avventurieri, liberi pensatori… Ma lei in definitiva che cosa è?
«Io sono quello che li racconta. E sono un po’ tutti loro. Sono parte di una sinistra che ha imparato a mantenere un pensiero critico».
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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