Repubblica -Cultura Intervista a Björn Larsson “Se in Svezia cade il Nobel non ci resta che l’Ikea” Intervista di Raffaella De Santis

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Lo scrttore Bjorn Larsson a Fano fuori della Mediateca Montanari – aprile 2017

Per la prima volta dal 1943 c’è la seria possibilità che il Nobel per la letteratura non venga assegnato. Bjorn Larsson guarda a quello che sta accadendo in Svezia senza perdere l’ironia. Il terremoto che sta buttando giù a colpi di scandali il tempio dell’Accademia svedese che assegna il Nobel letterario va minando una delle istituzioni di orgoglio nazionale: «In Svezia non si parla d’altro. È comprensibile, il Nobel e l’Ikea sono i due grandi simboli svedesi, la grande immagine del paese all’estero. Se vengono giù è un disastro». Lui, l’autore della storie avventurose del pirata Long John Silver, che periodicamente si ritira a vivere a bordo di una barca, agli scranni accademici preferisce l’aria aperta. Larsson insegna letteratura francese all’università di Lund ed è tra i cento intellettuali che ogni anno sono invitati a suggerire all’Accademia papabili per il Nobel: «Viene preso in considerazione chi riceve almeno un paio di segnalazioni. Se un giorno però mi dovessero chiamare per far parte della giuria, risponderei no grazie, preferisco tenermi la mia vita». Dopo le accuse di molestie sessuali al fotografo Jean-Claude Arnault, marito della poetessa membro dell’Accademia Katarina Frostenson, si sono dimessi sei giurati, tra cui la segretaria generale Sara Danius. Ora oltre alle molestie sta emergendo una storia di finanziamenti poco chiari da parte dell’Accademia al centro culturale Forum, di cui Arnault era fondatore a animatore. Lo scandalo che sta travolgendo il Nobel la sorprende? «Fino a un certo punto. Arriva nel momento dell’esplosione del movimento MeToo e tocca questioni, quelle della molestie e del rapporto uomo-donna, alle quali qui in Svezia siamo particolarmente sensibili. Ma la cosa più grave a mio avviso riguarda, al di là della figura di predatore sessuale di Arnault, il conflitto di interessi che lo legava ai finanziamenti dell’Accademia, nella quale sedeva come giurata la moglie». Crede che sia stato protetto dai colleghi della signora Frostenson? «Potrebbe darsi ed è quello che stanno pensando in molti. Forse alcuni giurati sapevano e hanno preferito tacere. Si sono create due fronde, quella critica e quella di chi lo difende, tra cui c’è l’ex segretario dimissionario Horace Engdahl. Ci sono molti interessi in ballo». Di che tipo? «Stoccolma è il centro editoriale della Svezia. Un’unica città nella quale si concentra tutta la vita culturale del paese. Il Forum, il club di Arnault, è uno dei posti più ambiti. O almeno lo è stato finora. Si dice che molti membri dell’Accademia siano passati di lì prima di essere cooptati come giurati». L’investitura avveniva prima al Forum? (Ride) «Non so, è quanto si dice». Ci andava anche lei? «Non faccio parte di quel circolo di conoscenze». Crede che un terremoto come questo possa almeno servire a rinnovare il premio? «La segretaria dimissionaria Sara Danius è stata costretta a lasciare il suo seggio dopo aver espresso la volontà di modificare lo statuto dell’Accademia. I membri della giuria rimangono in carica a vita e non sono sostituibili. Forse il re Carlo XVI Gustavo di Svezia riuscirà a cambiare le regole. È l’unico a poterlo fare. L’Accademia è stata fondata nel 1786 da re Gustavo III e il sovrano svedese continua ad essere considerato il “protettore” del suo spirito originario. Ma sinceramente la cosa mi fa un po’ sorridere». Perché? «Perché il re in Svezia non ha alcun potere di fatto, forse stavolta può però finalmente fare qualcosa ( sorride). La sua proposta dovrà poi essere accettata dagli accademici e considerata la pioggia di dimissioni che ne ha falciato il numero può diventare più facile. Erano diciotto, sedici effettivi, e ora, dopo gli ultimi addii, siamo a dodici. Anche la Fondazione del Nobel, che finanzia l’Accademia e dunque amministra un potere, potrebbe spingere in direzione di un cambiamento. Al momento è un cul- de- sac, nessuno sa bene come uscire da questo vicolo cieco». Sta venendo a galla un’immagine degli Accademici molto meno compatta di quanto si credesse. «In realtà già in passato c’erano stati contrasti. Il più forte ai tempi della fatwa a Salman Rushdie, nel 1989, che portò all’allontanamento della scrittrice Kerstin Ekman, accademica dal 1978. Ekman avrebbe voluto che l’Accademia condannasse pubblicamente la fatwa e dopo la controversia lasciò scoperto il suo seggio. Tutto avvenne nel silenzio più assoluto. È successa la stessa cosa tre anni fa, quando la scrittrice Lotta Lotass ha abbandonato il seggio n.1. Un bel giorno Lotass ha smesso di andare alle riunioni del giovedì, gli incontri settimanali dei giurati, e non si è più fatta vedere ai pranzi comuni al ristorante Gyldene Freden». Questa segretezza fa parte di un codice etico o fa semplicemente comodo? «In parte è una segretezza che ha permesso all’Accademia di non lasciarsi influenzare da persone esterne riguardo alla scelta del Nobel, di mantenere in fatto di scelte letterarie una reputazione di serietà e integrità inscalfibile. I verbali delle discussioni della giuria possono essere desecretati solo cinquant’anni dopo l’assegnazione del Nobel. Sono un po’ come i segreti di Stato». Qualcosa però inevitabilmente trapela. Lo stesso Arnault pare abbia ricevuto soffiate sui nomi dei vincitori. «Le soffiate vengono dopo, a giochi fatti. Il meccanismo di selezione è però serio. Qualcosa certo è trapelato. Si sa ad esempio che il poeta Lars Forssell amava molto Dario Fo e che è stato lui ad insistere anno dopo anno per promuoverne l’apprezzamento e la conoscenza tra gli altri giurati. Così come pare che Patrick Modiano sia stato proposto da Sara Danius e dal poeta Jesper Svenbro». Quali sono i Nobel mancati a suo parere? «È incredibile che Strindberg non sia mai stato nominato né candidato. Per uno che sfidava la società e il politicamente corretto è davvero strano. L’altra è Simone de Beauvoir, autrice totale, saggista e scrittrice». E la polemica sul premio mancato a Philip Roth? «Negli ultimi anni, è vero, c’è stato un pregiudizio antiamericano. Sinceramente però, a Roth preferirei DeLillo o Grossman». Se dovessero proporglielo, accetterebbe lo scranno da accademico? «Se i giurati rimangono quelli di adesso, direi di no. Ho una mia vita, la barca, gli amici a cui tengo. Perché farlo? Per una questione di puro prestigio?». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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