da Repubblica-Viaggi « Le piante monumentali. Faggi e cipressi come quadri: il boom del turismo degli alberi » di CRISTINA NADOTTI,

L ’ a l t r a p a g i n a
ROMA
Non importa sapere se si è davanti a un Quercus pubescens o a un Quercus ilex, quel che conta è lasciarsi rapire dalla bellezza delle fronde come si fosse davanti a una scultura di Michelangelo o a un dipinto di Giotto. E infatti, tra le varie forme di turismo che l’Italia è riuscita a declinare, ora si annoverano i viaggi per ammirare gli alberi monumentali. Gli apripista dei tour organizzati per vedere querce e lecci secolari ( i Quercus di cui sopra, appunto, ma non soltanto loro) sono stati Comuni e Regioni che, chiamati dalla legge 10 del 2013 a censire e segnalare al Ministero delle politiche agricole alimentari e delle foreste gli alberi monumentali nel loro territorio si sono resi conto di avere in casa un patrimonio di facile fruizione e tutela. A Sanremo, per esempio, la visita guidata agli alberi monumentali dei parchi della città è un classico fin dal 2014, e il comune ligure gioca al meglio le sue carte di città dei fiori e della giovinezza di Italo Calvino per indicare ai turisti, oltre a begonie e camelie, ficus, araucarie e palme nei parchi delle ville, su tutte Villa Ormond, e gli alti fusti che ispirarono allo scrittore Il barone rampante.
La varietà sanremese è indicativa dei criteri stabiliti dal Mipaaf per segnalare un albero monumentale, molto più ampi di quanto si potrebbe intuire.
Per figurare nell’Elenco nazionale dei monumentali un albero può essere un esemplare isolato o « parte di formazioni boschive naturali o artificiali » , inclusi, come a Sanremo, parchi e giardini di ville pubbliche o private. Sono stati censiti filari tipici del paesaggio italiano, come i cipressi toscani, faggete o singoli alberi « esempio di maestosità e/ o longevità » che abbiano « un particolare pregio naturalistico per rarità della specie » , oppure che costituiscano « un preciso riferimento ad eventi o memorie rilevanti dal punto di vista storico, culturale, documentario e delle tradizioni locali » . Non stupisce perciò che tra le mete più popolari ci sia la sequoia di Longarone, testimone del disastro del Vajont, che l’ondata del 1963 non riuscì a sradicare, ma ferì lasciando sul tronco un’enorme cicatrice, metafora di quanto accaduto in paese. Attirano perfino i turisti delle spiagge di Sardegna e Calabria l’ulivo di oltre 3mila anni fa di Carana, nel comune di Luras non distante dalla Costa Smeralda, oppure il bosco ultracentenario di oltre 60 pini larici e aceri montani a Spezzano della Sila, non lontano da Cosenza. « Per fortuna ci si accorge dell’importanza degli alberi — osserva Paolo Pejrone, architetto di giardini — dopo che per anni li si è cancellati dal nostro paesaggio.
Bisognerebbe portare i bambini a vederli come si fa con le opere d’arte, spiegare loro che un albero è segno di un’epoca, purtroppo anche nella sua assenza. Per esempio si potrebbe raccontare la storia delle marinerie d’Europa passando dalla distruzione dei boschi in alcune nazioni. Non è un caso che l’Austria abbia ancora le sue foreste, infatti non ha una flotta… » .
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