Intervista al superstite “Deliravo e urlavo contro il vento lassù in cima mi ha salvato il pensiero di mia moglie” di BRUNELLA GIOVARA, per Repubblica

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da Repubblica
MILANO
A un certo punto della notte Tommaso Piccioli ha pensato che beh, «era meglio morire».
Che ora era?
«Non lo so. Non vedevo niente.
Deliravo. Però pensavo anche a salvarmi».
Lei si è salvato a quota 3.270, in una delle gite di scialpinismo più famose e tremende, la Haute Route, da Chamonix a Zermatt in sette giorni, 180 chilometri, dislivello di 6.350 metri. Ci racconti la notte in cui sette suoi compagni hanno perso la vita.
«Ho pensato che non saremmo tornati giù la metà di quelli che eravamo lì. Mi sbagliavo, è andata peggio. È morta la mia amica Betty, Elisabetta Paolucci. Aveva organizzato tutto, aveva anche scelto la guida».
Quanto avete pagato per l’escursione?
«Milleduecento euro a testa, rifugi compresi. Betty si era informata con varie guide, i prezzi erano più o meno quelli. Poi ha scelto Castiglioni».
Lei lo conosceva?
«No. Ma mi ero documentato. Uno tosto: ha fatto il Cerro Torre, la via del martello pneumatico, insomma. E il Cho Oyu, Himalaya, un ottomila, mica scherzi. Ma ha fatto molte cazzate, mi spiace che sia morto, ma lì è morta Betty, e altri due amici, Marcello e Gabriella».
Li ha visti morire?
«No, quando è iniziato il whiteout
non si vedeva più niente».
Ci spieghi cos’è.
«Nebbia gelata e vento fortissimo. Visibilità di un metro, neanche. Li sentivo urlare. Urlavamo tutti per farci forza. Poi si è spento tutto».
Chi era più vicino?
«Betty. Ero arrabbiato con lei perché sentivo che si lasciava andare. L’ho sgridata, le dicevo: “Muoviti, muoviti, non stare ferma”. Ma lei delirava, “Tommaso aiutami”. E io le ripetevo di pensare a qualcosa di bello».
Poi?
«Poi ha smesso di parlare. Era sotto di me, io stavo in piedi, con una mano mi tenevo alla roccia e con l’altra alla piccozza e facevo così, avanti e indietro, mi dondolavo sulle gambe. Un po’ così, un po’ mi sedevo. E gridavo, contro il vento.
Quando mi sono di nuovo seduto lei aveva la faccia nella neve. Allora l’ho girata in su, non volevo che stesse così. Ero sfinito. Quando sei in quelle condizioni non puoi più fare niente per gli altri. Non puoi aiutare che te stesso, se ci riesci».
Chi altri ha sentito urlare?
«Marcello, gridava nella bufera il nome della moglie, Gabri, Gabri, ma Gabriella era già sfinita, d’altra parte quando ci siamo fermati in quella selletta, ed è stato un altro errore della guida, eravamo tutti a pezzi. In cammino da dieci ore, senza mangiare niente».
Perché non avete mangiato?
«Io non avevo fame, ero troppo preoccupato del guaio in cui ci trovavamo. E avevo le mani semicongelate, non riuscivo neanche ad aprire lo zaino».
Avete provato a coprirvi con i teli termici?
«Io no, perché era nello zaino. Ma era inutile. La bufera era oltre 100 all’ora. Chi lo ha tirato fuori lo ha visto subito volare via».
Lei ha detto di aver delirato.
«Sì, non so neanche cosa ho detto.
Tutti eravamo in delirio. Io sentivo di avere il delirio, sapevo di essere in uno stato di percezione alterata, ma mi controllavo».
A cosa pensava?
«A mia moglie in Australia. Ai primi corsi di scialpinismo, trent’anni fa, quando ci insegnavano che non bisogna stare fermi, che non bisogna fermarsi sulle sellette. Che certe volte bisogna tornare indietro. Ho pensato anche a Bonatti, alla notte che lui ha passato sul K2, quando deliravano, la storia delle bombole di ossigeno…».
Non avete pensato a scavarvi una truna, un rifugio?
«Kalina, la moglie della guida, ha gridato: “Vado a scavare una truna!
Bisogna scavare sennò moriremo”.
Ma non riuscivo a vederla, ho pensato che avesse trovato un posto. Lì ero vicino alla guida, gli ho detto: “Ma non vai ad aiutarla?”, ha risposto: “Non ci vedo più niente”, era già inebetito. Mi hanno detto che poi è precipitato».
Cosa gli rimprovera?
«Errori di pianificazione. Non aveva il Gps. Il satellitare sì, ma era scarico. Non aveva il beacon, che ti permette di mandare un Sos. E l’essere partiti quando il meteo girava al brutto. Quella gita era per Osa, cioè per “ottimo sciatore alpinista” secondo la scala Blachère. Traversi ripidi, rocce, roba alpinistica insomma. Noi eravamo in grado, in più abbiamo preso una guida, un esperto di quel percorso.Una sera mi ha detto di aver fatto più volte l’Haute Route, ma mai la Serpentina, che è il tratto che ci ha fregato. Avrebbe dovuto rinunciare a quella tappa. Poi ci volevano più guide, non una per nove persone».
Cosa è successo quando il tempo è cambiato?
«Castiglioni voleva fare in fretta, perciò ha cambiato itinerario e abbiamo preso la Serpentina. Ma il suo telefono non funzionava più, quindi ho tirato fuori il mio, e il mio orologio Suunto, che ha tracciato tutto il percorso. Gli ho fatto vedere che il rifugio des Vignettes era a 500 metri in linea d’aria, ma per arrivarci bisognava fare un giro tremendo, non eravamo più in grado».
Avete litigato?
«Diciamo che è stato difficile convincerlo a lasciar perdere. La cosa giusta era tornare indietro.
Una discesa facile, il rifugio…».
E lei, cosa si rimprovera?
«Dovevo insistere. Anzi, non dovevamo partire. Conosco poca gente che abbia completato l’Haute Route, i più tornano indietro causa maltempo. Saremmo tutti vivi».
Nicola Marfisi / AGF

2 pensieri su “Intervista al superstite “Deliravo e urlavo contro il vento lassù in cima mi ha salvato il pensiero di mia moglie” di BRUNELLA GIOVARA, per Repubblica

  1. Si, Lucy; una testimonianza molto vivida e rende benissimo l’idea di che momenti abbiano passato quegli scialpinisti esperti; certe volte, con tutti i progressi della tecnica, gli indumenti tecnici molto pubblicizzati, più aria, gps ecc. ci sentiamo invincibili, mentre la Montagna ha bisogno di rispetto, e se le condizioni meteo erano quelle che erano, saper rinunciare. Invece…

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