Succede a Senigallia: Operatrice trasferita: «Non ti vogliamo perché sei nera» dal Manifesto

SENIGALLIA

«Ecco un’altra nera». Fatima Sy ha quarant’anni, vive a Senigallia da quindici, e i soldi del suo stipendio da operatrice sociale in una casa di riposo per lo più li invia ai suoi due figli che vivono in Senegal. Una vita non facile, la sua, straniera in terra straniera e non molto benvoluta proprio a causa del colore della sua pelle: non solo nelle strade e nei locali, ma anche sul posto di lavoro. Gli anziani ospiti dell’Opera Pia Mastai Ferretti di via Cavallotti, a Senigallia, le hanno mandato a dire che lì proprio non la volevano: «Non ti vogliamo, non ci piaci perché sei nera. Vattene». Lamentele indirizzate non direttamente a lei, ma ai vertici della struttura, che, dopo essersi confrontati con la cooperativa Progetto Solidarietà, per cui Fatima lavora, hanno deciso di mandare via l’operatrice. Sarà destinata a un’altra struttura, con altri ospiti, si spera, meno razzisti di quelli dell’Opera Pia, dove la donna ha operato in prova per pochi giorni.

Stava lavorando bene, a detta di tutti, e il suo modo di porsi con gli anziani era particolarmente apprezzato, tra l’altro. Complimenti che però, a conti fatti, sono inutili visto che qualcuno, tra gli ospiti («Due o tre persone», confermano dalla struttura), non gradiva la sua presenza e così a Fatima non è stato stipulato il contratto in quella casa di riposo, ma dovrà ricominciare, ancora in prova, altrove.

Il presidente dell’opera pia, Mario Vichi, prova a mischiare le carte, a spiegare l’inspiegabile, con il tono un po’ scocciato di chi pensa di trovarsi davanti a una tempesta dentro un bicchiere d’acqua. «La signora – ha detto riferendosi a Fatima – forse è già un po’ polemica di suo… Non possiamo chiudere la bocca a un anziano, magari con un po’ di demenza, che paga 1600-1700 euro per stare da noi». In pratica, se uno paga, ha diritto ad essere razzista. E ancora, prosegue Vichi, le responsabilità vengono gettate addosso alla cooperativa Progetto Solidarietà: «Hanno preso l’iniziativa di trasferirla senza dirmi niente, forse il loro è stato un eccesso di prudenza».

Il trasferimento di Fatima, ufficialmente, è stato deciso per tutelare la donna, per «inserirla in una realtà meno ostile», ma il sapore amaro di una storia di ordinaria discriminazione allunga la lista dell’intolleranza in salsa marchigiana. Gli ultimi anni da queste parti sono stati allucinanti: dall’omicidio del nigeriano Emmanuel Chidi Namdi a Fermo nel luglio del 2017 alla sparatoria di Luca Traini a Macerata lo scorso febbraio, passando per il rogo di un palazzo che avrebbe dovuto ospitare migranti, in provincia di Ascoli, a capodanno e alla fossa comuna di migranti scoperta sotto all’Hotel House, a Porto Recanati, meno di un mese fa.

Adesso, a Senigallia, l’ennesima dimostrazione che anche nelle tradizionalmente tranquille Marche, sotto la coltre di perbenismo, cova un odio profondissimo che esce fuori a fiammate e descrive una realtà ben diversa da quella dipinta dai depliant turistici. Per ora, praticamente nessuno ha preso le difese della donna, e sui social network, più che altro, si leggono commenti di scherno o negazioni della realtà, dubbi sulla veridicità della storia, insulti gratuiti.

Le frasi rivolte a Fatima, che ha raccontato la sua storia al Corriere Adriatico, sarebbero per molti ‘scherzose’, una presa in giro bonaria, niente di più. È così che il razzismo diventa un gioco di parole, un dettaglio di cui si può pure ridere. Peccato che le conseguenze di questo scherzo siano reali e per nulla piacevoli: una donna di quarant’anni non può lavorare in una casa di riposo. Il motivo? È nera.

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