dal Manifesto -CULTURA «Stavolta il commissario Charitos indaga sul tradimento delle élite»

CULTURA

«Stavolta il commissario Charitos indaga sul tradimento delle élite»

Lo scrittore greco Petros Markaris

Tra gli autori ellenici più noti e tradotti a livello internazionale, a lungo collaboratore del regista Theo Angelopoulos, con il quale ha scritto capolavori quali Lo sguardo di Ulisse e L’eternità e un giorno, Markaris, che è nato a Istanbul nel 1937 da una famiglia di origine armena, ha così reso lo sbirro schivo e disincantato protagonista dei suoi romanzi uno dei testimoni più noti di quanto accade in Grecia.
Ospite della kermesse del Libro di Torino (oggi alle 18 sarà alla Cascina Roccafranca nell’ambito del Salone Off), lo scrittore parteciperà domenica allo Scrittura Festival di Ravenna (Palazzo dei Congressi, ore 18).

Qualcuno sta uccidendo dei celebri professori universitari che hanno lasciato l’accademia per dei «posti» governativi ben pagati. Dopo aver indagato in passato su banchieri e uomini d’affari corrotti, politici e faccendieri di ogni sorta, in «L’università del crimine» Charitos racconta un nuovo capitolo di quel « tradimento delle élite» su cui cercano di fare luce le sue inchieste dentro la crisi greca.
In realtà, il vero problema è che questi docenti sono sedotti dal potere e dal denaro e finiscono in qualche modo per abbandonare i loro studenti, già in estrema difficoltà per le condizioni in cui versa l’università greca e l’intero sistema dell’istruzione a causa dei tagli imposti dalla Troika. Dopo il danno, viene però anche la beffa, nel senso che mantengono spesso anche i posti che hanno lasciato negli ateni – con la politica, si sa, niente è mai certo per sempre – e pesano così ancora su quel sistema educativo che come dicevo è già in ginocchio. Non rinunciano alla carriera e cercano solo, diventando ministri o sottosegretari, nuova gloria e soprattutto altri soldi.

Uno dei professori uccisi veniva dall’estrema sinistra, ma aveva scelto il potere e abdicato alle proprie convinzioni giovanili. Un po’ quello che lei, da sempre di sinistra, sembra imputare anche al governo di Syriza. Non crede di essere troppo duro, vista la complessità della situazione greca?
Assolutamente no. Le mie critiche si basano sulla realtà dei fatti. Il partito di Alexis Tsipras ha vinto le elezioni spiegando che non avrebbe mai accettato le imposizioni dell’Unione europea , del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Centrale Europea. Una volta giunto al potere, ha sottoscritto invece tutte quelle richieste. Di sinistra, dopo gli annunci, è rimasto ben poco.

Nel frattempo, per tornare al tema del suo romanzo, la crisi ha prodotto un crollo nell’offerta formativa e una fuga dei giovani alla ricerca sia di studi adeguati che di un lavoro. I greci sono tornati ad essere popolo di emigranti?
Fino a qualche decennio fa era difficile trovare famiglie greche che non potessero vantare almeno un parente immigrato, soprattutto, negli Stati Uniti, in Canada o in Australia. Poi le cose sono cambiate, un po’ come è accaduto anche da voi in Italia. Ma oggi si assiste alla ripresa delle partenze. Molti giovani, e non solo loro, hanno perso ogni speranza di poter vivere decentemente in Grecia e hanno ricominciato a cercare altrove in Europa le chance che mancano a casa loro. Per questo, la nuova indagine in cui è impegnato Charitos rappresenta anche un modo per affrontare uno dei temi decisivi per il futuro del nostro paese, quello dell’istruzione.

Proprio il commissario Charitos, nato per indagare su chi stava «uccidendo» la Grecia, rappresenta quel ceto medio che la crisi sembra aver spazzato via. Come se la passa in questo momento?
Piuttosto male. Lui e la moglie Adriana sono arrivati ad Atene tanti anni fa dalla regione settentrionale dell’Epiro, una delle più povere del paese, e hanno sempre fatto ricorso alle loro doti di sopravvivenza per tirare avanti tra mille difficoltà. Ad esempio affidandosi alle abitudini della cucina contadina per non perdere il gusto di mangiare malgrado l’aumento spropositato dei prezzi. Oggi mettono in atto una specie di resilienza, prendono colpi ma cercano di non crollare, malgrado la loro vita si faccia ogni giorno più dura e lui possa contare, rispetto a molti altri, su un buon stipendio.

Nato a Istanbul da padre armeno lei non ha ottenuto la cittadinanza greca che dopo la caduta del regime dei Colonnelli. Come valuta il modo in cui l’Europa sta affrontando il tema dei migranti, di cui si è occupato più volte nei suoi romanzi, e le conseguenze di tutto ciò in Grecia?
L’Europa si sta comportando in modo ripugnante, è il minimo che posso dire. Il modo in cui viene trattato questo tema, che poi significa la vita o la morte di migliaia di persone ogni giorno, è del resto l’esempio migliore dell’ipocrisia che caratterizza la politica attuale. La Ue ha scaricato la questione su Grecia e Italia e, mentre si parla sempre dello «spazio comune» di Schengen, in realtà ogni paese sta cercando di costruire il suo piccolo muro contro i migranti. Quanto alla società greca, dovrebbe aver imparato qualcosa dalla sua storia, visto che già negli anni Venti del Novecento ha accolto un numero crescente di persone che arrivavano soprattutto dall’Anatolia. Eppure, dopo il 2008, chi ha sofferto di più per le conseguenze sociali della crisi, invece di capire che stava condividendo proprio con gli immigrati sofferenze e paure, ha ceduto alle sirene dei razzisti e nazisti di Alba Dorata che hanno fatto di questi ultimi il capro espiatorio di tutto ciò che non va nel paese.

In «Lo sguardo di Ulisse», il film che lei ha scritto con Angelopouolos nel 1995, una statua di Lenin che naviga sul Danubio incarna la fine di un’epoca; oggi quale immagine sceglierebbe per raccontare la Grecia?
Ricorrerei certamente ad una foto di persone in fila davanti ad un negozio in cui non possono entrare; lo sguardo fisso sulla vetrina dove sono allineati in buon ordine una serie di prodotti che non si potranno mai più permettere. Mi sembra questo il ritratto migliore non solo della società greca di oggi, ma anche di quella gran parte del mondo che la crisi ha messo in ginocchio, facendo sì che a molti il domani appaia sempre meno rassicurante. E, a volte, neppure garantito.

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