dal Manifesto: Igino, un’enciclopedia del Mito per la rifondazione augustea Letteratura latina.

«Roma è un luogo di incontro degno per tutte le divinità». Così si esprime – nella rappresentazione poetica dei Fasti di Ovidio (IV, 270) – la dea Cibele, la grande Madre degli dèi, sul punto di lasciare le coste dell’Asia Minore per recarsi nella capitale dell’impero, dove il suo culto sarà integrato nel pantheon romano. La rappresentazione di Roma come città-mondo e come microcosmo in cui confluiscono senza interruzione uomini, donne, costumi e pratiche provenienti da ogni parte del mondo abitato, si diffonde negli autori dell’età augustea e segnerà gran parte della produzione letteraria imperiale. Dopo un ventennio di sanguinose guerre civili che avevano opposto Cesare e Pompeo, prima, e Antonio e Ottaviano, poi, la propaganda ufficiale celebrava l’età augustea come un’epoca di pace e di rifondazione. Una rifondazione che perseguiva l’obiettivo di riformare vari aspetti della vita di Roma e dei territori in cui si estendeva il suo dominio e che concentrava i suoi sforzi in particolare sulle riforme delle istituzioni politiche e sul riassetto urbanistico della capitale. Ciò non significa, certo, che le tensioni interne si fossero definitivamente sopite, ma la superficie che la propaganda imperiale presenta è apparentemente liscia e priva di venature. I versi dei Fasti di Ovidio, che ripercorrono le festività religiose del calendario romano raccontandone le origini, si inscrivono in questo nuovo progetto culturale e politico.
La direzione della Palatina
In questi anni di pacificazione e di profonda riorganizzazione dell’imperium di Roma, Augusto aveva affidato a Gaio Giulio Igino la direzione della Biblioteca Palatina, fatta costruire nel 28 a.C., dunque all’inizio del principato augusteo, in prossimità del tempio di Apollo, sul colle che ospitava le dimore delle famiglie patrizie e dello stesso Augusto. A questo Igino, grammatico di origine iberica, allievo dello storico greco Alessandro Poliistore e amico del poeta Ovidio, la critica attribuisce – anche se non all’unanimità – la paternità di una sorta di manuale di mitologia, le Fabulae, di cui Rusconi Libri pubblica una nuova edizione a cura di Fabio Gasti, Miti del mondo classico (testo latino a fronte, pp. 464, € 28,00). Il volume inaugura una nuova collana di classici greci e latini diretta da Anna Giordano Rampioni e destinata non soltanto agli specialisti, ma anche e soprattutto «ai giovani, curiosi dell’antico» poiché, come sosteneva Mario Vegetti, citato nella presentazione della collana, «l’accesso alle culture antiche è un diritto».
Tutti i testi del mondo greco e romano – che leggiamo ancora oggi – portano spesso, nelle loro pagine, i segni del lungo percorso che hanno compiuto per giungere fino a noi, un cammino fatto di trascrizioni, copie, alterazioni, iniziato nell’antichità e mai veramente concluso. Per le Fabulae di Igino, solo due passi sono stati trasmessi dalla tradizione manoscritta, mentre conosciamo una parziale traduzione in greco attribuita al grammatico latino Dositeo, databile all’inizio del III sec. d.C., che testimonia peraltro il successo conosciuto dall’opera anche nel mondo culturale ellenofono. Il testo di Igino, così come lo possiamo leggere oggi, invece, deriva dalla prima edizione a stampa, pubblicata a Basilea nel 1535 dall’umanista tedesco Jakob Möltzer che si era basato sul testo di un manoscritto lacunoso e in alcuni punti illeggibile, oggi andato perso. Il titolo Fabulae deriva proprio da questa edizione cinquecentesca: il termine rimanda alla radice del verbo latino fari – «dire», «raccontare» –, che rappresenta quindi il corrispettivo perfetto della parola greca mythos. L’opera è composta da due sezioni diverse: la prima presenta una teogonia, declinata come una lista di divinità e inaugurata, come quella esiodea, da Caos; la seconda contiene una raccolta di 277 racconti mitici che ricostruiscono gli episodi principali delle grandi saghe mitologiche antiche, ma che hanno il vantaggio di poter essere letti anche singolarmente. Anche in questa seconda parte, l’esposizione dei miti si fonda, prima di tutto, su un aspetto genealogico: «Atamante, figlio di Eolo», così ha inizio la Fabula 1. Il legame familiare è il primo aspetto che Igino sceglie di evidenziare nella costruzione della sua ‘enciclopedia’. Le strutture di dipendenza familiare possono essere espresse tanto attraverso una parentela genealogica, quanto attraverso le politiche matrimoniali. Accanto a questi aspetti, poi, Igino sceglie di dare ampio rilievo alla prossimità geografica dei miti che racconta al suo pubblico. La cartografia genealogica e geografica si presenta dunque come la cifra specifica della raccolta.
Igino è stato spesso considerato modello per eccellenza della tradizione mitografica latina, così come Apollodoro lo è stato di quella greca. Ci si può chiedere che senso abbia l’operazione di Igino negli anni della pax Romana garantita da Augusto e in che modo le Fabulae si inseriscano nel disegno di più ampio della propaganda augustea. È possibile, infatti, che il concepimento di questa raccolta sulle tradizioni mitiche del mondo antico risponda anche a un segno dei tempi: ripensare e riorganizzare il patrimonio mitico, è anche questo un modo – colto ed erudito – di partecipare alla rifondazione cantata dalla propaganda augustea?
Innumerevoli versioni letterarie
La pubblicazione, oggi, delle Fabulae ha il merito di portare all’attenzione di un pubblico più ampio, e non solo degli specialisti, le ricerche recenti sulla mitografia. Gli studiosi concordano sul fatto che i «miti» non esistono al di fuori delle loro innumerevoli versioni letterarie o iconografiche. In questo senso, le raccolte mitografiche prodotte nell’Antichità e che tanto hanno influenzato la nostra maniera di intendere la mitologia – basti pensare al ruolo di Igino e Apollodoro nella stesura dei vari Dizionari di mitologia –, non devono essere considerate delle mere compilazioni: ogni testo mitografico è il risultato di scelte autoriali precise che hanno adattato, organizzato, selezionato i racconti mitici, secondo una logica ben precisa. Da questo punto di vista, i mitografi, così come i poeti (e si pensi anche solo alle Metamorfosi di Ovidio, per restare nello stesso contesto culturale), utilizzano i racconti mitici con uno scopo ben preciso e sono detentori di un sapere specifico, dotato di regole e strategie retoriche proprie. Il caso delle Fabulae di Igino non è diverso: Gasti rileva, nel suo saggio introduttivo, come il testo fosse pensato per un ambito scolastico, con l’obiettivo non solo di fornire agli studenti una competenza mitologica, ma anche di proporre loro un esercizio nella traduzione dal latino. Il ricco apparato di note di questa nuova edizione della Rusconi Libri restituisce la complessità della struttura e dell’erudizione delle Fabulae.
Tre motivi sono individuati dal curatore per motivare l’importanza di questo rinnovato interesse nei confronti di Igino. Il primo è prettamente scolastico, poiché Igino fa parte di quegli autori considerati «facili» che hanno un posto garantito nelle antologie delle scuole: leggere e tradurre le Fabulae permette agli studenti di «estendere le competenze linguistiche e storico-letterarie in direzioni di altri autori e di altre storie mitologiche» (p. xxxv). Il secondo è più specificatamente filologico, poiché il testo di Igino è un banco di prova utile per interrogarsi sulla storia della trasmissione dei testi antichi che non ci sono pervenuti senza percorsi accidentati. Il terzo e ultimo è l’interesse dell’opera come strumento di riflessione sulle molteplici versioni dei racconti mitici antichi, di cui Igino è talvolta l’unico testimone.
Lo studio dei mitografi antichi non è solo un vezzo da eruditi. Questi testi hanno conosciuto una circolazione importante e vasta non solo nei secoli dell’Antichità, ma anche e soprattutto nel Rinascimento e nel mondo moderno. Autori come Igino, Apollodoro, Antonino Liberale – fra gli altri – hanno costituito, e continuano a essere, una fonte essenziale per la conoscenza e la comprensione della mitologia greca e romana.

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