Tutto il potere alla semiotica: giallo al Logos club

ALIAS DOMENICA9788893444828_0_0_0_75

Si può uccidere per impadronirsi di una funzione del linguaggio? Sì, se questa funzione assicura il potere, o almeno si è convinti che lo assicuri, e soprattutto se si è negli anni Ottanta del Novecento, gli anni della vertigine linguistica che coinvolge tutti gli intellettuali e tutte le scienze, in particolare quelle cosiddette umanistiche. Sono anni in cui non si è nessuno, o peggio ancora si è degli accademici reazionari, delle cariatidi, se non si parla in nome di Saussure, Jakobson, Austin, Searle, Deleuze e Guattari, Derrida, Foucault, Kristeva, Barthes…
Muoversi con disinvoltura nel labirinto dei discorsi sul linguaggio significava, allora, entrare a far parte di quella élite intellettuale che dominava sulle due sponde dell’Atlantico. Questa irruzione del nuovo sconvolse il mare piatto della vecchia critica universitaria, introducendo un linguaggio per iniziati che impose una vera e propria professione di fede, con scontri feroci fra gli adepti. Scontri soltanto verbali? Nel mondo reale forse, ma non in quello romanzesco inventato da Laurent Binet in La settima funzione del linguaggio (La nave di Teseo, pp. 454, euro 20,00) dove per imporsi non si esita di fronte a nulla. «La semiotica è pronta a conquistare il mondo» – scrive Binet – è «una bomba a neutroni».

Trappole dietro i fatti
Proprio dalla morte del più noto tra i critici-linguisti, Roland Barthes, deceduto il 26 marzo del 1980 in seguito alle ferite riportate in un incidente stradale avvenuto un mese prima, ha inizio il romanzo di Binet. Quando viene travolto dalla camionetta di una lavanderia, Barthes è appena uscito da un pranzo con Mitterand: è quanto basta per mettere in sospetto l’allora presidente della repubblica, Giscard d’Estaing, tanto più che pare Barthes abbia mutuato dal linguista russo Roman Jakobson una qualche «formula magica», la settima funzione del linguaggio (Jakobson ne aveva svelate soltanto sei) in grado di dare a colui che la conosce un potere assoluto di persuasione. Meglio indagare.

L’incarico viene affidato al commissario Jacques Bayard che, non sapendo nulla di linguistica e men che meno di semiotica, ha bisogno di una guida per muoversi negli oscuri labirinti dell’intellighenzia francese e non solo, dal momento che l’inchiesta si allargherà inevitabilmente all’Italia, all’Inghilterra e all’America, dove vivono semiologi e filosofi del linguaggio come Umberto Eco, John Searle e un certo Morris Zapp, «l’uomo che – come scrive Binet – ha portato il carrierismo universitario al rango delle belle arti».

Scatta qui una delle tante trappole disseminate dall’autore sul terreno apparentemente solido dei fatti e dei detti reali: se non si è attrezzati, questo Zapp lo si prende per un linguista realmente esistito, tanto si muove a suo agio nel mondo dei colleghi convocati a congresso dalla Cornell Univesity a Ithaca. In realtà, Morris Zapp è il protagonista di alcuni romanzi di David Lodge, il professore dell’Università di Birmingham che si è fatto beffe del mondo accademico nell’esilarante e corrosivo Il professore va al congresso. Proprio lo slittamento costante tra realtà e finzione, e fra testi tra loro lontani è ciò che fa funzionare il romanzo.

Tenzoni non solo retoriche
Per orientarsi nella morte di Barthes, il commissario Bayard sceglierà come guida il giovane semiologo Simon Herzog, dell’Università di Vincennes, quella dei sinistrorsi rivoltosi, oggetto (come tutto il resto) della satira feroce di Binet. Preso per mano Bayard, Herzog si avvia lungo le strade impervie della linguistica e della semiotica, aprendoci un mondo che – rimasticato per noi profani – apparirà al tempo stesso meraviglioso e ridicolo, affascinante e grottesco, come tutto ciò che viene decontestualizzato e riposizionato là dove non dovrebbe stare.
Tutta l’operazione compiuta da Laurent Binet è un atto d’amore (in particolare nei confronti di Barthes) e insieme un parricidio: un atto distruttivo non dissimile da quello compiuto alla fine degli anni Settanta da due giornalisti, Michel-Antoine Bournier e Patrick Rambaud, in Le Roland Barthes sans peine, che conteneva persino un dizionario per tradurre dal rolandbarthese al francese.

La raffinata operazione ricostruttiva messa in atto nel romanzo, ironica e sapiente al tempo stesso (Laurent Binet è un «agrégé de lettres modernes»), sembra a prima vista un’operazione archeologica; ma proprio la rilettura di quegli anni, tutto sommato esaltanti, ci fa toccare con mano la crisi odierna della critica e della teoria letteraria, travolte da una disperante, piatta immanenza, senza respiro e senza visione.
La copertina del romanzo ci ricorda, tuttavia, mostrando una minacciosa accetta decorata di parole e numeri (cabalistici?), che ci apprestiamo ad entrare in un luogo quanto meno inquietante. Al primo filone – quello relativo al mistero della morte di Barthes, dove si svela a poco a poco il lato oscuro del mondo degli intellettuali (saune orgiastiche, droga, gigolo, lotte intestine, scambi ambigui, in cui si intrufolano misteriosi bulgari con ombrelli avvelenati: bulgara è anche Julia Kristeva, che la stampa francese accusa di essere stata un’informatrice dei servizi segreti del suo paese) – si affianca l’intreccio che segue le vicende del misteriosissimo Logos Club.
Ne veniamo a sapere qualcosa soprattutto a partire dalla seconda parte, quella che si svolge a Bologna, nei luoghi alternativi frequentati da Umberto Eco: nel Logos club si svolgono tenzoni retoriche, non del tutto indolori: c’è chi vi perde le dita, come accade a Antonioni, o i genitali, come accade a Sollers, marito di Kristeva, a Venezia.

Il groviglio di eventi è quasi inestricabile; inequivocabile, tuttavia, è che la storia del mondo dei primi anni Ottanta non solo ruotaattorno al linguaggio, ma ne è l’emanazione: le lotte feroci per il possesso esclusivo della «settima funzione» e per arrivare alla cupola del Logos Club sono, più o meno direttamente, responsabili della strage del 2 agosto alla stazione di Bologna, dell’elezione a presidente della repubblica francese, dell’uccisione della moglie da parte del filosofo marxista Althusser, avvenuta non in seguito ad un raptus di follia, ma perché Hélène ha buttato via il manoscritto (falso) della settima funzione, avuto in deposito da Kristeva.

Sotto il segno di Eco
Laurent Binet ha confezionato un giallo politico-letterario assolutamente originale, stordente e sottilmente velenoso, miscelando con abilità, oltre alle sue vastissime conoscenze culturali e agli aneddoti biografici, tutti gli elementi che fanno parte dalla tradizione del romanzo poliziesco o proto-poliziesco, a cominciare dallo Zadig di Voltaire che, grazie alle sue capacità di osservazione e di deduzione, riesce a descrivere la cagnetta della regina e il cavallo del re, senza averli mai visti (l’abilissimo decodificatore di segni Simon Herzog ne segue le tracce), passando attraverso Poe, Sherlock Holmes, Arsenio Lupin, Down Brown, Estelle Monbrun, alias Élyane Dezon-Jones, autrice del raffinato poliziesco proustiano, Meurte chez tante Léonie, il manoscritto rubato del Club Dumas, di Arturo Perez-Reverte, per arrivare infine a Umberto Eco, la cui personalità di studioso e di scrittore domina tutta la storia.

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