Scrittura e memoria nell’opera di Helga Schneider, la bambina che nel 1944 incontrò Hitler nel suo bunker

da Repubblica-Parma 18MAG2018

 

Parma

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Ha rinunciato da tempo a definirsi una scrittrice in senso classico Helga Schneider. È una testimone. Sente su di sé la responsabilità del ruolo che incarna sin da quando, con “Il rogo di Berlino” (Adelphi,1995) rese pubblica la sua storia per raccontare cosa provò una bambina tedesca a vivere sotto i bombardamenti in una città a fuoco, dopo aver vissuto l’abbandono inesorabile della madre arruolatasi volontariamente nelle SS per diventare guardiana a Ravensbruck e poi a Birkenau. Quella bambina dovrà crescere privata degli affetti fondamentali e cercare di sopravvivere. Racconterà la sua e altre storie legate alla guerra in oltre vent’anni dedicati alla scrittura con la pubblicazione di romanzi autobiografici per Adelphi, Rizzoli, Einaudi, oltre a narrativa per ragazzi per Salani. Scrive in italiano perché risiede anzitutto in una nuova lingua e in un luogo lontano dal dolore dell’infanzia il suo nuovo inizio.

Dopo la guerra giocavamo tra le macerie, dimenticando le rovine e lasciando scorrere la fantasia – racconta oggi posando lo sguardo su una vecchia foto -. Una volta sotto le macerie abbiamo sentito suonare un telefono. Strana cosa: le linee telefoniche hanno continuato a funzione a Berlino fino all’ultimo giorno della guerra, e talvolta anche oltre”.

Ascoltare oggi Helga Schneider significa percepire nelle parole di una donna alle soglie degli ottant’anni la volontà di non staccarsi dalla prospettiva dell’infanzia, anche quando ne “Il rogo di Berlino” racconterà il doloroso incontro con sua madre trent’anni dopo quell’addio, a cui ne seguirà solo un altro prima della morte, ventisette anni dopo, descritto in “Lasciami andare, madre” (Adelphi, 2001). Ancora oggi torna con la mente a quella bambina abbandonata a quattro anni in una mattina che avrebbe cambiato la sua vita, con quel bacio sbrigativo sulla guancia da una madre capace di chiudere la porta dietro di sé per sposare come prioritaria nella sua esistenza la causa della Germania nazista e la sua missione per liberare la nazione e l’Europa dalla minaccia ebrea.

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Lasciami andare, madre è il disperato tentativo di una figlia di riappacificarsi con quella parte di sé cresciuta con il vuoto dell’assenza. È il rovesciamento di quella distanza che il vuoto generato dalla madre rende odio, per i crimini commessi e per la mancanza di pentimento nonostante la condanna di un tribunale degli alleati e il peso della storia delle vittime. È il contrasto lacerante tra l’attrazione nei confronti del suo stesso sangue che a tratti le fa provare una sorta di tenerezza per quella donna minuta dagli occhi azzurri, e la ripugnanza nel guardarla conservare con cura, accanto all’uniforme nell’armadio, oggetti d’oro trafugati tra quelli tolti dalle SS ai deportati di Auschwitz prima di morire nelle camere a gas. Quell’incontro sancirà il discrimine tra la percezione di quella privazione violenta vissuta negli anni come un’ossessionante presenza, e quella che nel presente diventa una “irrevocabile assenza“. Se prima era quella madre a non volere i suoi figli, preferendo votarsi alla causa nazista, ora è la figlia a ribellarsi alla madre, disconoscendola.

La sua letteratura testimoniale alterna il racconto autobiografico alla narrazione di finzione, in particolare nei romanzi per ragazzi, ambientata nel periodo del nazismo, nell’intento di rendere il racconto personale parte di quello storico, smuovere la coscienza critica collettiva e riportare l’attenzione su quanto l’uomo arrivi a mettere in atto perseguendo forme di fanatismo ideologico perpetuate dietro il concetto di razza. A rendere la sua scrittura una voce dirompente nel panorama della letteratura testimoniale è l’intento di sviluppare attraverso la narrazione un’indagine emotiva accanto a quella storica, identificando l’incapacità ricorrente dell’individuo di uscire indenne dal confronto con il peso di quella che gli può apparire come l’inutile zavorra dei sentimenti, come recita il titolo di uno dei suoi romanzi. Si sofferma sui volti dei bambini, come quello immortalato in un’altra foto in bianco e nero, e sente di ritrovarsi ancora in quella disperazione: “Questo era il nostro sguardo. Lo sguardo smarrito di un bambino di guerra“.

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Non abbandonerà mai la prospettiva dell’infanzia nei suoi libri, sia nelle narrazioni autobiografiche che nelle memorie affidatele sotto forma di testimonianza, come la storia disperata di un giovane profugo prussiano che, come migliaia di tedeschi, cercò di fuggire davanti all’Armata Rossa per raggiungere il Baltico e la Germania occidentale, finendo col portare in braccio il cadavere di suo fratello neonato credendo di averlo salvato, raccontata ne “L’usignolo dei Linke” (Adelphi, 2004). Il racconto dell’infanzia negli anni del nazismo è centrale anche quando, nell’intento di avvicinarsi ai ragazzi, usa la finzione narrativa per scavare nella memoria famigliare e collettiva della metà del Novecento con “Heike riprende a respirare” (Salani, 2008), ispirato alla vicenda di sua cugina; “Stelle di cannella” (Salani, 2002) Premio Elsa Morante e, per lo stesso editore, il racconto delle inquietudini e dei turbamenti di chi cresce scontrandosi con il peso di un dramma storico collettivo, “Un amore adolescente” (2017).

L’intento delle sue opere è anzitutto quello di ripristinare una giustizia tardiva. Quella giustizia che attraverso le sue storie rivendica per quanto subìto dai prigionieri, e da chi, come lei, a sette anni conosce la fame, gli stenti, vede corpi dilaniati dalle bombe, respira per mesi l’odore del chiuso delle cantine vivendo tra corpi ammassati di persone terrorizzate e inermi. Costretta ad assistere allo stupro di due ragazzine durante un’incursione di soldati russi, proverà la sensazione di non voler più vivere, incapace anche di giocare in un cortile ormai ricoperto da cadaveri ammassati, nell’odore di una città in cenere. Arriva a interrogarsi sull’esistenza di Dio a sette anni, sentendosi rabbiosa nei suoi confronti per la solitudine provata e per una devastazione simile. In fondo non è mai stata davvero una bambina, strappata all’innocenza in una mattina, dovendo impararare ben presto ad avanzare nell’infanzia con il peso perenne dell’ingiustizia nel vivere.

Quando ha capito che era arrivato per Lei il momento di raccontare?

“Nel 1993 un editore bolognese, Pendragon, pubblicò il mio libro d’esordio: La bambola decapitata. Il giornalista Gabriele Romagnoli della Stampa di Torino mi telefonò facendomi alcune domande e, sentendo che ero cresciuta nel cosiddetto Terzo Reich a Berlino, ed essendo figlia di una ex-ausiliaria delle SS e guardiana ad Auschwitz-Birkenau, mi consigliò caldamente di scrivere un libro autobiografico anziché romanzi di fiction. Gli diedi ascolto, buttai giù in pochi mesi “Il rogo di Berlino”, che fu poi pubblicato da Adelphi”.

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Nonostante avesse meno di sette anni e la sua infanzia fosse infestata da una feroce propaganda antiebraica, assistendo quotidianamente al manifestarsi dell’antisemitismo non aveva avuto dubbi nel provare ripugnanza all’idea di visitare il bunker del Führer per un breve soggiorno con suo fratello Peter e una selezionata schiera di altri bambini raccomandati. Quello che per la sua famiglia, ad accezione del nonno, era percepito come un privilegio accolto con esultanza generale, è vissuto da lei come costrizione a cui dover sottostare per assecondare il volere della matrigna e della zia. Ci sono pagine illuminanti ne “Il rogo di Berlino” che raccontano molto di quella bambina nella conversazione sul nazismo con suo nonno acquisito, oltre alla testimonianza resa con Io, piccola ospite del Führer (Einaudi, 2006). Che immagini conserva oggi dell’incontro con Adolf Hitler?

“Avevo 7 anni appena compiuti e di Hitler sapevo più o meno solo che era il Führer della Germania e, come ci avevano insegnato a scuola, dovevamo stimarlo, considerarlo la nostra guida, il nostro giudice, e nutrire in lui la fiducia che avrebbe portato la Germania alla vittoria sul ‘nemico bolscevico’. Io in quei momenti giù nel bunker vedevo solo un uomo che camminava male, aveva un lieve tremore alla testa, la mano che mi allungava era sudaticcia e ai miei occhi sembrava un vecchio, mi faceva quasi pena”.

Mostra un’altra foto. È ritratta di spalle mentre si sofferma a ricordare le vittime davanti all’Holocaust Memorial Berlino. Cosa ha provato nel tornare a Berlino a distanza di oltre cinquant’anni?

“Questa foto risale al 2007. Quando dopo cinquant’anni sono tornata per la prima volta a Berlino. Ricordo di essermi messa letteralmente a piangere. Tanta era l’emozione di ritrovarla così bene ricostruita, elegante, accogliente e civile. Mi ci aveva portata Rai3 per dedicare un documentario sulla mia vita. In seguito ci sono tornata diverse volte, una volta per Mediaset e altre insieme a diversi amici. Una volta anche con mio figlio. Berlino resta la città della mia infanzia e continuo ad amarla.”

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Leggere le sue opere porta a interrogarsi su ciò che rimane oggi della memoria della Shoah a fronte del dilagare di focolai antisemiti e del negazionismo. Che responsabilità hanno la letteratura e le nuove narrazioni nel porre il lettore davanti a prospettive nuove per confrontarsi con la storia e con la memoria?

“I veri testimoni hanno una grande responsabilità, perché è con loro che si ricostruisce la Storia. Purtroppo quei depositari muoiono, e sono le nuove generazioni che devono assumersi la responsabilità di portare avanti il loro messaggio, per evitare che la Storia subisca un processo di revisionismo. Non dobbiamo permettere che la Storia venga falsata o seppellita. La Storia è la coscienza dei popoli”.

La sua intera produzione letteraria fa propria quella responsabilità identificando nella scrittura il mezzo per dare forma al proprio dolore personale, diventando al contempo custode e interprete della memoria storica e rendendola così il canale primario del suo impegno civile, che continua a rinnovarsi ancora oggi con una particolare attenzione ai più giovani, basti pensare a romanzi come “L’albero di Goethe” (Salani, 2004), senza tralasciare libri di denuncia sulla condizione femminile durante il nazismo come “La baracca dei tristi piaceri” (Salani, 2009). E se l’inflessione della sua voce tradisce ancora oggi la rassegnazione nell’osservare la deriva sociale del presente, è ancora capace di custodire una speranza. Quale lascito sente che la Sua storia dovrebbe avere per i lettori oggi?

“La mia storia è la testimonianza diretta di un regime totalitario che ha scatenato la seconda guerra mondiale. Sono andata per quasi vent’anni nelle scuole italiane per raccontare come i bambini subissero l’ideologia hitleriana, un regime che è stato capace di contagiare un popolo intero con l’odio, la violenza, il razzismo e l’antisemitismo“.

Si sofferma su un’ultima foto, accanto a quella che la ritrae bambina con il viso incorniciato da boccoli biondi, in compagnia di suo fratello Peter. Occorre soffermarsi davanti alle rovine, guardarle immobili, sostiene, per capire la devastazione della guerra, per provare a raccontarla, e cercare di scorgere in quelle macerie l’urgenza di ricostruire un’idea di comunità e di società, oltre la paura. Torna sulla foto, un gruppo di bambini seduti su un muretto hanno alle spalle ciò che resta delle facciate dei palazzi. “Il dopoguerra: macerie, miseria, sorrisi innocenti e piedi nudi.” (alice pisu)

 

 

Tag: alice pisu, diari di bordo, helga schneider, letture

 

 

 

 

 

 

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