«Il professore e il pazzo» di Simon Winchester, da Adelphi recensito per il Manifesto da Luca Crescenzi

ALIAS DOMENICA

Il lessico ragionato di un paranoico

James Augustus Henry Murray con lo staff dell’Oxford English Dictionary

Una classica tesi, avanzata ormai quasi quarant’anni fa dal grande storico Reinhart Koselleck, vede nell’Ottocento il secolo della velocizzazione, della definitiva uscita dell’umanità occidentale dall’ordine di un’esistenza regolata dalla natura e dai suoi immutabili ritmi: la successione di giorno e notte, l’alternanza delle stagioni, i cicli lunari. Le masse accolte in misura crescente da metropoli piccole e grandi abbandonarono una volta per sempre le forme di vita ereditate dai loro avi e condivise ancora fino a poco tempo prima da una civiltà prevalentemente legata alla terra, la tecnica assecondò e favorì le necessarie trasformazioni e le ultime esplorazioni della storia restituirono del mondo un’immagine ristretta e affollata, chiusa e priva di romanticismo, in cui le realtà del pericolo e dell’avventura avevano perduto il loro antico fascino e, nel peggiore dei casi, potevano proporsi solo nelcontesto, sempre più tecnologico anch’esso, della guerra.

Sorprendenti cortocircuiti
Ernst Jünger, in quel capolavoro d’ironia che è il romanzo Giochi africani, poté racchiudere poco più tardi il significato del suo tentativo di fuga nella legione straniera in una sola frase del suo disilluso legionario Benoit: «Vai fino alla fine del mondo e alla fine scopri che ovunque c’è già stato qualcuno». L’avvicinamento all’ignoto si ritira nella dimensione dell’interiorità, là dove è ancora possibile incontrare il silenzio e la solitudine. E per reazione a un’esistenza generalmente uniformata e intensificata cominciano a svilupparsi forme di vita contemplativa e isolata in cui si producono sorprendenti cortocircuiti che rendono indistinguibili i confini fra luoghi un tempo lontanissimi. Accade, in questo momento, che un carcere, un manicomio, un laboratorio scientifico o una biblioteca possano diventare per poco o molto tempo una sola identica cosa.

La storia che Simon Winchester racconta in Il professore e il pazzo (traduzione di Maria Cristina Leardini, Adelphi, pp. 262, <SC82,101> 19,00) traendola da un paio di archivi e dai non moltissimi volumi che hanno ricostruito le vicende della nascita dello Oxford English Dictionary, orgoglio della lessicografia britannica otto-novecentesca, assume, nei limiti di queste premesse, valore esemplare e finisce per portare alla luce qualcosa che, probabilmente, non era nelle sue intenzioni descrivere.

Il proposito dichiarato del libro di Winchester risponde, in effetti, a un progetto ambizioso, ma non nuovo: cogliere, attraverso il «tormentato caso umano del dottor Minor», la possibilità di «osservare la storia più grande e ancor più affascinante della lessicografia inglese», ovvero riscrivere questa storia a partire da una vicenda strana e vagamente noir capace di renderla interessante per un pubblico non necessariamente attratto dalle sue lunghe e tortuose vie.
A questo scopo la storia di Minor, inseparabile da quella di James Murray che fu l’anima del dizionario di Oxford, possiede la stessa efficacia che già ebbe nel momento in cui uscì per la prima volta nel 1915.

Il gusto della digressione
La cronaca vuole infatti che uno dei più efficienti e produttivi collaboratori del dizionario (che per venire al mondo ebbe bisogno della collaborazione di moltissimi ricercatori dilettanti o esperti reclutati in maniera alquanto empirica dai professori di Oxford), uno dei più acuti corrispondenti e interlocutori in materia di lessicografia del leggendario Murray fosse un medico americano a riposo, costretto nel manicomio di St. Elizabeth a Crowthorne, a causa di un omicidio commesso poco dopo il suo arrivo a Londra e perseguitato da fantasie paranoiche che non lo avrebbero lasciato per tutta la vita.
Il racconto di questa storia si eleva ben al di sopra e al di là della narrazione aneddotica, grazie alla capacità di Winchester di intrecciarla a una ricostruzione storica di ampio respiro che unisce la rappresentazione della periferia londinese di fine ottocento agli orrori della guerra di secessione americana, le vicende della Philological Society di Londra alle storie personali di vari umiliati e offesi della modernità o la vita di Samuel Johnson alla descrizione delle regole di detenzione nei manicomi inglesi in un disegno unitario, mai eccessivo e, bisogna ammettere, tenuto sotto controllo da un’abilissima capacità costruttiva.

La densità è tale che si vorrebbe concedere a Winchester il beneficio di divagazioni più ampie. Ad esempio viene da considerare che la storia di Minor è efficace e, per certi versi, perfino commovente o traumatica: ma che dire di quella di Fitzedward Hall, altro grandissimo collaboratore americano del dizionario – cui Winchester è costretto a dedicare poche righe – il quale spedito dalla famiglia a Calcutta in cerca di un fratello poco prima di entrare a Harvard, sopravvive al naufragio della sua nave, inizia a studiare il sanscrito con tale successo da ricevere l’offerta di una cattedra all’università di Benares, combatte con gli inglesi durante la rivolta dei sepoy e approda infine a Londra, al King’s College e all’incarico di bibliotecario presso il ministero dell’India, solo per dimettersi da entrambe le incombenze poco dopo e ritirarsi per motivi misteriosi in uno sperduto villaggio del Suffolk a seguito di una furiosa lite con un altro sanscritista austriaco di nome Theodor Goldstücker? Sembra che gli insospettabili lessicografi offrano a ogni piè sospinto trame da romanzo.
Il rischio, in questa molteplicità di oggetti della narrazione di Winchester, è casomai quello di perdere di vista quello che dovrebbe essere il tema del libro, cioè la storia del dizionario di Oxford. Ma il guadagno premia la perdita. Sono infatti gli accostamenti inaspettati del racconto a suggerire la necessità di riesplorare i luoghi dell’isolamento ottocenteschi.

Negli spazi della inazione
Come dimostrano le tesi di Koselleck, ci siamo attardati a considerare l’Ottocento solo alla luce dei suoi aspetti più macroscopici, dei suoi miti (primo fra tutti quello del progresso) o di quei risultati che ancora condizionano le nostre vite: la velocità, la tecnica, la metropoli, la massa. E di conseguenza consideriamo ancora troppo poco quanto, il XIX secolo, sia popolato da una schiera di personaggi ritirati negli interstizi dell’inazione, dell’ascesi, dell’erudizione, del puro e semplice pensiero.
Anche Minor, come Fitzedward, è un ex soldato, portato alla follia, forse, dall’esperienza della guerra. E anche lui riesce a trovare scampo dalla storia solo nel confronto con la realtà silenziosa dei libri. Dalla sua ritirata solitudine scaturisce il grande dizionario; ma mille altre solitudini più libere della sua – quella di Nietzsche è forse solo la più famosa – hanno dato al nostro tempo la sua visione del mondo. Per questo dovremmo forse considerare anche i luoghi della reclusione forzata e della segregazione come il rifugio di alcuni. E restituire la parola ai Benoit del XIX secolo, che come l’idealista disincantato di Jünger potrebbero dire: «Ho passato mesi negli ospedali e nelle prigioni. Ho conosciuto il cafard e la noia. Ma a quel tempo non sapevo che si possono tappezzare i muri coi pensieri. Per me non ci sono più prigioni».

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