23 maggio ’92, strage di Capaci; Giuseppe Di Lello sul manifesto scrive sulla falsa antimafia e il programma giustizialista dei gialloverdi

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L’antimafia autocertificata e i nuovi giustizialisti

Oggi cade l’anniversario della strage di Capaci e, come ormai da anni, arriveranno a Palermo centinaia di ragazzi da tutta l’Italia per testimoniare la consapevolezza di un evento drammatico e la pericolosità delle varie mafie che ormai si sono insediate anche nelle loro regioni di provenienza.

Non è un rito inutile e stucchevole, almeno non per loro, anche se bisognerebbe renderlo più comprensibile con esempi concreti che però non sono troppi ed anzi spesso nella vita di tutti i giorni, nel tanto decantato sociale, sono di segno contrario.

La fase discendente dell’antimafia “sociale” infatti sembra non avere fine e il recente arresto ai domiciliari di Antonello Montante assesta un ulteriore colpo alla credibilità di un fronte che, comunque, svolge uno strategico ruolo complementare alla repressione giudiziaria.

Ferma restante l’ovvia attesa di tutte le verifiche processuali per Montante, non si possono ignorare i precedenti casi di mala antimafia e di tutte le compiacenze o, ad essere buoni, le distrazioni istituzionali, che li hanno accompagnato. Forse è stato già dimenticato l’arresto di Roberto Helg che pretendeva tangenti nella sua qualità di presidente della Camera di commercio di Palermo, organo al quale era stato preposto nonostante fosse stato dichiarato fallito in una sua precedente attività imprenditoriale: da quel pulpito però tuonava contro la mafia e la corruzione.

È poi in corso a Caltanissetta il processo a Silvana Saguto per la mala gestione della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo. Anche in questo caso tutti sapevano, dentro e fuori il palazzo di giustizia, ma nessuno ha mosso un dito, anche perché l’interessata, “dura e pura”, inflessibile nei sequestri e nelle confische, era diventata una delle icone antimafia e punto di riferimento per le tante associazioni che si occupano dei beni confiscati.
Neppure era un mistero che Antonello Montante, personaggio di primo piano di Confindustria, e delegato al settore legalità e antimafia della stessa pur essendo indagato per concorso esterno aveva un notevole peso politico nel governo regionale presieduto da Rosario Crocetta e ora si ritrova investito da una bufera giudiziaria per dossieraggio non certo finalizzato al contrasto alla mafia.

La triste realtà è che questo mondo, fatto soprattutto di associazioni e di grandi personaggi, ha puntato sulla quantità più che sulla qualità dell’impegno antimafia e così tutti si sono sentiti legittimati a rilasciare patenti di anti mafiosità a chiunque la richiedesse, previa adesione o autocertificazione, senza andare troppo per il sottile.

I danni maggiori però si sono avuti nel campo della legislazione, che nel corso degli anni si è sempre più “incarognita”, apparentemente contro la grande criminalità ma per la quale, come sempre, ne pagheranno le conseguenze i più deboli specie se Di Maio e Salvini realizzeranno il capitolo giustizia del loro contratto.

Il fronte antimafia, pur pagando ossequio formale al garantismo, è stato prevalentemente giustizialista con richieste di sempre maggior rigore per tutti e in ciò ha ben presto incontrato le complementari pulsioni manettare della Lega e dei grillini. Questa possente spinta giustizialista, propugnata anche da magistrati molto in vista, ha investito innanzitutto il Pd che ha iniziato con l’estendere ai reati di corruzione la legislazione antimafia sulle misure di prevenzione, misure fuori dalle regole del giusto processo e tollerate a stento dalla Cedu, la Corte europea dei diritti dell’uomo, solo perché applicate a una criminalità specifica e altamente pericolosa, per finire con l’affossamento doloso della riforma penitenziaria.

E così a Di Maio e Salvini è stato facile programmare un capitolo giustizia che azzera tutte le conquiste di civiltà giuridica, a partire dalla legge Gozzini in poi. Esempio: costruire nuove carceri per sfoltire l’affollamento delle vecchie strutture e poi abolire le misure alternative, dimenticare la depenalizzazione e aumentare le pene vuol dire solo riempire il più rapidamente le nuove carceri creando nuovi affollamenti, con la solita prevalenza degli emarginati.
Ai ragazzi che verranno a Palermo per ricordare Falcone e Borsellino bisognerebbe dare l’esempio di regole ispirate alla giustizia e alla tolleranza, con il rispetto del prossimo, sia esso anche deviante o migrante, come Costituzione comanda, altrimenti il loro viaggio sarà solo una gita scolastica.

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