Andrea Camilleri “Ora sono cieco e tutto mi è chiaro” bella intervista di  RAFFAELLA DE SANTIS al più grande scrittore italiano vivente su Repubblica-Cultura: «L’idea è di parlare di Tiresia come se io fossi Tiresia. Chiamatemi Tiresia, per dirla con l’incipit di Melville».

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«Chiamatemi Tiresia».
Andrea Camilleri a 92 anni non ha paura di rimettersi in gioco. «È una sfida», dice.
Generoso, coraggioso, ironico, lo scrittore salirà sul palco del teatro greco di Siracusa e sarà Tiresia, l’indovino tebano cieco che compare già nell’Odissea per indicare a Ulisse la via del ritorno.
«Da un po’ di tempo non vedo più niente, diciamo che ho scelto Tiresia per affinità elettiva».
Sembra una maledizione dei grandi raccontatori di storie. Da Omero a Borges condannati a cavare fuori le parole dal buio.
Camilleri è un narratore totale, non c’è spunto che in lui non si trasformi in una storia. Anche al telefono non resiste, ogni stimolo è l’occasione di un aneddoto, la molla per un ricordo. Inevitabile che perfino la sua cecità diventasse materia letteraria. L’11 giugno, invitato dall’Inda, l’Istituto nazionale del dramma antico, Camilleri darà voce a Tiresia di fronte a 13 mila spettatori: «A novantadue anni si è un po’ vecchietti. Avevo voglia di vedere se ancora ce la facevo».
Conversazione su Tiresia è un’opera drammaturgica scritta da Camilleri e da lui interpretata.
La regia è di Roberto Andò. È un viaggio nelle metamorfosi letterarie, poetiche e filosofiche del mito attraverso le epoche affidato alla voce pastosa e pacata dello scrittore.
È il ritorno al teatro, un suo antico amore?
«Una fiammata di teatro. La coincidenza divertente è che anche
Il metodo Catalanotti, il nuovo Montalbano, ha un’ambientazione teatrale».
Non deve essere stato semplice orientarsi nella mole di fonti su Tiresia.
«Non c’è stato secolo che scrittori di qualsiasi tipo non si siano interessati a Tiresia. Mi sono trovato di fronte a un diluvio di testi. Per evitare però che la storia diventasse una sorta di lezione universitaria, l’ho trasformata in un racconto».
Attraverso Tiresia ha voluto parlare di sé?
«L’idea è di parlare di Tiresia come se io fossi Tiresia. Chiamatemi Tiresia, per dirla con l’incipit di Melville ( Moby Dick inizia con la frase “Chiamatemi Ismaele”, ndr) ».
La cecità fa vedere meglio?
«Stimola l’intuizione, è un’apertura. E poi quando si è ciechi avviene una cosa strana: tutti gli altri sensi corrono in soccorso del senso mancante. Fumando da sempre come un turco avevo perso gli odori e i sapori, invece ora si sono rafforzati».
E il rapporto con le parole è cambiato?
«Le parole hanno attorno un alone sfumato, una nebbia continua. La stessa nebbia che mi circonda. Ma in questa nebbia in cui sono immerso quello che vedo è estremamente chiaro. Forse la vista mi distraeva dal pensiero».
È cambiato il suo modo di organizzare il lavoro?
«Ormai da tre anni non vedo più ma il processo è stato progressivo, dunque ho avuto modo di creare una difesa strategica. Ho dovuto imparare a dettare a Valentina. Lo posso fare perché lei mi conosce e mi affianca da 16 anni (Valentina Alferj, assistente di Camilleri, è anche agente letterario, ndr).
Lavoriamo ogni mattina almeno tre ore. C’è da dire che anche prima, da vedente, avevo l’abitudine di rileggere la pagina ad alta voce per fare le correzioni. Mi ha aiutato molto, altrimenti le parole rischiano di perdersi nel vuoto».
Torniamo quindi al teatro, all’oralità.
«Per me è qualcosa d’innato. Ho insegnato in passato all’Accademia e al Centro sperimentale di cinematografia. Sono stati miei allievi Emma Dante e Marco Bellocchio. In Il metodo Catalanotti, prendo però un po’ in giro i sistemi alla Grotowski e le avanguardie tipo il Living theatre».
E il suo metodo d’insegnamento com’era?
«Maieutico: scoperta un’idea originale nell’allievo gli davo tutta la corda che voleva per impiccarsi a quella sua idea. Cercavo di scoprire l’originalità che ciascuno aveva dentro, tentavo di tirargliela fuori.
Le storie nascono sempre dal buio?
Una volta scrissi che i poeti greci si accecavano per diventare veri poeti ( sorride)… Ricordo che quando ero bambino in Sicilia si usava accecare i merli e i cardellini per farli cantare meglio. Era un’abitudine crudele che mi faceva piangere».
Esistono però cecità diverse.
Quella di Tiresia ed Edipo non si somigliano affatto.
«A differenza di Tiresia, Edipo vede solo la condizione punitiva della cecità, non sa andare oltre. L’unica sua preoccupazione è non perdere la ragione nello stato in cui si è venuto a trovare».
Nel mito, Tiresia è reso cieco da Giunone.
«Un giorno Zeus e Era stanno discutendo intorno a una domanda: nell’atto sessuale chi prova più piacere l’uomo o la donna? Non sapendo rispondere, chiamano Tiresia, il quale è un esperto di entrambi i sessi, perché, secondo il mito, da maschio era diventato femmina e poi di nuovo uomo.
Insomma era considerato un tecnico».
E Tiresia risponde che gode più la donna.
«No, lui risponde che nell’atto sessuale esistono dieci gradi di piacere. La donna ne gode nove, l’uomo appena uno».
E per questo viene punito?
«Giunone lo punisce quando scopre che i gradi del piacere sono nove.
Solo allora si rende conto che con Zeus non ha mai raggiunto questi nove gradi. Da qui la reazione di ira nei riguardi del rivelatore. Ma è una mia supposizione ( ride) ».
Il suo è un viaggio nelle varie facce di Tiresia di epoca in epoca.
«Tiresia sembra fatto di pongo. Ogni autore lo ha modellato a suo piacimento. Perfino gli scrittori proto-cristiani hanno cercato di appropriarsene».
Una delle trasformazioni che l’hanno più colpita?
«Quella di un commentatore di Dante, un anonimo fiorentino del Trecento. Sostiene che Tiresia era un ermafrodita e che per godere si autopossedeva. La cosa mi ha fatto sghignazzare. Nemmeno un contorsionista da circo equestre riuscirebbe in questo tipo di amplesso».
È la prima volta che scrive una drammaturgia?
«Ho fatto molte riduzioni per il teatro, da raccolte di Pirandello e da miei stessi racconti, ma un testo originale non l’avevo mai scritto.
Anzi ne avevo scritto uno nel 1947.
Un atto unico, aveva vinto il premio Faber, ma l’ho buttato fuori dal finestrino mentre tornavo in Sicilia».
Perché?
«Non mi piaceva. Erano i tempi di A porte chiuse di Sartre. La mia mi sembrò una scopiazzatura e me ne liberai».
Lo fa ancora? Butta via le pagine che non le piacciono?
«Non lascio tracce delle pagine preparatorie di un libro né delle prime stesure. Distruggo tutto, sono un vero assassino. Deve restare solo il libro pubblicato».
Sa che Philip Roth ha dato disposizione di distruggere il suo archivio personale?
«Non lo sapevo. Io lo faccio in vita, così sono più sicuro».
Le piaceva Roth?
«Mi piaceva da matti. Ho sempre maledetto i membri dell’Accademia svedese. Avrebbero dovuto dargli il premio Nobel da anni».
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  1. L’anticipazione. Il nuovo Montalbano
    Così Salvo restò nudo davanti a Mimì Augello
    ANDREA CAMILLERI
    S’attrovava in una radura davanti a un boschetto di castagni, il tirreno era tutto cummigliato da ’na specialità di margherite russe e gialle che lui non aviva viduto mai ma dalle quali nisciva fora un profumo che ’mbarsamava l’aria. Gli vinni gana di caminare a pedi nudi e si stava calanno per slacciarisi le scarpi quanno dal boschetto sintì arrivari un forti sono di ciancianeddri. Si firmò ad ascutari e vitti nesciri ’na mannara di crapuzzi bianche e marrò, ognuna delle quali aviva un collarino di cianciani. Mentri che le vestie gli s’avvicinavano, il ciancianiddrìo divinni un sono unico, ’nsistenti, ’nterminabili, acuto. E criscì tanto di volumi da darigli ’na sensazioni di fastiddio alle recchie.
    Fu quel fastiddio che l’arrisbigliò e si fici pirsuaso che quel sono, che ancora continuava da vigliante, autro non era che quella grannissima camurria del tilefono. Accapì che doviva susirisi e annare ad arrispunniri, ma non ce la faciva, era troppo ’ntordonuto dal sonno, aviva la vucca ’mpastata. Allungò un vrazzo, addrumò la luci, taliò il ralogio: le tri del matino.
    E chi potiva essiri a quell’ura? Lo squillo ’nsistiva, non gli dava un momento di abento. Si susì, annò nella càmmara di mangiari, sollivò la cornetta: «Rontooo schi alla?».
    Chisto era quello che gli era nisciuto dalla vucca. Ci fu un momento di silenzio, po’ la voci di chi l’aviva acchiamato fici: «Ma è casa Montalbano?». «Sì».
    «Mimì sono!». «Che minchia?…».
    «Per favori, per favori, Salvo. Rapri che staio arrivanno». «Che devo rapriri?». «La porta». «Aspetta» fici. Si cataminò a scatti, a lento a lento, come a un pupo atomatico.
    Raggiungì la porta, la raprì. Taliò fora. Non c’era nisciuno. «Mimì, ma dove minchia sei?» vociò nella notti. Silenzio.
    Chiuì la porta. Vuoi vidiri che se l’era ’nsognato? Tornò ’n càmmara di letto, si rincuponò. Stava per pigliari sonno quanno il campanello di casa sonò. No, non se l’era ’nsognato. Montalbano arrivò alla porta, la raprì.
    Mimì da fora l’ammuttò con forza, il commissario da dintra non ebbi il tempo di scansarisi e vinni cummigliato dall’anta che lo pigliò in pieno facennolo sbattiri contra al muro.
    E siccome non ebbi sciato per santiare, Mimì non si capacitò di indove s’attrovassi e l’acchiamò: «Salvo, dove sei?». Montalbano richiuì con un càvucio la porta per cui Mimì ristò novamenti fora dalla casa. Si misi a fari voci: «La vuoi rapriri ’sta porta o no?».
    Montalbano raprì e si scansò fulmineo, fermo a taliare a Mimì che trasiva con l’occhi che gli mannavano lampi di foco. Po’, quello, che accanosciva bono la casa, gli passò davanti di cursa, s’appricipitò ’n càmmara di mangiari, raprì lo sportello della cridenza e si pigliò ’na buttiglia di whisky e un bicchieri. Appresso crollò supra a ’na seggia e accomenzò a viviri.
    Fino a ’sto momento Montalbano non aviva rapruto vucca e sempre senza rapriri vucca si nni annò ’n cucina e si priparò la solita cicaronata di cafè. Aviva accaputo, talianno la facci di Mimì, che la facenna di cui voliva parlarigli portava un carrico pisanti. Mimì lo raggiungì ’n cucina ricrollanno supra a ’n’autra seggia: «Ti vorrei dire…» principiò, e po’ si firmò, pirchì sulo allura vitti che il commissario era nudo.
    E macari Montalbano stisso sulo allura si nni addunò e corrì ’n càmmara per pigliarisi un paro di jeans. Mentri che se li stava ’nfilanno, s’addimannò se non era il caso di mittirisi macari ’na canottera.
    Po’ addicidì che Mimì non se la meritava.
    © RIPRODUZIONE RISERVATA Il libro
    Il metodo Catalanotti di Andrea Camilleri (Sellerio, pagg. 304, euro 14)

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