dal Fq.:Il regno Zampetti: il “mandarino” e la faida Quirinale

  • Il Fatto Quotidiano26 May 2018» MARCO PALOMBI E CARLO TECCE

 

 

Definire Ugo Zampetti un mandarino o un burocrate di alto rango, seppur inossidabile, è troppo riduttivo. Per quindici anni e cinque presidenti – di destra, di centro e di sinistra, anche estrema, fino al 31 dicembre 2014 – il classe ‘49 Zampetti è segretario generale della Camera. Trascorre un mese in pensione, poi Sergio Mattarella lo chiama al Quirinale per ricoprire la stessa carica e innestare negli uffici che furono del mite Donato Marra – durante il doppio mandato dell’iperattivo Giorgio Napolitano – un sistema di relazioni e di maniere che gli permette di amministrare sottotraccia e diventare indispensabile.

STAVOLTA, PERÒ, Zampetti ha esagerato. Quando s’interpreta con eccessivo protagonismo un ruolo che impone lo stile degli invisibili e non se ne ha il necessario spessore politico, vuol dire che qualcuno si spazientisce. È quello che è accaduto al Quirinale coi consiglieri di Mattarella – da Simone Guerrini a Francesco Garofani – totalmente contrari all’impostazione strategica di Zampetti, considerato il mentore di Luigi Di Maio, non dei Cinque Stelle, presso la presidenza della Repubblica. La rottura s’è consumata con la consegna della lista dei ministri del Movimento in campagna elettorale. Forse Mattarella era al corrente dell’irrituale (termine caro al Colle) operazione a metà strada tra la legittimazione politica e la propaganda elettorale. Di sicuro, l’altro Quirinale – quello che non risponde a Zampetti – ne era ignaro.

E qui è utile tornare ai mesi di aprile e maggio del 2013, all’inizio della scorsa legislatura che ha introdotto i pentastellati in Parlamento. Il posto di Zampetti era in bilico, il Movimento era ostile (chi, più di Ugo, è casta?), la presidente Laura Boldrini dubbiosa. Ma non è semplice, rimuovere il nostro da una poltrona. Ugo è l’archetipo del Nazareno: fu promosso nel 1999 con una maggioranza di centrosinistra (a Montecitorio c’era Luciano Violante) in accordo con Forza Italia, tre anni dopo ottiene una norma su misura in èra Pier Ferdinando Casini col centrosinistra benedicente: viene abolito il limite di permanenza di sette anni al vertice di Montecitorio.

E così Zampetti sopravvive anche al succedersi di Fausto Bertinotti e Gianfranco Fini e lascia con uno stipendio di 478mila euro – non prima di designare l’erede, Lucia Pagano – nella stagione di Boldrini. È il segretario generale più longevo della Repubblica. Ha superato pure Aldo Rossi Merighi (1930-1944), ma non Camillo Montalcini (1907-1927).

Cos’ha spinto Di Maio nella rete di Zampetti? Il giovane Luigi, nominato vicepresidente di Montecitorio, dismette subito l’abito dell’attivista – che peraltro non gli si addice – e indossa il completo blu con cravatta blu dell’istituzione. Zampetti lo supporta, gli apre il grande libro delle procedure, delle tecniche per gestire l’aula. Il distacco per il pensionamento ( accettato malvolentieri) di Zampetti non scalfisce la sintonia e il duo, quando il momento arriva, si ricompone.

Il segretario generale converte l’aspirante premier agli occhi di Mattarella: da europeista scettico a europeista maturo; da atlantista sfiduciato ad atlantista convinto, e via cambiando. È sempre Zampetti, tra l’irritazione dei colleghi del Colle, a perorare la causa dell’avvocato Giuseppe Conte, a tentare di persuadere Mattarella sulla caratura di quella figura. Non c’è assenso unanime al Colle quando il presidente affida l’incarico a Conte, c’è – di certo – la zampata di Zampetti. Il segretario generale, peraltro, non solo ha spinto Conte, ma non ha creduto mai all’asse con il Pd. Quello che sperava l’altro Colle, infarinato di vecchia sinistra Dc (e poi Pd), alla Mattarella.

Il problema dell’altro Colle è che al Colle ormai conta poco. Il buon Ugo non sarà una riserva della Repubblica, nessuno ne ha mai sopravvalutato l’ingegno e i rapporti politici, però è un ottimo gestore del suo potere nella burocrazia: comanda ancora assai in Parlamento e pure il Quirinale or- mai s’è fatto “zampettiano”, persino il mobilio e le divise degli “staffieri”, scelti dal nostro e giù fino alle mostre d’arte, affidate alla fida architetta Cristina Mazzantini, già vista all’opera alla Camera.

ALLA PRESIDENZA della Repubblica ha replicato il modello di potere già sperimentato a Montecitorio: una falange di fedelissimi, peraltro presi proprio in Parlamento, a fargli da scudo a partire dalla segretaria Enza De Leo, omaggiata da Mattarella addirittura da una presenza alla festa di compleanno; struttura decisionale verticale in modo che tutto passi e torni alle sue esperte mani. E così il Colle si fa Ugo e l’altro Colle perde peso. A coadiuvare il nostro, per dire, doveva essere il capo dell’ufficio della segreteria generale Daniele Cabras, voluto da Mattarella. Zampetti, però, l’ha presto disinnescato nominandosi, novità assoluta, un proprio gabinetto e, in pieno agosto, pure due vicesegretari generali. Messe le mani saldamente sulla macchina s’è trovato pure Luigino Di Maio da svezzare: una sponda politica solida era l’unica caratteristica del potere che ancora davvero gli mancava.

15 anni alla Camera Porta con sé il modello Montecitorio (pure l’architetta) arginando gli uomini Dc di Sergio Chi è

Ugo Zampetti, nato a Roma nel ‘49, è segretario generale del Quirinale dal febbraio del 2015

La carriera L’undici novembre del ‘99 fu nominato da Luciano Violante segretario generale della Camera. Carica che ha ricoperto – con altri quatto presidenti – fino al 31 dicembre 2014, giorno della pensione

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