per il Manifesto, Silvia Albertazzi intervista Peter Carey, picaro d’Australia

EDIZIONE DEL

 

In grado di passare dal romanzo storico al racconto surreale, dal realismo quotidiano alla narrazione fantastica, Peter Carey ha affrontato in quarant’anni di carriera tutti i generi, rileggendo vicende del passato o costruendo situazioni di fantasia, sempre alla luce della sua eredità di australiano. Eppure, solo nel suo ultimo romanzo, Molto lontano da casa (traduzione di Elena Malanga, La nave di Teseo, pp. 444, euro 20,00) tratta, per la prima volta, secondo le sue stesse parole, «il confronto diretto … con quello che può significare essere bianchi in Australia».

Non certo nuovo alla resa narrativa di argomenti scomodi (nel 1997, riscrivendo in Jack Maggs la vicenda dickensiana di Grandi speranze dal punto di vista del galeotto, ammise pubblicamente l’origine del suo paese da una colonia penale), Carey affronta il problema del rapporto tra Australia bianca e realtà indigena a partire da una situazione picaresca – la partecipazione di una coppia di sposi fanatici di motori e di un insegnante campione di quiz radiofonici a una corsa automobilistica, la Redex Trial che, negli anni Cinquanta, attraversava l’intero continente. L’accidentato percorso della gara, costellato di imprevisti di ogni sorta, conduce i tre fino ai territori aborigeni, dove i loro destini si separano e, mentre la coppia dei piloti, dopo una burrascosa separazione, si ricompone al solo scopo di raggiungere il traguardo, Willie Bachhuber, l’insegnante, abbandona il suo ruolo di navigatore per addentrarsi nel mondo aborigeno, dove lo attende la conferma di una sconvolgente scoperta destinata a cambiare non solo la sua interpretazione del passato, ma anche la sua stessa percezione di sé e del proprio posto nel mondo circostante.

Dall’alternarsi di due voci narranti, una femminile, esuberante e schietta (la co-pilota) e l’altra maschile, più educata e introversa (il navigatore) scaturisce un racconto di non comune vivacità, in cui elementi comici, personaggi grotteschi e situazioni avventurose scivolano verso uno scioglimento drammatico, con notevoli implicazioni etiche. Circumnavigare l’Australia attraversando le terre aborigene «con la stessa macchina con cui l’uomo medio andava al lavoro», non si dimostra soltanto «un’estenuante prova di meccanica nell’outback». È anche un tremendo test di resistenza per il matrimonio dei due piloti che, oltre alle asprezze del terreno e alla paura dell’altro, dovranno affrontare un lutto tanto inatteso quanto intempestivo, mentre non basteranno tutte le mappe al navigatore, «un intellettuale la cui anima era stata seriamente compromessa dalle pratiche di pulizia etnica del suo paese», per ridisegnare il proprio profilo sullo sfondo di quel panorama «così pietroso, vuoto, sconfinato e privo di vita» che gli Aborigeni percorrono senza l’ausilio di alcuna cartina.

Il titolo del suo romanzo, «Molto lontano da casa», allude a una dimora, ma non è chiaro se i suoi personaggi abbiano davvero una casa e quale sia, eventualmente, quella che sentono più loro…
Tutti sono lontani da casa, in primo luogo i personaggi bianchi che si imbarcano in una corsa automobilistica di 10000 miglia tramite la quale arriveranno molto lontano dalla loro cittadina, in un’Australia aborigena a loro completamente estranea. Poi, c’è Willie Bachhuber, che per lungo tempo ha immaginato la Germania come sua terra ancestrale: lì era la sua «casa» finché non si è trovato a confrontarsi con le circostanze reali della sua nascita in Australia. Per finire, ci sono gli Aborigeni, strappati dalle loro antiche terre e dai loro costumi, che si sono trovati a vivere sotto il dominio bianco.

In «Jack Maggs», uscito circa dieci anni fa, lei aveva trattato l’altro «peccato originale» occultato dagli australiani, ovvero l’origine dell’Australia come colonia penale. È stato più difficile dire: «Magwitch è un mio antenato» o affrontare la questione del rapporto con gli Aborigeni?
L’idea che il trauma della fondazione dell’Australia da parte dei convitti, ovvero delle sue origini come colonia penale, potesse persistere nella storia non era certo molto rassicurante nel 1997, quando uscì Jack Maggs. Suggerire, come ho fatto, che il deportato dickensiano, Magwitch, fosse un mio antenato non era né ovvio né popolare. Ma chi aveva titolo legale a possedere la terra che i miei antenati bianchi hanno invaso? Abbiamo cominciato a confrontarci con questo problema ben prima del 1997, e non è stato particolarmente originale da parte mia occuparmene, visto che è la questione australiana più importante in assoluto. Come bianco cresciuto lontano da qualsiasi comunità aborigena, non avevo alcuna conoscenza o esperienza approfondita della vita e della cultura indigene, né avevo mai visto un aborigeno fino circa ai miei vent’anni. Chi ero io per avventurarmi in questo complesso territorio? Col tempo mi sono reso conto che la domanda era posta in maniera sbagliata: il trauma dell’occupazione e dello sterminio non si sarebbe mai verificato senza la mia gente, quindi ho capito che non solo era persino più accessibile per uno scrittore bianco, ma addirittura moralmente necessario. Naturalmente, a un romanziere spetta trovare la porta principale per entrare nella storia. Mi ci sono voluti molti anni, e alla fine l’occasione per sbloccare la scrittura mi è venuta da una corsa automobilistica degli anni Cinquanta, la Redex Trial, che mi ha fornito due diverse mappe dell’Australia. La corsa circumnavigava l’intero paese e il suo percorso si poteva leggere come le tracce lasciate dai cani quando fanno pipì per segnare il loro territorio. Ma la mappa dei bianchi era disegnata nella completa ignoranza di quel che era avvenuto in precedenza, delle vie dei canti ancestrali, dei rituali, dei collegamenti tra pozze d’acqua che un tempo erano sentieri percorsi da mitiche creature come il serpente arcobaleno. Mi interessavano i luoghi in cui queste mappe si intersecavano, i punti dove il serpente arcobaleno attraversava la piazzola del benzinaio, per esempio. Nel momento in cui ho visto queste possibili intersezioni (molto prima di conoscere i personaggi o perfino la storia) ho capito che avevo finalmente la possibilità di scrivere un romanzo per me importante.

Lei comunque aveva già scritto del massacro degli Aborigeni in «Oscar e Lucinda», nella sezione dedicata al trasporto della chiesa di vetro attraverso l’outback australiano.
Quel mio romanzo traduce sul piano simbolico tutto il peso del massacro e della spoliazione: la chiesa che galleggia sul fiume e trasporta le storie cristiane che distruggeranno le storie aborigene narrate sulle rive. Molto lontano da casa raggiunge il suo obiettivo in maniera affatto diversa, attraverso i personaggi e un dramma prolungato. È una storia bianca, ma non soltanto, e entra nella vita aborigena, nella sua religione e resistenza in maniera diretta.

Ci sono diversi elementi autobiografici in «Molto lontano da casa»: lei è nato a Bacchus Marsh, la cittadina australiana di 40000 abitanti in cui abitano i suoi protagonisti bianchi, i suoi genitori gestivano una rivendita della General Motors, suo nonno è stato un pioniere dell’aviazione australiana. Come guarda, oggi, alle sue origini e ai luoghi dai quali proviene?

Un giorno scriverò un saggio intitolato «Il calzino di Rauschenberg» dove, valendomi di una certa impertinenza, paragonerò il mio lavoro a quello del pittore americano. Entrambi, infatti, tendiamo a usare qualsiasi materiale abbiamo a disposizione per trasformarlo in arte. Raushenberg, per esempio, vede un calzino sul pavimento della sua stanza, lo raccoglie, lo incolla alla sua tela e lo trasforma in qualcosa di completamente diverso. Anch’io uso quel che mi trovo intorno, e la cittadina di Bacchus Marsh è uno di questi elementi.

Durante la stesura di «Molto lontano da casa» ha letto autori aborigeni o è stato influenzato da opere sul racial passing?: penso, per esempio, a «La macchia umana» di Philip Roth o al film di Douglas Sirk, «Lo specchio della vita»?
I romanzieri sono dei grandi ladri. Io sono stato molto attento a fuggire la tentazione di rubare ai romanzieri aborigeni, e anche se lei può correttamente definire passing la storia di Willie, questa parola ha una sfumatura che non si addice alla sua situazione. Per desiderare un «passaggio» bisogna prima essere consci della propria eredità genetica. Sebbene non intenda sottoporre quel che scrivo alla ordalia di qualsivoglia comunità, ho condiviso il manoscritto, durante la stesura e a lavoro terminato, con due illustri intellettuali e attivisti aborigeni: Stan Grant e Steve Kinnane. Sapendo che non mi avrebbero mentito, attendevo la loro risposta con notevole ansia.

Molto lontano da casa è un romanzo con connotazioni del tutto australiane. Non teme che un lettore europeo, non cogliendo i riferimenti alla cultura e ai miti cui le si riferisce, possa averne una ricezione più limitata?
Non siamo scoraggiati da Proust perché non conosciamo il compositore Vinteuil o spaventati da Faulkner perché la vita e il linguaggio del sud degli Stati Uniti sono così diversi dai nostri. Anzi, queste stesse distanze sono un’attrazione speciale per i lettori stranieri, che vengono indotti a viaggiare nel tempo e nello spazio. Comunque, sono stato molto attento a non negare ai lettori europei l’accesso al mondo di Jandamarra: nel romanzo sottolineo che si tratta del «Ned Kelly nero», così spero che tutti capiscano il riferimento a un eroico fuorilegge. Preferirei che nessuno avvertisse la necessità di ricorrere a Google nel bel mezzo di una frase, ma naturalmente questa opzione è disponibile per i curiosi, così come lo sono le biblioteche.

Le ultime parole del suo romanzo sono: «il nostro paese natio è una terra straniera e ancora non ci siamo guadagnati il diritto di parlare la sua lingua». Qual è – e di chi è – questa lingua?
Questa frase ha molti significati: riguarda, prima di tutto, il linguaggio della terra che incarna la complessa religione degli Aborigeni, la cui legge è passata dagli anziani ai più giovani attraverso vari stadi di iniziazione. Gran parte di queste norme e delle tradizioni aborigene sono segrete, così segrete che si potrebbe essere uccisi per aver assistito a un rituale proibito. I lettori comprendono che Willie ha trascorso anni raccogliendo storie, canzoni, riti dalla bocca dei vecchi e delle donne. Li conserva nella sua grotta perché sono il linguaggio della terra e di tutte le creature viventi del continente, e li registra in codice perché deve rispettare i segreti di quella che, per i bianchi australiani, è una terra straniera.

Nella sua nota inziale afferma che questo è «il romanzo che per una vita non ha saputo come scrivere» e che spera «si riveli la cosa migliore che abbia mai concepito». Dunque, ha scritto il libro più importante della sua vita. Che altro può fare adesso?
Preoccuparmi.

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