« Il figlio prediletto » di Angela Nanetti – mia recensione con allegata intervista di Repubblica

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Ieri sera ho finito questo ultimo romanzo di Angela Nanetti e mi è piaciuto molto: non conoscevo questa scrittrice e me ne dolgo, perché è veramente brava; leggere romanzi come questo mi ha riempito di emozioni, diverse e contrastanti, e mi ha fatto assaporare il gusto della lettura come, purtroppo, raramente mi succede.

Il romanzo è inserito nella lista dei dodici scelti per partecipare alla selezione del Premio Strega, da essi uscirà la cinquina dei finalisti, e noi come gruppo di lettura di Fano facciamo parte della Giuria che li seleziona. Prevedo che questo qui ne farà parte abuon diritto.

Intanto riporto quanto scritto dell’editoree neri Pozza nel risvolto di copertina:

«  È una sera di giugno del 1970 in un piccolo paese della Calabria, Nunzio e Antonio hanno vent’anni e si amano, in segreto, da due mesi. Il loro amore si consuma dentro la vecchia Fiat del padre di Antonio, parcheggiata in uno spiazzo abbandonato. Ma, proprio quella notte d’estate, tre uomini incappucciati e armati trascinano Antonio fuori dall’auto, colpendolo fino a quando il giovane non giace a faccia in giù e a braccia aperte, come un Cristo in croce. Tre giorni dopo Nunzio Lo Cascio sparisce dal paese, messo su un treno che da Reggio Calabria lo conduce lontano, a Londra. Il mondo, all’improvviso, gli ha mostrato il volto più feroce, quello di un padre e due fratelli che «gli hanno spezzato le ossa a una a una» per punirlo del suo “peccato”. Nulla sembra avere più senso per il ragazzo: la fiducia negli uomini, la speranza di un futuro, la sua stessa identità. Di lui rimane soltanto la foto del campionato del ’69, appesa nella pescheria dei genitori, che lo ritrae con tutta la squadra sul campo dopo la vittoria, promessa mancata del calcio. A interrogarsi sulla vita di Nunzio è anni dopo sua nipote Annina, che sente di avere con quello zio mai conosciuto, di cui nessuno in famiglia parla volentieri, inspiegabili affinità. Anche Annina, sebbene in modo diverso, si trova a combattere con un padre violento e prevaricatore e con la stessa realtà chiusa del paese, in cui una ragazza non ha altre possibilità che essere una «femmina obbediente». E, come Nunzio, scoprirà la dolorosa necessità di riprendersi il mondo, ribellarsi ai pregiudizi e lottare per la propria libertà. »
Data di pubblicazione: 2018-01-xx

Il romanzo, che si svolge tra l’Aspromonte, in un paesino della Locride, e Londra, narra la storia di due personaggi, inventati: Nunzio, gay, e sua nipote Annina, figlia di suo fratello. Le due storie si svolgono su due piani temporali differenti: quando si svolge la scena iniziale, l’assassinio di Antonio che aveva appena avuto un rapporto sessuale con Nunzio da parte del padre di Nunzio e tre compari, Annina ha solo otto anni e siamo a fine anni ‘70; Nunzio è costretto a fuggire in Inghilterra perché, essendo ricchjiuni, la sua presenza infangherebbe l’immagine della famiglia, che una famiglia di ‘ndrangheta. Per Santino Lo Cascio, padre di Annina e fratello di Nunzio, capo della ’ndrina, l’onore della famiglia è tutto, esso va preservato al di là della vita delle persone.

Dieci anni dopo Annina fugge da casa  e da un matrimonio che il padre gli ha combinato con il rampollo di una ‘ndrina alleata, per inseguire il suo sogno di diventare attrice, e va prima a Milano, a casa di una coppia di attori che aveva conosciuto al paese a dodici anni, poi a Londra, dove, dopo un po’ di peripezie, conosce Funny Jack, il compagno di suo cugino, il quale che gli disvela chi era davvero Nunzio e  come era morto.

Di rilievo il finale: Annina tornata – incinta di Funny – al paesello, va al cimitero e davanti alla tomba di Zia Carmela, la madre di Nunzio, parla con lei: ottima citazione letteraria, mi ha richiamato Ulisse che scende nell’Ade, incontra gli eroi greci della guerra di Troia e poi sua madre Anticlea: tre volte Ulisse cerca di abbracciarla e tre volte lei sfugge come un’ombra. Da questo colloquio con la zia Carmela, anche questo un personaggio importante della storia che fa da trai d’union fra Nunzio ed Annina, Annina avrà una  rivelazione su come è morta realmente sua madre..

 

Ecco l’intervista rilasciata da Angela Nanetti al Venerdì di Repubblica il 2 febbraio:

 

Che cosa significa essere omosessuali in Calabria negli anni Settanta? Nunzio Lo Cascio lo scoprirà a vent’anni quando verrà sorpreso dal padre e tre compari infrattato con Antonio.

Pestato a sangue e rinchiuso in un casolare, verrà messo tre giorni dopo su un treno e spedito come un pacco a Londra. A lui andrà meglio che ad Antonio, lasciato morto in una pozza di sangue. Padre e fratelli di Nunzio appartengono alla ‘ndrina; lui tornerà al paese solo in una bara vuota, accompagnato da una falsa moglie, perché nessuno deve sapere che è ricchjiuni.

La verità la scoprirà anni dopo la nipote Annina, anche lei fuggita a Londra per non dovere sposare un uomo scelto dal padre. Angela Nanetti, nota per la narrativa per ragazzi e per un fortunato romanzo storico, entra in un mondo mafioso chiuso e soffocante fatto di donne schiave e uomini prevaricatori.

Perché un cambio radicale e un libro tanto doloroso?
«Perché sentivo il bisogno di una maggiore libertà narrativa e di affrancarmi dall’etichetta riduttiva di autrice per i ragazzi. Ma in realtà tra la produzione precedente e i due romanzi per adulti non c’è una cesura totale. Ho affrontato spesso, per bambini e ragazzi, tematiche impegnative cercando la letterarietà della pagina. Naturalmente si tratta di scegliere i registri narrativi e il linguaggio per fare passare anche le cose più difficili, problema che non esiste quando scrivi per gli adulti».

Il romanzo si apre con un omicidio: si è ispirata a un fatto di cronaca nera?
«Non a un fatto preciso. L’omicidio brutale è un’invenzione narrativa, ma la cronaca è piena di queste atrocità».

Le donne del romanzo sono prevaricate e abusate e non solo in Aspromonte ma anche a Londra. Non c’è cultura che rispetti la donna?
«Ahimè non c’è. Anche se in Occidente la condizione femminile sembrerebbe avere fatto significativi passi avanti, ma quando sollevi il coperchio, vedi casi recentissimi, scopri che le donne vengono pagate vergognosamente di meno, scopri le prevaricazioni sui luoghi di lavoro, le violenze dirette e indirette, e gli abusi».

Lei lascia il finale sospeso e sceglie una chiusura diciamo metapsichica, perché?
«È venuto così e ho pensato che fosse efficace e significativo, perché contiene tutti gli elementi per condurre il lettore a una sua conclusione o ad andare oltre. Il romanzo ha una struttura narrativa circolare che nel finale ritorna al punto di partenza sciogliendo alcuni nodi e lasciandone altri in sospeso per affidarli al lettore. Il registro narrativo un po’ surreale ha il compito di portare il lettore là ( dentro di noi?) , in quella dimensione in cui i morti dialogano coi vivi e possono dire tutto, come i matti».

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