dal Manifesto: Non è più tempo di eroi, il laicismo dell’«Agricola» di Tacito

Cartina con le campagne militari del generale Agricola in Britannia

Nel 98 d. C., a due anni dall’uccisione dell’inviso Domiziano, e dopo il brevissimo principato di Nerva, succede a Roma Traiano, raccogliendo il modello di più illuminata gestione del potere inaugurato dal padre adottivo; e Cornelio Tacito può portare a compimento quella che è verosimilmente la sua opera prima, dedicata alla vita e alla figura del suocero, il generale Giulio Agricola, morto cinque anni prima in circostanze quanto meno sospette, per il rancore suscitato in Domiziano dal suo carisma militare. Ora demum redit animus – dichiara l’esordio – si torna finalmente, nel nuovo clima politico, a respirare, a recuperare la libertà di ricordare, di parlare, e anche di scrivere.
L’importanza di questo proemio è da tutti riconosciuta; tuttavia Sergio Audano – il più recente editore dell’Agricola nella benemerita collana di classici latini e greci diretta, per la Rusconi Libri, da Anna Giordano Rampioni (pp. CXVI-153, euro 11,00) – introduce un nuovo tassello critico. In quel redit, che annuncia l’avvento, per quanto ancora allo stadio albare, d’un beatissimum saeculum, sente possibile un riecheggiamento, finora sfuggito, di forte suggestione ideologica: quel verbo era già al v. 7 della famosa quarta Egloga virgiliana, che aveva pur essa inteso preconizzare, ai primi tempi di Ottaviano, il prossimo ritorno a Roma d’una non più mitica ‘età dell’oro’, dopo le guerre civili. In entrambi i testi, possiamo aggiungere, i segnali preliminari consistono nell’inverarsi di adynata, di eventi che si ritenevano ‘impossibili’: quello che s’è ora manifestato è l’associarsi, già sotto Nerva, di due res olim dissociabiles, due condizioni politiche prima tra loro ‘incompatibili’, il principato e la libertà. Ma Tacito (e Audano non manca di rilevarlo) è un pessimista, ha troppa sfiducia nei riguardi della natura umana per non avvertire la precarietà d’una simile prospettiva; e in effetti, anche nelle sue opere maggiori, le Historiae e gli Annales, non si farà mai lo storico di questa auspicata nuova «età felicissima» ma si ripiegherà proprio sull’olim, per indagare a fondo la patogenesi di quella, ben più realistica, ‘dissociazione’. Inizia anzi fin d’ora, con l’Agricola, ritagliando, alla maniera sallustiana, un oggetto circoscritto ma emblematico che gli è ben familiare, il vissuto del suocero, trascorso tutto nel tempo del dispotismo.
Sarebbe tuttavia riduttivo definire l’opera come mera biografia, perché molteplici altri ‘ingredienti’ interagiscono nel paradigma, dal pensiero filosofico e politico alle pratiche vetero-latine degli elogia e delle laudationes funebri fin anche alla letteratura consolatoria, della quale Audano è da tempo agguerrito studioso. Risulta ben presto, dalla scansione stessa dell’opera, che i confini di ‘genere’ vengono varcati: dopo il proemio e il racconto del cursus honorum del futuro generale, con particolare riguardo alla salda formazione morale, la diacronia s’interrompe e s’apre un’ampia digressione etno-antropologica sulla Britannia e la sua romanizzazione in corso; è qui infatti che è stata destinata, e viene poi narrata anno per anno, la culminante esperienza governativa e militare di Agricola fino alla decisiva vittoria sui Caledoni in rivolta. Il discorso tenuto ai suoi ribelli del capo Calgaco nell’imminenza dello scontro finale, a smascherare l’imperialismo di Roma, è un pezzo dirompente che ha reso celebre nei secoli la monografia: «rubare, trucidare, rapinare: questo, con falso nome, è il loro ‘impero’ e, quando fanno un deserto, lo chiamano ‘pace’». Più convenzionale, ma tutt’altro che destituita di valenza ideologica, è la contrapposta allocuzione rivolta alle sue truppe dal generale romano. Dopo il prestigioso successo vengono purtroppo per lui i tristi tempi del rientro a Roma, a fronteggiare ora, fino alla morte, la gelosia del principe, ma senza mai alcuna ostentazione, né di pur legittima gloria né di clamoroso vittimismo. In epilogo, e in perfetto anello con la ‘morale’ del proemio, il memorabile bilancio umano e politico trasmesso ai posteri sul personaggio.
E i posteri lo raccoglieranno. Nell’ultima parte dell’introduzione Audano fornisce ragguagli di primo interesse su vari momenti del Fortleben moderno della monografia, dopo le non poco avventurose vicende della sua riscoperta umanistica, offrendo così anche un efficace saggio delle belle attività che si svolgono da un quindicennio nel Centro per la Fortuna dell’Antico di Sestri Levante, che coordina dopo la scomparsa del fondatore, l’illustre latinista Emanuele Narducci. Con speciale rilievo considera, nei decenni iniziali del Cinquecento, il ruolo di Francesco Guicciardini, a ragione indicandolo come «il primo ad aprire realmente la cultura italiana (ed europea) all’influenza di Tacito e, di fatto, ad avviare la genesi del ‘tacitismo’ quale erede e continuatore del machiavellismo». Guicciardini pone al centro del suo interesse soprattutto il Tacito maggiore, ma è lecito rivendicargli uno sguardo attento anche all’Agricola, e Audano offre anzi in proposito un attraente contributo, mettendo in evidenza i ricalchi della monografia operati nelle Ricordanze, quando lo storico fiorentino (con un parallelismo che potremmo definire ‘plutarcheo’) si sofferma a sua volta sulla vita e la figura del proprio suocero, Alamanno Salviati. Nei Ricordi poi il riferimento a Tacito si fa anche esplicito, e lo stesso stile aforistico di Guicciardini, nota Audano, vi concorre: «insegna molto bene Cornelio Tacito a chi vive sotto e tiranni il modo di vivere e governarsi prudentemente, così come insegna a’ tiranni e modi di fondare la tirannide».
Che su questa e altre convergenti riflessioni di Guicciardini anche l’Agricolaabbia lasciato una specifica impronta emerge convincentemente dal passo fondamentale della monografia (42,4) prodotto a riscontro da Audano (attingiamo qui e altrove dalla sua traduzione, sempre in viva gara con la tensione stilistica della scrittura tacitiana): «ricordino bene quanti sono abituati ad ammirare le azioni illegali: possono esistere grandi uomini anche sotto cattivi principi! E sappiano che una moderata obbedienza, se accompagnata da una vigorosa operosità, giunge a tanta gloria quanto quella di coloro, e sono in molti, che, con fare sdegnoso, sono diventati famosi con una morte ad effetto, ma priva di ogni utilità per lo stato».
Siamo al clou ideologico della monografia; ed è soprattutto su questo versante ermeneutico che la rilettura di Audano (pur non trascurando gli aspetti linguistici, filologici e i Realien del testo tacitiano) viene a prendere un posto ben individuato rispetto ad altre recenti e pur pregevoli edizioni: importanti specifici apporti sono anche nelle note di commento, spesso di grande respiro e approfondimento. La visione tacitiana che ne risulta è, pur nella innegabile amarezza, realistica e, in ultima analisi, perfino consolante, in una prospettiva molto laica. Proprio perché ‘immatura’, la morte di Agricola è stata, risparmiandogli le ultime aberrazioni del dispotismo domizianeo, ‘opportuna’, ma non per dono divino, come nella tradizione di questo motivo consolatorio. Al lutto dei vivi, poi, Tacito par indicare la mutatio temporum in terra, con l’avvento di Traiano, come più concreto argomento di conforto che non la fiducia in una felicità ultraterrena del defunto, presentata invero in termini assai ipotetici.
Illuminante fra tutti il rilievo di Audano che ravvisa «nella dialettica tra servitù e libertà il vero tratto di unione dell’Agricola», permettendo anche di comprenderne al meglio il composito statuto letterario. Tacito scrive la monografia dopo oltre un secolo di principato, e per esperienza diretta negli ultimi decenni. Se ha mai avuto senso, in Roma, il protagonismo eroico a prezzo della vita – quello insegnato dalla letteratura degli exitus virorum illustrium e dalle ‘santificazioni’ stoiche del martirio politico – quel tempo non è più attuale, e comunque attuarlo sarebbe anche per certi versi imbarazzante. Tra umiliante ‘servitù’ e sfrenata ‘libertà’ corre una sottile linea mediana, su cui con esemplare equilibrio s’è mossa l’intera esistenza di Agricola: parlarne non è dunque solo, scrive Audano, «uno storytelling dal taglio memorialistico o nostalgico. Tacito declina la ‘narrazione’ in una prospettiva assolutamente pragmatica, da cui esclude per scelta mirata ogni astrattezza virtuale, allo scopo di presentare la figura del suocero come modello per la classe dirigente che si sta affermando (…), forse sopperendo anche una certa difficoltà di rappresentazione che in quel momento così complesso era più che probabile» (considerato il necessario scotto di compromessi pagato dagli stessi nuovi governanti di Roma per uscire indenni dai tempi del dispotismo).
Sulla stessa linea mediana, la riflessione di Tacito lascia l’attualità interna e si salda all’altro grande tema, in politica estera, della monografia, il rapporto di Roma con le popolazioni ‘barbariche’. Anche in quest’ambito un delicato discrimine corre a mezzo tra servitus e libertas, a relativizzarne l’opposizione. Su servitus interviene lapidariamente lo stesso Tacito, commentando il progresso e il benessere portato dai Romani ai rudi costumi dei Britanni: «per gli sprovveduti tutto questo era civiltà (humanitas) mentre in realtà era parte integrante della servitù». Per libertas è la stessa logomachia tra Calgaco e Agricola a impartire la lezione, condensata da Audano in una formulazione davvero conclusiva per il senso della monografia: «la libertas, in una simile prospettiva, appare un bene di lusso che vincitori e vinti, per quanto desiderosi di avere, s’illudono di conquistare, ma che non hanno la possibilità di concedere».

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