dal Manifesto: Le bocche della Verità di Alberto Leiss

Che pensare e che fare di fronte al «mondo nuovo» annunciato dal comico Grillo nei pressi di quel singolare monumento romano che risponde al nome di «Bocca della Verità»?

Leggende antiche si addensano da secoli su quel volto marmoreo, considerato capace di emettere oracoli e di svelare se le donne siano pure e fedeli, se l’amore che anche noi dichiariamo sia o meno una bugia: sin dai tempi di quell’imperatore Giuliano detto «apostata» perché di fronte a quelli che considerava eccessi integralistici del Cristianesimo vincente cercò di restaurare il paganesimo e favorì la convivenza di culti e religioni diverse.

È pur vero che ogni tanto si verificano momenti della storia in cui un «nuovo mondo» sostituisce quasi integralmente il vecchio.

È questo che ci sta capitando? Forse sì, ma non credo che siano proprio gli annunci di Grillo e le dichiarazioni calabresi di Salvini a testimoniarlo.

Nei pressi di quel mitico cerchio di marmo è risuonata un frase non proprio inaudita: «Ora lo Stato siamo noi!», mentre sono stati evocati in questi giorni gli «amici del popolo» e gli «avvocati del popolo». La «Terza Repubblica» che piace tanto ai grillini appare così uno strano miscuglio di citazioni: dall’assolutismo del Re Sole, agli estremismi rivoluzionari di Marat, all’ambigua digitalizzazione di Rosseau. Il professor Conte, con la sua cartella di cuoio, il panciotto e la mezza frangetta sbarazzina, simbolizzerebbe «l’ingresso dei cittadini» nelle stanze del potere.

Intanto le sparate di Salvini contro gli immigrati assumono subito i contorni della tragedia umana e sociale. Una fucilata uccide un sindacalista nero, Soumayla Sako, c’è aria di rivolta tra gli immigrati che lavorano sotto i caporali nelle campagne vicino a Reggio Calabria. Un compagno dell’ucciso, Aboubakar Soumahoro, replica direttamente al neoministro capo della Lega: «A Salvini vogliamo dire che la pacchia è finita per lui, perché per noi la pacchia non è mai esistita; per noi esiste il lavoro. Sappiamo che in Calabria esiste gente che ricorda il proprio passato di migrante. Noi siamo lavoratori, italiani, africani, bianchi, neri e gialli. Abbiamo lo stesso sangue e vogliamo gli stessi diritti».

Che pensare e che fare, dunque?

Prima di tutto una battaglia linguistica senza quartiere contro ogni parola che risuoni come carica di incitazioni alla violenza e abbrutisca il pensiero, i sentimenti e le nostre relazioni con gli altri. Il che significa pensare molto bene alle parole che possono essere efficaci in questa pacifica ma ardua «guerra». Parole che immagino possano nascere solo da pratiche politiche e sociali il più possibile consapevoli di questo essenziale compito simbolico.

In secondo luogo non farsi catturare dalla tentazione di rifiutare a priori tutto quello che proviene da questo strano coacervo che dovrà governarci. Se Di Maio si accorge dei lavoratori precari in bicicletta (o degli imprenditori tartassati da una burocrazia ottusa), se riesce a migliorare davvero modi e tempi con cui si va in pensione, a correggere gli errori e i soprusi del Jobs-act e della «buona scuola», perché dargli addosso?

E se il singolare terzetto «tecnico» (ma nel «nuovo mondo» i tecnici non fanno più scandalo) che abbiamo agli Esteri, agli Affari Europei e all’Economia riuscirà a migliorare un po’ il funzionamento dell’Europa unita, tanto meglio!

Insomma, quando parliamo di politica, facciamo l’esperimento mentale di mettere la mano nell’oscura bocca di quel volto di marmo. Se diciamo anche noi slogan e faziosità propagandistiche, meritiamo il morso dello spirito.

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