Ieri, in Senato, Liliana Segre si è fatta valere: «Mi opporrò con tutte le energie che mi restano a leggi speciali contro i popoli nomadi che sporcano la nostra civiltà democratica».

Il contratto non è solo un atto. È anche un rapporto, spiega il manuale di diritto privato che il professor Giuseppe Conte consiglia ai suoi studenti fiorentini. Ed eccolo, il professore, per la prima volta in un’aula parlamentare e già alla poltrona di presidente del Consiglio, seduto al centro tra i due contraenti. Di Maio a destra, Salvini a sinistra. Conte in mezzo, impegnato a dimostrare ai senatori che il suo governo sarà fondato su un rapporto a tre. C’è anche lui: «Chi vi parla ha condiviso i contenuti del contratto sin dalla sua elaborazione, sia pure in forma discreta», garantisce. Ma poi, durante la replica, allarga le braccia quasi a cercare un contatto con i suoi vicini – uno è distratto dal cavo dell’iPhone, l’altro mastica la penna in bocca -: «Questi due leader hanno sottoscritto il contratto nero su bianco, se ne sono assunti la responsabilità». Eppure è al presidente Conte che il parlamento vota la fiducia. Con 171 sì (undici più della maggioranza assoluta) di 5 Stelle, Lega e 4 del gruppo misto (due ex grillini non ammessi al gruppo e due eletti all’estero). Gli astenuti sono 25 (Fratelli d’Italia, tre senatori a vita e quattro del gruppo delle autonomie). Fermi a 117 i contrari, ai quali mancano per assenze una decina di voti.

Da avvocato del popolo ad avvocato dei leader del popolo. Giuseppe Conte non parla, cita. Cita il contratto «per il governo del cambiamento». Non spiega cosa il governo intende fare, e come, o fornisce solo piccoli accenti. Per il resto rinvia i senatori alla lettura. «Non occorre che mi soffermi, c’è il contratto». E anche Renzi, quando interviene, dice rivolto ai suoi: «Dobbiamo leggerlo tutti quel contratto». Conte ha un eloquio garbato e solo ogni tanto alza la voce. Sembra farlo per segnalare che è dotato di personalità, che si farà valere. Ci mette un po’ a riscaldare la sua maggioranza, che pure adesso è disposta quasi in ogni spicchio dell’aula, il colpo d’occhio è superiore ai numeri. Il primo applauso arriva su un passaggio apparentemente innocuo, a proposito dei diritti dei cittadini (diritti sociali perché di quelli civili dopo le performance del ministro Fontana non si parla affatto). E sarà sempre così, applausi facili per la lotta alla mafia, il cambiamento, la certezza della pena, le liste di attesa.

«Abbiamo fatto un salto di qualità, abbiamo un presidente del Consiglio che cita filosofi, intellettuali, sociologi e grandi della letteratura russa. Eravamo abituati a presidenti del Consiglio che citavano i Jalisse», esulta a un certo punto Nicola Morra, professore di filosofia al liceo e senatore grillino ortodosso. Elogia Conte e sfotte Renzi, che effettivamente nel suo primo discorso in parlamento nel 2014 citò i Jalisse, e anche Arisa. Peccato però che la citazione di Dostoevskij che Giuseppe Conte piazza nella terza pagina del suo discorso programmatico sia sbagliata. Dalla lettura del «Discorso su Puskin» il nuovo capo del governo non può aver tratto l’elogio del populismo come «attitudine della classe dirigente ad ascoltare i bisogni della gente». Perché Dostoevskij di Puskin aveva esaltato la capacità di entrare nello spirito dei popoli stranieri, «grande poeta popolare» e internazionalista. Citazione sbagliata e forse anche copiata, come ha notato la corrispondente da Parigi di the Atlantic. Appena dieci giorni fa era stato il presidente francese Macron, parlando a San Pietroburgo accanto a Putin, a citare quel discorso di Dostoevskij per parlare, più correttamente, della vocazione europea della Russia. Tra le altre citazioni di Conte quella di Philip Kotler, primo teorico dell’orientamento al mercato che vale per le aziende ma anche per i partiti politici. «Ha ragione, bisogna ripensare il capitalismo», dice il presidente del Consiglio. E se il professore di Chicago non è certo un rivoluzionario, l’orizzonte del professore foggiano lo è anche meno: «L’obiettivo è la flat tax».

Immigrazione: l’omaggio a Soumaila arriva, ostentatamente, su richiesta: «Non siamo insensibili». Il capitolo per Conte si risolve nella «guerra agli scafisti» per «mettere fine al business». Per tutto il resto c’è ancora il contratto, l’alfa e l’omega. Il senatore leghista Vescovi quasi si commuove: «Votiamo la fiducia, sentimento di tranquillità e sicurezza che hanno i figli verso il babbo e la mamma e che noi abbiamo verso il contratto di governo». E mentre a Conte arrivano le congratulazioni non di Dostoevskij ma di Federico Moccia, parla Renzi. «Signor presidente del Consiglio, non avrà la nostra fiducia ma avrà il nostro rispetto», dice l’ex segretario del Pd. Poi si rivolge a Salvini «da padre a padre, faccia attenzione alle parole, non dica più che per chi rischia di morire in mare è finita la pacchia». Salvini lo lascia finire, poi esce dall’aula, aspetta che i cronisti lo circondino e dichiara: «La pacchia per i clandestini non è finita, è strafinita».
La senatrice a vita Liliana Segre interviene per la prima volta e l’aula si alza in piedi ad applaudirla quando ricorda di essere «una delle ultime viventi con il numero di Auschwitz tatuato sul braccio». «Mi opporrò con tutte le energie che mi restano a leggi speciali contro i popoli nomadi che sporcano la nostra civiltà democratica». Nel contratto c’è «nero su bianco» l’annuncio della chiusura dei campi Rom. Come pure c’è la discriminazione dei figli degli stranieri nell’accesso all’asilo nido. Misure certamente fuori dalla Costituzione. Ma, conclude Conte, «lasciamo che i manuali di diritto costituzionale si aggiornino», con il contratto. Anche questo è cambiamento.

 

«Mi rifiuto di pensare che la nostra civiltà democratica sia sporcata da leggi speciali, se dovesse accadere mi opporrò con tutte le forze che mi restano». Ha preso per la prima volta la parola in aula al senato, Liliana Segre. E lo ha fatto per difendere i rom e i sinti. Rispondendo all’appello rivoltole dal professor Alberto Melloni, esperto di storia del cristianesimo, sulle pagine di Repubblica la senatrice a vita ha ricordato la sua esperienza ad Auschwitz. «Inizialmente suscitavano la nostra invidia di prigioniere perché nelle loro baracche le loro famiglie erano lasciate unite, ma presto all’invidia seguì l’orrore perché una notte furono portati tutti al gas e il giorno dopo in quelle baracche vuote regnava un silenzio spettrale».

Il riferimento era naturalmente alle parole del neo ministro dell’Interno Matteo Salvini che parla continuamente di ruspe per abbattere i campi rom. Lo stesso Salvini ha cercato di assicurarla rispondendo alle domande dei cronisti durante il voto di fiducia: le sue paure «sono infondate. Mi basterebbe solo il rispetto delle leggi normali e faremo di tutto per ottenere questo, ad esempio nel divieto di sfruttamento dei minori», ha detto Salvini. «A questo dedicherò particolare attenzione e penso che su questo sia d’accordo anche la senatrice Segre».

L’intervento di Liliana Segre – che poi ha deciso di astenersi nel voto di fiducia – è iniziato con un ringraziamento al presidente Mattarella che l’ha nominata «con una scelta sorprendente».

Poi la sua autodefinizione – «Una vecchia signora, una delle pochissime ancora viventi che porta sul braccio il numero di Auschwitz» – ha provocato l’applauso tutti in piedi dei senatori e dei banchi del governo.

«Si dovrebbe dare la parola a quei tanti che non sono tornati dai campi – ha continuato l’87enne milanese -, quelli che non hanno tomba, che sono cenere nel vento: salvarli dall’oblio non è solo un debito storico nei loro confronti ma serve ad aiutare gli italiani a reagire contro l’indifferenza a non anestetizzare le coscienze e ad essere più vigili nelle responsabilità verso gli altri».

Nella sua replica anche il presidente del consiglio Giuseppe Conte ha voluto menzionarla: «La senatrice Segre ci ha fatto un grande regalo, ci ha restituito una pagina dolorosa della nostra storia. Non dobbiamo mai consentire l’oblio».

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