da Repubblica, Federico Rampini sul G7: COSÌ SI SFASCIA L’OCCIDENTE

Il commento di Federico Rampini
Donald Trump gioca a sfasciare il G7. E con esso, l’idea di Occidente. “Dentro la Russia, e al diavolo gli altri”: così si potrebbe riassumere quel che pensa lui. Nel giro di poche ore ieri il presidente degli Stati Uniti ha sferrato colpi durissimi contro un summit fondato 40 anni fa per gestire emergenze economiche planetarie: che allora si chiamavano crisi energetica e stagflazione.
Il G7 ha tentato — con alterne fortune — di essere la cabina di regia della globalizzazione. Anche se spesso ha deluso le attese, è stato comunque il luogo di consultazione più importante fra le maggiori economie di mercato nonché liberaldemocrazie: America e Canada, Giappone, i quattro grandi europei. Ma a Trump non interessano le liberaldemocrazie, è ovvio che il suo cuore sta altrove. Se il protocollo e le consuetudini non gli avessero imposto l’appuntamento in terra canadese, anziché al G7 lui avrebbe voluto essere all’altro vertice che si svolgeva simultaneamente a Pechino: tra Xi Jinping e Putin. È verso gli autocrati che si sente attratto questo presidente. La sua figura sta accelerando la crisi di sfiducia delle democrazie occidentali. Se non ci crede più colui che una volta si definiva “ il leader del mondo libero”, perché dovrebbero crederci tanti cittadini?
La sceneggiata di ieri è stata emblematica, nella sua brutalità. Prima Trump ha annunciato che avrebbe disertato il G7 a metà dei lavori: uno schiaffo agli altri partecipanti, mai accaduto (se non per calamità o stragi). Il pretesto: il presidente vuole partire alla volta di Singapore già stamattina, anche là lo aspetta un dittatore spietato, Kim Jong-un, ma è là che lo showman della Casa Bianca vuole « fare la Storia » , e monopolizzare i riflettori dei media. Sgarbo intollerabile verso europei canadesi e giapponesi. Peraltro piantandoli in asso Trump salta completamente la sessione del G7 dedicata al cambiamento climatico, nel quale lui non crede. Inoltre con la partenza anticipata accorcia il fastidio di ascoltare le lamentele e le rampogne sui dazi commerciali. Altro aspetto su cui bisogna soffermarsi: perfino nel protezionismo Trump non distingue gli alleati dai rivali, i partner dagli avversari. Ha colpito nel mucchio europei giapponesi canadesi e cinesi come se fossero la stessa cosa. Non ha mai fatto lo sforzo per costruire una comune visione e una strategia delle alleanze con noi, per costringere la Cina a rivedere regole del gioco che sono palesemente squilibrate in suo favore.
L’altro strappo inaudito che Trump ha compiuto ieri riguarda la Russia, di cui ha proposto un reintegro nei summit, che tornerebbero ad essere G8. Se l’è presa in tono di scherno con «gli altri», colpevoli di aver esclusoPutin mentre «c’è il mondo da governare» e quindi bisogna cooptare Mosca. Ma fino a ieri era stata proprio l’America la capofila della linea intransigente: l’esclusione dal G8 fu decisa per punire la Russia dopo le aggressioni a Crimea e Ucraina. Reintegrarla senza che sia cambiato il suo comportamento sarebbe un premio favoloso a Putin, legittimerebbe le sue prepotenze. E non fu solo durante la presidenza Obama che Washington sposò questa linea dura. Trump la continuò, firmò un sovrappiù di sanzioni dopo l’ennesima mascalzonata di Putin (il tentato avvelenamento di un ex agente russo e di sua figlia, sul territorio britannico). Umorale, improvvisatore, istintivo, Trump lo è da sempre. Ma su questo terreno lui avalla i peggiori sospetti: è dal 2016 che insegue l’inciucio con Putin, il quale lavorò alacremente per favorire la sua elezione alla Casa Bianca. Mostrando di preferire il rapporto con Putin, al dialogo con Merkel, Macron, Trudeau, il presidente americano getta la maschera. L’idea di Occidente, di un patrimonio di valori comuni che ha segnato la storia dalla fine della seconda guerra mondiale, gli è profondamente estranea. Chi gliela ricorda, lo irrita.
Tutto ciò accelera un’evoluzione degli equilibri mondiali in atto già da anni. È lo spostamento di baricentro verso Oriente, a vantaggio della Cina anzitutto: perché economicamente e tecnologicamente è la più potente, e ha un vero piano egemonico. Come junior partner ci sta pure la Russia, gigante geostrategico e militare ancorché nano economico. Con un’America isolazionista, e perfino simpatizzante dei nuovi autocrati, è probabile che la stessa Europa finisca per scivolare verso Est. La Germania ha nella sua posizione geografica un’atavica ambiguità. Ora più che mai sarà tentata di guardare a Est. E così facendo, trascinerà in quella direzione il resto d’Europa. Il dramma che si sta consumando in questo G7 è una tappa di una storia molto più grande. I vertici sono dei simboli, o delle metafore. Una postilla sull’Italia. I putiniani di casa nostra si sentiranno giustamente incoraggiati. Però chi spera di ricavare rendite di posizione inchinandosi a Trump, ricordi il precedente di Macron, più volte beffato e umiliato. Il Re d’America è capriccioso, volubile, e infedele.
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