dal Manifesto, Anna Maria Merlo sul G7: «Russia nel G8». Trump mette tutti contro tutti

È una battaglia di civiltà, prima che commerciale e strategica, che sta andando in onda in queste ore a La Malbaie, resort per lo sci e il golf sulle rive del Saint-Laurent nel Québec, che ospita il G7, riunione informale delle più forti economie mondiali dell’occidente (non del mondo), formula nata 42 anni fa su iniziativa dell’allora presidente francese, Valéry Giscard d’Estaing e ormai giunta a fine corsa, affossata da Trump che è arrivato per ultimo e partirà per primo oggi per recarsi a Singapore, evitando di partecipare alla sessione dedicata al cambiamento climatico e alla difesa degli oceani (ed è facile prevedere gli sbadigli alla sessione sul miglioramento della condizione femminile nel mondo, altro tema centrale del G7 in Québec). Donald Trump, che agisce come un Ceo d’impresa dell’azienda Usa, volta le spalle all’ordine mondiale costruito nel dopoguerra. Come ultima provocazione agli alleati tradizionali degli Usa, Trump ancora prima di lasciare gli Stati uniti, ha buttato nel clima già infuocato dello scontro per le tariffe doganali e sull’accordo con l’Iran, un’ultima provocazione ai piedi dell’elicottero: «Sono stato il peggior incubo della Russia – ha detto – tuttavia credo che dovremmo permettere alla Russia di tornare in questo consesso» (la Russia è stata esclusa dall’allora G8 a causa dell’annessione della Crimea nel 2014). Trump, come in una trattativa di affari, è alla ricerca dell’anello debole: lo ha trovato con facilità nel neofita italiano, Giuseppe Conte, che si è precipitato a dichiarare «sono d’accordo, la Russia deve tornare nel G8».

Vladimir Putin, che persegue una strategia ben precisa, non ha esternato entusiasmo, ma nel gioco di scacchi in corso sposta in avanti con freddezza le sue pedine anti-Ue (per l’Eliseo, l’affrettata affermazione di Trump è «non coerente», visto che gli Usa hanno approvato nuove sanzioni contro la Russia proprio nelle ultime settimane, anche se non esclude la «possibilità di stabilire un dialogo»). I leader europei e occidentali, uno alla volta, hanno provato a giocare la carta Trump, ma per nessuno è stata vincente: ci ha provato il giapponese Abe, prima di lui il canadese Trudeau, ultimamente Emmanuel Macron, molto criticato per la messa in scena della «bromance» di maggio (mentre Trump non ha mai permesso nessun feeling con le donne premier, Angela Merkel e Theresa May). Ieri sera, dopo che era stato spostato a un’ora tarda il previsto bilaterale Trump-Macron, su richiesta del presidente Usa a sorpresa c’è stato un incontro di 10 minuti con Macron prima dell’inizio del vertice, dove in un clima «molto cordiale» (dice l’Eliseo) i due leader hanno discusso di commercio e di Corea del Nord. Gli europei si sono riuniti prima dell’inizio del summit, in una riunione informale, a cui hanno partecipato anche i presidenti della Commissione e del Consiglio Ue, Jean-Claude Juncker e Donald Tusk. Il polacco Tusk così ha riassunto la situazione: «Ciò che mi inquieta di più è che l’ordine mondiale basato su regole comuni si trova sfidato non dai sospetti abituali ma, in modo sorprendente, dal suo principale architetto e garante: gli Stati uniti». Macron e Trudeau, che già la vigilia si erano schierati per un «multilateralismo forte, responsabile, trasparente», hanno dichiarato di voler fare «fronte comune» nella battaglia commerciale (iniziata con l’aumento Usa delle tariffe sull’import di acciaio e alluminio). Trump, con dei tweet incendiari, ha ribattuto che gli Usa saranno «più forti» se «non c’è accordo».

Il fronte comune Ue ha delle faglie. Non solo l’Italia. La Germania vuole evitare lo scontro aperto con Trump, perché teme che le tariffe doganali vengano alzate anche sulle auto. La Gran Bretagna spera di poter ottenere un accordo privilegiato con gli Usa per il dopo-Brexit. Nel G7, anche il Giappone frena (Abe vuole evitare tariffe sulle auto). Macron ha detto che «non si può fare una guerra commerciale agli alleati», non si deve «creare un mondo della legge del più forte», con la ricerca dell’egemonia, che significa «la fine dello stato di diritto». La Francia alza la voce e propone un accordo, anche a G6, dove ci sia l’impegno per un riferimento comune a regole commerciali, alla modernizzazione della Wto e all’Accordo di Parigi sul clima (da cui gli Usa sono usciti e che già a Taormina nel 2017, Trump aveva rifiutato di sottoscrivere). Sull’Iran, gli Usa non devono «bloccare» chi vuole rispettare l’accordo, dice Macron, perché è «la migliore protezione che abbiamo».

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